PAROLA, IMMAGINE E RAPPRESENTAZIONE

Note kantiane per un possibile recupero dell’esistenza

Pur vivendo nella società dell’immagine (Bild) e dell’apparenza (Erscheinung, come forma simbolica del successo), che nega e respinge ogni tentativo culturale di ‘intensificazione’ e ‘condensazione’ concettuale, ogni immagine è pur sempre ed inevitabilmente gestita attraverso l’uso della parola. Nessuna ricerca “per immagini”, per quanto risentimento si nutra ancora nei confronti delle Lettere e di quella che viene quasi con disprezzo definita “Cultura umanistica” (e questo per distanziarla il più possibile dalle cosiddette Tecno-scienze ad indirizzo matematico, significativamente denotate in francese attraverso l’espressione Sciences dures), può essere difatti praticata prescindendo dall’inserimento di almeno una parola nel campo di ricerca[1].

§ 1. La parola, intesa in senso ampio sia come morfema che come forma logica del pensiero, veicola a sua volta concetti ed immagini. Come giustamente ricordato da Kant nella Critica della ragione pura, i concetti sono essenzialmente regole o funzioni in grado di articolare (algebricamente) il molteplice dell’intuizione data in un’intuizione pura (schema) attraverso un processo dinamico e soggettivo di unificazione del molteplice in un’unica rappresentazione, prodotta a sua volta secondo una regola (di successione) dal nostro pensiero (intelletto puro), ‘agente’ su se stesso (recettività, come appercezione riflessiva dell’influsso della facoltà su se stessa) in quanto atto sintetico (trascendentale) di spontaneità[2]:

«Ora, poiché in noi uomini l’intelletto non è come tale una facoltà delle intuizioni, e poiché esso, quand’anche le intuizioni fossero date nella sensibilità, non potrebbe tuttavia accoglierle entro di sé, al fine di congiungere, per così dire, il molteplice della sua propria intuizione, la sintesi dell’intelletto allora, se esso viene considerato per sé solo, non è altro se non l’unità dell’atto il quale entra come tale nella coscienza dell’intelletto, anche a prescindere dalla sensibilità, ed attraverso il quale, per contro, l’intelletto stesso è in grado di determinare internamente la sensibilità, rispetto al molteplice che può essergli dato secondo la forma dell’intuizione della sensibilità. Sotto il nome di sintesi trascendentale della capacità di immaginazione, perciò, l’intelletto esercita sul soggetto passivo – del quale esso è una facoltà – quell’atto riguardo a cui noi diciamo con ragione, che il senso interno è da esso modificato. […] Ciò, d’altronde, lo percepiamo sempre in noi. Noi non possiamo pensare una linea, senza tracciarla nel pensiero, non possiamo pensare un circolo, senza descriverlo, non possiamo affatto rappresentare le tre dimensioni dello spazio, senza porre tre linee perpendicolari fra loro, uscenti dal medesimo punto, e non possiamo rappresentare neppure il tempo, se non prestando attenzione, nel tracciare una linea retta (che vuol essere la rappresentazione esternamente figurata nel tempo), soltanto a quell’atto della sintesi del molteplice, con cui noi determiniamo successivamente il senso interno, e in tal modo, alla successione di questa determinazione nel senso interno. È anzi il movimento, in quanto atto del soggetto (non già in quanto determinazione di un oggetto), e perciò sintesi del molteplice nello spazio – se facciamo astrazione da questo molteplice e badiamo soltanto all’atto con cui determiniamo il senso interno secondo la sua forma – ciò che per la prima volta produce il concetto della successione. Perciò l’intelletto non trova nel senso interno, se mai, già una siffatta congiunzione del molteplice, ma piuttosto la produce, mentre lo modifica»[3].

