Industria musicale e autenticità artistica oggi. Intervista ad Albi Cazzola de Lo Stato Sociale

La musica nell’era di massa può ancora farsi portatrice di un messaggio autentico e significativo? Al fine di stabilire un confronto tra industria musicale eautenticità artistica, ho deciso di condurre un’intervista con Alberto Cazzola, tra i fondatori, assieme a Lodovico Guenzi e Alberto Guidetti, del gruppo musicale bolognese Lo Stato Sociale. Il “collettivo”, postosi sempre in un’ottica di critica ironica rispetto alle politiche del mercato discografico e più in generale a tutto il mondo dei “valutatori”, rappresenta un’originalità espressiva che ha saputo diventare di grande successo, passando attraverso grandi canali di comunicazione, ma mantenendo sempre una sua indipendenza stilistica e strutturale.

F.E.P. Come avete interpretato l’etichetta di artisti indie nel vostro modo di fare musica e di presentarvi al mondo della musica? 

A.C. Più che un’interpretazione è stato un risultato di quello che eravamo e di come facevamo le cose: Do it youself, con pochi mezzi e una certa urgenza. I primi concerti li abbiamo fatti alle feste che organizzavamo a Bologna, lì portavamo delle casse e gli strumenti e facevamo sentire le nostre canzoni, ancor prima di registrarle. C’era prima di tutto tanta volontà di farsi sentire in giro, in una dinamica di relazione diretta col pubblico, faccia a faccia. Col tempo poi abbiamo conosciuto persone che avevano la nostra stessa visione e con queste abbiamo iniziato a collaborare. Il primo è stato Matteo Romagnoli che aveva un’etichetta appena nata, Garrincha Dischi, e quando ha visto il nostro modo di lavorare ci ha voluto subito con lui (avevamo pubblicato in autonomia Welfare Pop piegandoci le copertine, stampando i CD in un posto, le copertine in un altro, ordinando i bollini SIAE, e andando in giro a “smazzare” gli EP), a lui siamo rimasti legati per sempre, finché poi non è scomparso. Questo è stato uno “step” ulteriore di indipendenza perché anche lui era assolutamente indipendente. Subito dopo abbiamo conosciuto anche Lorenzo Bedini, che si innamorò di noi ad un concerto; anche lui lavorava da indipendente in un’agenzia di organizzazione di concerti, aveva conoscenze in tutta Italia, (aveva già fatto le tournée di Offlaga Disco Pax, di Dente, Calibro 35); quindi, ci ha aiutato ad espanderci facendoci conoscere coi live. Per i successivi dieci/quindici anni siamo rimasti sempre questi, con Matteo ci lavoreremmo ancora, ma purtroppo non c’è più, con Lorenzo ci lavoriamo ancora. Quindi la nostra indipendenza è stata semplicemente dettata dall’incontro con persone che la vedevano come noi e che per natura lavoravano in un certo modo, affine al nostro; quindi, assieme a questi abbiamo portato avanti il nostro progetto.

F.E.P. Quali sono le dinamiche dell’industria musicale più difficili da gestire e che lentamente possono minare l’aspetto artistico del lavoro del musicista? In che posizione vi siete posti rispetto a queste? 