A differenza della rappresentazione (Vorstellung) difatti, creata nella propria mente attraverso tale processo di unificazione operato dall’intelletto puro (immaginazione ‘produttiva’), l’immagine (Bild) è invece un che di già dato, di preformato e precostituito, assunto attraverso una semplice ri-presentazione ‘mimetica’ costruita per associazione empirica e compiuta a partire dalla nostra osservazione (immaginazione ‘riproduttiva’). Essa è cioè solo il prodotto della determinazione di un’altra attività sintetica della rappresentazione, in cui l’unità dell’atto costituitivo non è data (considerata cioè in quanto determinazione dell’atto):

«Ora, in quanto la capacità di immaginazione è spontaneità, io la chiamo talvolta altresì la capacità produttiva di immaginazione, distinguendola così da quella riproduttiva: la sintesi di quest’ultima è sottomessa unicamente a leggi empiriche, cioè a quelle dell’associazione, e tale capacità non contribuisce quindi per nulla a spiegare la possibilità della conoscenza a priori, rientrando perciò non già nella filosofia trascendentale, bensì nella psicologia»[4].

§ 2. Proprio per tale ragione, vale a dire per la sua pre-formazione e la sua staticità, l’immagine è oggi essenzialmente usata per manipolare, o quantomeno per condizionare inconsciamente ed impercettibilmente gli umori di ‘consumatori’ e ‘spettatori’ inerti, condannati ad un’eterna passività, la cui spontaneità è relegata ad un ruolo di subordine del tutto marginale, operante esclusivamente ad un livello responsivo subcosciente ed essenzialmente emotivo. Essa, in quanto irriflessa, crea infatti un ambiente (Umwelt, in contrapposizione cioè all’idea di ‘mondo’, Welt) psichico umorale (e a-morale), a-critico e non problematico, cioè non implicante alcuna forma di riflessione (sillogismo), confondendo, anzi, ed assuefando il ‘fruitore’ senza implicare alcun tipo di mediazione o di elaborazione critica razionale, in quanto essa è ‘data’ integralmente nello stato della simultaneità. Tale aspetto costituisce al tempo stesso la ragione medesima del successo dell’immagine, vale a dire la sua accomodanza, in quanto non comporta né alcuno sforzo (conatus) di produzione di una qualche rappresentazione, e di costruzione di una successione temporale articolata secondo nessi causali (nexus dinamico di successione[5]), né del relativo ricorso alla memoria (al fine di trattenere quanto già realizzato in precedenza) e all’immaginazione ‘proiettiva’ (phantasia), capace di anticipare e di pre-figurare (tracciare) quanto sarà nel modo della possibilità o della futura anteriorità (al modo del “sarà stato fatto”): dimensioni, queste, indispensabili per qualunque forma di progettualità umana.

§ 3. La continua interazione esistenziale con proiezioni irriflesse d’immagini, quindi, disgiunte da ogni riferimento alla parola e ad un contesto anzitutto critico – vale a dire riflessivo e logico argomentativo (indipendentemente, cioè, da qualunque riferimento al nexus di successione causale), e pertanto creativo e rappresentativo –, elogia perennemente l’evenemenzialità dell’esistenza, l’istante (o, più opportunamente, il momento) e la sua continua ripetizione intensiva di carattere puramente emotivo, pulsionale e subcosciente, inibendo ogni forma di capacità rappresentativa, progettuale ed argomentativa. Tale processo, nel tempo, compromette integralmente l’esistenza umana (individuale e sociale), in quanto la sommatoria di istanti o di momenti percettivo-emotivi risulta del tutto incapace di rispondere al desiderio di sintesi della ragione ed alla sua declinazione storico-argomentativa intesa come ‘progettualità’, confondendo e disorientando il soggetto, e rendendolo così vulnerabile in primis all’errore valutativo e, nel tempo, all’insoddisfazione permanente.

In linea con quanto ricordato da Kant nell’Architettonica della ragione pura[6] in merito alla capacità della ragione di costruire sistemi, e quindi, mutatis mutandis, di pervenire ad esempio ad una visione unitaria della propria esistenza[7] concepita architettonicamente “a partire dall’idea della forma di un tutto”, l’unità che può sorgere dall’accostamento di stati emotivi di illusorio appagamento istantaneo è difatti solo una successione ottenuta per aggregazione (per appositionem)[8] dell’effetto prodotto dall’immagine sulla sensazione, a sua volta disgiunta da una razionalità dissociata (e relegata al mero calcolo di opportunità ‘convenienti’, ovvero, economicamente, come minimizzazione di stati depressivi e massimizzazione di stati euforici emotivamente appaganti), vale a dire come riverbero ed eco emotivo che questa produce induttivamente rispetto alle pulsioni soggettive, inevitabilmente momentanee.

§ 4. Il culto dell’immagine, sebbene per certi versi acquietante, comporta infatti delle aporie molto pericolose e difficilmente ignorabili proprio sul piano dell’esistenza. In primo luogo, dal punto di vista ‘oggettivo’, l’appiattimento della realtà alla visione diretta ed empirica – retaggio del modello epistemologico empirico-osservativo di aristotelica e galileiana[9] memoria (esse est percipi; nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu) – occulta due problemi fondamentali sollevati dal pensiero filosofico della Modernità.

[Fenomenicità dell’apparenza] Anzitutto, rispetto allo stato della simultaneità, si prescinde dal riconoscimento del carattere ‘problematico’ dell’osservazione e dell’apparenza, da cui il relativo guadagno (kantiano) della sola fenomenicità delle apparenze e di tutte le variazioni fisiche dell’Universo (vale a dire di quanto vediamo, o crediamo di vedere), ed il riemergere della possibilità dell’errore e di un sostanziale ‘scollamento’ tra la realtà, in quanto semplicemente osservata (ed inevitabilmente costituita dalla spontaneità dell’intelletto, cioè considerata in rem), e la realtà in sé (in re), vale a dire noumenica. L’appiattimento del fenomeno sull’apparenza a cui assistiamo oggi in ogni disciplina (economica, giuridica, scientifica, psicologica, storica e umanistica) – e la relativa specializzazione indefinita degli ambiti del sapere –, annullando tale guadagno, pretende al contrario di ridurre l’esperienza, dal lato oggettivo, allo stato della visione irriflessa, e, dal lato soggettivo, al (ri-)sentimento pulsionale sub-conscio da questa conseguente, indotto dal succedersi dei vari stati proiettivi divenuti stati contestuali puramente emotivi. A ciò si aggiunga la relativa suggestione epistemologica, del tutto credenziale, in base alla quale si presuppone che non possa esservi errore in ciò che è oggetto di visione, e che, al contempo (ed hegelianamente), sia reale solo ciò che è direttamente osservabile (o anche solo osservato), e che solo ciò che è osservabile possa essere reale. Tale prospettiva è così assunta sia per valutazioni situazionali riguardanti il mondo ‘esterno’, sia per quanto riguarda il mondo ‘interno’, vale a dire la dimensione psicologica. L’errore rilevato da Kant in tale disciplina consiste infatti nell’identificare illegittimamente il senso interno con l’appercezione, vale a dire: ciò che dinamicamente siamo (in actu exercito), dall’immagine che di noi stessi abbiamo (in actu signato)[10].

[Legge causale e storicità] In secondo luogo e conseguentemente, rispetto allo stato della successione, sempre in base a questa prospettiva si presuppone quindi che, poiché ciò che si osserva è considerato come realtà in sé dell’apparenza, allora la successione delle diverse rappresentazioni viene fatta coincidere con la rappresentazione della loro regola di successione. Tale assunzione comporta quindi una riduzione della serie di successione causale, in base a cui l’anteriorità (a priori) della causa è logicamente presupposta ed anteposta rispetto all’effetto, alla serie della successione temporale (secondo il ‘prima’ e ‘poi’), per cui l’ordine inevitabilmente metafisico causale è assimilato al piano fisico della temporalità successiva. In questo modo, la causalità viene fatta appartenere all’ordine della successione degli eventi empiricamente determinati, in modo tale che la causa C di un determinato effetto E (fenomeno, evento, determinazione) debba sempre essere identificata in uno stato temporalmente anteriore rispetto al relativo effetto. Un tale atteggiamento epistemologico, oltre a trascurare del tutto la possibilità dell’errore interpretativo celato nell’osservazione – poiché non ammette (e non può concedere in virtù dei propri postulati) alcuna forma di errore nell’osservazione diretta del dato –, concede da un lato grande potere manipolativo a coloro i quali gestiscono la successione temporale delle immagini e la conseguente credenza di un’ipotetica successione causale (recettività) empiricamente determinata, ed abitua dall’altro il soggetto a praticare (spontaneità, dissociata dalla recettività) tale forma di associazione riduttiva anche sul piano personale di elaborazione della propria esistenza, intesa come capacità di creare una propria successione causale (libertà) declinata secondo l’ordine storico (esistenza sensata e progettuale).