A.C. Quando abbiamo iniziato l’industria era un po’ diversa, non c’era neanche Spotify. Le primissime cose le abbiamo pubblicate su My Space, ma per lo più agli inizi noi vendevamo i CD. A un certo punto, però, se vuoi ampliare i tuoi orizzonti e arrivare a più persone possibili, devi fare degli investimenti, perché crescendo tutto quanto, devi pagare più tecnici per andare in giro, pagare delle location più grandi, mettere i prezzi dei biglietti; entri in un mercato più strutturato. Il team di lavoro si allarga e si allargano anche le fette con cui dover dividere i guadagni. Dal momento che la discografia prende una percentuale, quando il progetto diventa più grande, alla fine, la parte che rimane all’artista non aumenta. Paradossalmente converrebbe restare molto indipendenti, lavorando solo con due persone che ti fanno suonare ogni sera al Covo, (posto bellissimo che era di fianco a casa mia, ci sono cresciuto). Il punto è che al Covo ogni volta che suonerai avrai di fronte a te al massimo duecento persone, e non è per megalomania, ma il nostro obiettivo era parlare a più persone possibili e non solo a chi la pensava già come noi. Per fare quel salto non bastano i proventi dei concerti, bisogna investire, allora si va a bussare alle “Major”. Noi le abbiamo vissute come fossero delle banche, quando eravamo sulla cresta dell’onda abbiamo fatto il famoso “giro delle sette chiese” che significa andare da Sony e dire: “Oh noi dobbiamo fare un nuovo disco, un nuovo tour, quanto ci dai?” Loro ci volevano dare un tot per entrare in casting, ma noi volevamo restare indipendenti e avere totale libertà sulle nostre scelte artistiche, per cui in alternativa ci hanno dato una licenza. Essere in licenza vuol dire questo: dai il tuo master per un tot di anni, loro te lo distribuiscono e hanno i proventi per quegli anni lì, poi il master ritorna a te. Solo che, anche se sei in licenza, sei comunque costretto a rapportarti con delle realtà che la vedono diversamente. Noi, da bravi avventurieri, ci volevamo provare, ma abbiamo avuto una relazione un po’ strana con queste persone, perché in “Major” sono degli entusiasti quando va bene e degli impiegati delle poste quando va male, non hanno particolare interesse verso tutti gli artisti. Però, con quei soldi lì siamo riusciti a pagarci un ufficio stampa importante che ci ha permesso di avere delle relazioni diverse rispetto a prima, si è allargato l’universo relazionale e anche mediatico. Noi siamo andati ovunque sempre agguerriti, un po’ la gioventù, un po’ la voglia di spaccare, un po’ la voglia di dire le cose, non solo con la musica. Entrare nella televisione, che adesso un po’ sta morendo ma è ancora un’istituzione culturale molto potente in questo paese, comporta dei cambiamenti. Devi traslare il tuo linguaggio per renderlo “potabile” ad un formato diverso che non è come quello dei palchi, in cui siamo bravi; noi non conoscevamo quel formato, ma volevamo capirlo ed entrarci dentro; poi magari ti accorgi che non sei così bravo in quella cosa lì (comunicazione televisiva) e quindi inizi a perdere un po’ di fiducia in quello che stai facendo.

F.E.P. Credo che sia stato significativo il modo con cui avete raccontato dei sogni e delle frustrazioni di giovani e meno giovani, lavoratori e disoccupati, tutti desiderosi di poesia, ma costretti alla schiavitù della “valutazione”. E proprio con questa poetica così personale, amicale e sincera, avete scalato le classifiche raggiungendo un pubblico sempre più ampio. Questo cosa ha significato per voi? Qual è stata la vostra esperienza col successo? 

A.C. Le dinamiche di una band sono molto diverse da quelle di un artista solista, tutto diventa più complicato e si vanno a compromettere delle volte anche i rapporti personali. Quando il tuo lavoro è anche la tua passione, è più facile star male per piccole cose che non funzionano; è diverso da un lavoro normale, per esempio in banca, che magari già non vivi con particolare soddisfazione; lì, se c’è una cosa che va male, è una tra le cose che van male. Il contesto musicale si intreccia in maniera profonda con quello umano ed è più facile rimanere scottati. Col tempo ti accorgi che più o meno per qualsiasi cosa c’è un pubblico pronto, ma arrivare a tutti, nostro obiettivo dichiarato, rimane un ideale non effettivamente raggiungibile ed è una di quelle consapevolezze con cui ti scontri. Puoi riuscirci una volta perché per qualche congiunzione astrale arrivi a Sanremo con la canzone giusta e la messa in scena giusta, però dal punto di vista lavorativo la fama non corrisponde ad un miglioramento delle tue condizioni lavorative come artista; bisogna essere molto bravi a cavalcare l’onda e poi a gestire la pressione e la relazione con gli altri attori in gioco che lavorano con te. Già è complicato relazionarsi con una persona, prova ad immaginare cinque persone legate da una relazione interna che si relazionano con altre decine di migliaia, non puoi farle contente tutte. Ancor prima di Sanremo c’è stata una rivolta nella nostra fanbase perché avevamo il canale Vevo, da cui passavamo solo per avere dalla Universal la distribuzione del disco, ma nulla era stato toccato dei nostri connotati artistici. Anche con Sanremo c’era chi si arrabbiava, anche mio cugino mi ha scritto: “Ma che fate? Andate a Sanremo!?”.

F.E.P. Quali sono le vostre impressioni riguardo alla scena contemporanea? Oggi gli stili sono stati rimescolati e confusi insieme, oppure scorgete ancora delle tendenze ben definite?