§ 5. Da un punto di vista ‘soggettivo’, difatti, la mancanza di immaginazione – come capacità di tracciare una successione causale attraverso la facoltà sintetica dell’immaginazione produttiva (Bildungskraft) operante secondo una regola – inibisce la creatività, e questo genera inevitabilmente l’affievolirsi del desiderio, fino ad un suo progressivo smarrimento e alla sua totale perdita. Il surrogato pulsionale della creazione di una visione razionale moralmente ed esteticamente appagante si converte quindi in uno stato bulimico volto alla ricerca di immagini emotivamente stimolanti, per le quali oggi, tramite i social networks, passa il riconoscimento inter-soggettivo, su cui si fonda così patologicamente il riconoscimento intra-soggettivo. Tale modalità di riconoscimento è finalizzata alla capacità di generare stati di (fittizio) appagamento emotivo negli altri spettatori della propria rete sociale, sulla base di un’immagine proiettiva di sé – assunta acriticamente dal contesto sociale, caratterizzato da un marcato edonismo individualista finalizzato all’ostentazione del successo personale – capace di suscitare ammirazione, una tacita ed inconfessabile invidia, e l’affermazione di un’esistenza perfetta, felice, del tutto priva di responsabilità (da qui l’elogio dell’immaturità come espressione di un’insensata giovinezza) e, per così dire, gaudiosa.

Un tale atteggiamento, tuttavia, comporta nel tempo due conseguenze esistenziali compromettenti. La mancanza di un autentico riconoscimento intra-soggettivo, primigenio, sul quale scegliere e configurare preventivamente il proprio contesto sociale, e da cui maturare ed accogliere in un secondo momento il riconoscimento inter-soggettivo, comporta la mancanza di una progettualità sistematica e consapevolmente assunta, prevedendo come sola forma progettuale la rapsodica ed indifferenziata capacità di piacere e di essere seguiti, cioè di avere followers pur essendo essi stessi a sua volta follower[11], e producendo così una massa acritica senza leader e leadership, e quindi o disperatamente alla ricerca di ciò, oppure rassegnata alla propria condizione a-storica ed a-progettuale. Un’esistenza condotta in questi termini, tuttavia, volge inevitabilmente o nell’insorgere della depressione (catatonico-implosiva, o funzionale ed attivista), come assunzione della mancanza di senso, oppure scinde le due principali componenti dell’esperienza, vale a dire la razionalità e la sensibilità, relagando la prima alla dimensione del calcolo (di opportunità individuali), afferente alla sfera professionale dell’esteriorità e del riconoscimento sociale (come manifestazione del proprio successo professionale e, quindi, del proprio valore individuale e ‘tribale’), e la seconda alla sfera privata dell’interiorità emotiva, sollecitata continuamente sulla base di immagini appaganti sulle quali il proprio network converge, le quali sono costruite a loro volta a partire da un’immagine soggettiva, precostituita ed acriticamente assunta, di beatitudine emotiva, alla quale ci si intende conformare.