A.C. La musica è mischiata da un bel po’ di anni, soprattutto da quando è subentrata la riproducibilità tecnica di Benjamin: da quel momento in poi, tutta l’arte è diventata un continuo remake; forse lo era anche prima, ma con la riproducibilità questa cosa è accelerata. C’è moltissima più musica, perché c’è più accesso e più velocità di esecuzione, in dieci minuti oggi posso creare una canzone e in altri cinque pubblicarla. Dal punto di vista artistico la sfida è più entusiasmante, perché il risultato dell’originalità è più difficile da ottenere. Noi adesso stiamo usando Suno che è un’intelligenza artificiale che inserendo un testo e delle referenze (es. punk ’70 bolognese), ti mette giù un buon arrangiamento. Anche questo porterà ad un ulteriore appiattimento delle cose, dal momento che funziona prendendo un database infinito di tutta la musica del mondo e poi te la ripropone secondo i criteri dell’algoritmo; quindi, va usato con parsimonia e criterio. L’unica cosa che ancora, secondo me, non è in grado di essere emulata, e non credo che lo sarà mai, è l’emotività che scaturisce dalle parole. La parola è il minimo comune denominatore della musica (non strumentale), del cinema, della letteratura, della televisione, della radio, e quella cosa lì è umana e solo uno spirito artistico di un certo tipo può essere in grado di farla funzionare e far scaturire delle emozioni in due, cento o in milioni di persone. Secondo me la direzione che deve prendere la musica indipendente è quella del contatto diretto con il pubblico, della musica live, proprio perché è effettivamente una cosa che rimane unica. La canzone può continuare ad essere una cosa rilevante se prendiamo dalle cose del passato, le rielaboriamo e le trasformiamo in qualcosa di valido per noi e per il nostro pubblico. Anche quando si pensa che un prodotto sia derivativo, c’è dell’originalità se è riuscito a toccare, tramite una serie di passaggi non per forza indipendenti, l’emotività di alcune persone, quell’emotività non è sbagliata.

F.E.P. In che modo oggi un’artista emergente può essere originale mettendo da parte le pressioni di un’industria sempre più performante, omologata e omologante?

A.C. A noi ha aiutato molto in una prima fase l’essere una band, un collettivo: io, da solo, non ce l’avrei mai fatta perché non avrei avuto le forze, l’energia, la voglia. Bisogna saper fare un grande lavoro interiore su se stessi, dipende molto da quanto ti conosci. Capisci cosa ti fa stare bene e poi cerchi di perseguire in quella cosa. Se il raggiungimento di un certo tipo di successo comporta una dose eccessiva di ossessione, quell’ossessione può essere negativa e degenerare dal punto di vista psichico; quindi, magari, anche se è una cosa che desideri tanto, alle volte è meglio fare un passo indietro, o un passo di lato, tentare altre strade. Il consiglio che do è quello di affrontare tutto con più naturalezza possibile rispetto a come si è. La cosa più pericolosa non è che la tua arte non venga capita, questo può succedere e bisogna avere molta pazienza a riguardo, ma il rischio più grande è quello di fare del male a se stessi. All’inizio è bello andare contro i muri, spaccarsi e farsi male, perché è una cosa che puoi accettare, ma se poi ti accorgi che questo meccanismo ti fa più male che bene, allora è meglio scegliere di fare le cose con più tranquillità, magari continuando a scrivere e facendo ascoltare le proprie canzoni agli amici.

F.E.P. Cosa vuol dire per te vivere di musica?

A.C. Fare della propria passione un lavoro è una cosa bellissima, poetica. Io scrivo tutti i giorni, scrivo un paio di canzoni a settimana, in questo periodo non per me, perché sto lavorando come autore e sto scrivendo delle cose che probabilmente non andranno da nessuna parte, perché il mercato degli autori è un mercato di difficile accesso anche se hai il nome e una certa rispettabilità; però, è una cosa che mi fa comunque stare bene, non riuscirei a vedermi fare altro. Scrivere mi dà un senso di soluzione della giornata che quanto meno dormo sereno e sono felice della mia vita. Sono felice di fare la cosa che sono diventato bravo a fare, perché non ero bravo a farla all’inizio, ma ho sempre voluto imparare. In questo momento la mia vita è fatta di parole che scrivo, che ho scritto, che altre persone hanno cantato, che noi abbiamo cantato, e questa è una soddisfazione incredibile. 


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