§ 6. Al fine di evitare tali devianze, si rende quindi necessario, per la riabilitazione di un’esistenza moralmente ed esteticamente appagante in modo autentico, recuperare il valore della parola anzitutto nella sua capacità di veicolare concetti, che dovranno essere intesi, a loro volta, come regole di costruzione di rappresentazioni elaborate a priori attraverso la produzione di un nesso continuo di successione nella serie dell’esperienza. L’esigenza di questo secondo atteggiamento è dettata proprio dai due guadagni sopra accennati della Modernità, vale a dire dall’assunzione della fenomenicità delle apparenze, invalidante l’osservazione empirica ‘oggettivamente’ intesa quale unica fonte di verità (del mondo ‘esterno’ e del mondo ‘interno’), e dalla relativa impossibilità di ridurre l’ordine di successione causale all’ordine di successione temporale delle apparenze medesime, vale a dire la Logica alla temporalità (Heidegger, esistenzialismo, vale a dire l’Essere come momento dell’esser-ci) o, ancora peggio, la temporalità alla Logica (Spinoza, Hegel, vale a dire l’esser-ci come momento dell’Essere). La totale mancanza di una visione autenticamente responsiva del proprio desiderio è infatti determinata dall’atteggiamento tecnico-emotivo, che relega la razionalità ad un piano di subordine rispetto all’immagine ed ai suoi effetti pulsionali (così genealogicamente anteposti rispetto a quella), laddove invece il recupero della razionalità primigenia risulta imprescindibile proprio per poter accedere alla conoscenza ed alla costituzione di sé e del mondo in cui viviamo, entrambi non conoscibili attraverso la semplice osservazione empirica. Del resto, come sempre lo stesso Kant ricorda in merito all’origine del fondamento della certezza della nostra esperienza:

«L’esperienza stessa, in effetti, donde mai trarrebbe la sua certezza, se tutte le regole, secondo le quali essa procede, fossero ogni volta empiriche, e quindi contingenti (cosicché è difficile credere che si possano far valere come prime proposizioni fondamentali)?»[12].


[1] La contrapposizione tra cultura umanistica ed atteggiamento tecno-scientifico, come del resto quella tra homo sapiens ed homo faber, è in realtà del tutto fittizia. Nessuna conoscenza ‘teoretica’ è difatti puramente contemplativa, così come nessuna prassi è del tutto priva di concettualità.
[2] Cfr.: I. Kant, KrV, AK, III, §. 24, pp. 119-122; tr. it., Id., Critica della ragione pura, a cura di Giorgio Colli, Milano, Adelphi, 2007 (19751), pp. 182-193.
[3] Cfr.: I. Kant, KrV, AK, III, §. 24, pp. 121-122; tr. it., pp. 188-191.
[4] I. Kant, KrV, AK, III, §. 24, p.120; tr. it., pp. 186-187.
[5] Cfr.: I. Kant, KrV, AK, III, pp. 148-149 n.; tr. it., p. 237 n.
[6] Cfr.: I. Kant, KrV, AK, III, pp. 538-549; tr. it., pp. 806-821.
[7] Cfr.: «Una critica quindi, che restringe la ragione pura speculativa (…) ha un’utilità positiva e assai rilevante, non appena ci si convinca che sussiste un uso pratico, assolutamente necessario, della ragione pura (l’uso morale), nel quale essa si estende inevitabilmente al di là dei limiti della sensibilità» (I. Kant, KrV, AK, III, p. 16; tr. it., p. 29).
[8] Vale a dire costruita tecnicamente (e non architettonicamente, in base cioè all’idea di un tutto polarizzante l’esistenza e creante una sorta di «focus imaginarius» ulteriore all’esperienza empirica data) in base ad una certa affinità percettiva ed associativa, composta su base empirica e contingenziale.
[9] Cfr.: «Voglio aggiungere per ora questo solo: che io mi rendo sicuro che se Aristotele tornasse al mondo, egli riceverebbe me tra i suoi seguaci» (Galileo a Fortunio Liceti, in Padova. Arcetri, 15 settembre 1640).
[10] Cfr.: I. Kant, KrV, AK, III, p. 120; tr. it., p. 187.
[11] Cfr.: G. Le Bon, Psychologie des foules, Paris, Alcan, 1895; E. Bernays, Propaganda, New York, Horace Liveright, 1928. Si vedano, inoltre, i più recenti: François Béagaudeau, Histoire de ta bêtise, Paris, Pauvert, 2019; Michel Onfray, Sagesse : savoir vivre au pied d’un volcan, Paris, Albin Michel – Flammarion, 2019; Id., Théorie de la dictature, Paris, Robert Laffon, 2019.
[12] I. Kant, KrV, AK, III, p. 30; tr. it., p. 50.



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