Filosofia davanti all’Apocalisse: Russell, Aron, Jaspers, Anders e la bomba

Oggi ricorre l’anniversario dello scoppio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, avvenuto ottant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945. Il volume Four Philosophers and the Bomb (London, Routledge, 2025), dovuto a quattro studiosi italiani di diversa formazione  (Alberto Castelli, Giunia Gatta, Micaela Latini e Francesco Raschi), attesta l’elevato livello a cui è pervenuta la nostra storiografia filosofica anche quando si misura con autori e problemi contemporanei, sui quali non sempre esistono contributi specifici. Gli autori affrontano con rigore e densità critica la riflessione filosofica sull’arma atomica attraverso quattro figure centrali del pensiero novecentesco, di diverso orientamento: Bertrand Russell, uno dei padri fondatori della filosofia analitica, Raymond Aron, grande sociologo e politologo francese, Karl Jaspers, uno degli esponenti più autorevoli della filosofia dell’esistenza, e Günther Anders, filosofo e scrittore tedesco di origine ebraica. Il libro si colloca al crocevia tra storia delle idee, riflessione morale, politologia e filosofia della tecnica, offrendo un quadro comparativo che valorizza tanto le divergenze quanto le convergenze.

Nell’introduzione, Alberto Castelli contestualizza storicamente i contributi e poi li mette in rapporto con lo status quaestionis degli studi attuali. L’autore evidenzia come la maggior parte delle tesi discusse nel libro siano state formulate tra la seconda metà degli anni ‘40 e i primi anni ‘60. Si tratta di un periodo caratterizzato da tensioni dovute al progressivo intensificarsi della corsa agli armamenti, con focolai critici rappresentati dalla guerra di Corea, dall’invasione sovietica dell’Ungheria e dalla crisi di Suez. Il mondo conobbe la paura di essere sull’orlo di una terza guerra mondiale, rispetto alla quale le prime due sarebbero sembrate insignificanti. In breve, Russell, Jaspers, Aron e Anders si sono trovati a riflettere in un’atmosfera cupa e spaventosa, segnata dal timore che la corsa verso l’autodistruzione potesse essere inarrestabile. Con una certa disinvoltura, non priva di ragioni, Castelli sottolinea che anche il nostro tempo presenta alcune somiglianze con quel periodo: ci troviamo nel bel mezzo di forti tensioni internazionali e sarebbe difficile sostenere che l’atmosfera in cui viviamo possa corroborare qualsiasi forma di ottimistica fiducia nel futuro. Subito dopo, l’autore aggiunge un caveat, mettendo in evidenza che il nostro mondo presenta notevoli divergenze rispetto a quello degli autori esaminati in questo libro. La vera divergenza sta nella multipolarità dei centri di potere e di minaccia bellica:  non ci troviamo  più dinanzi a un confronto diretto e costante tra solo due superpotenze che si minacciano a vicenda con armi atomiche; sicché una nuova guerra mondiale tra grandi potenze appare improbabile. E tuttavia, non sarà inopportuno rivisitare oggi le riflessioni di Russell, Jaspers, Aron e Anders. Innanzitutto, perché le idee filosofiche del passato (e qui parliamo del passato prossimo) hanno sempre indicato la via per gli sviluppi futuri; e in secondo luogo perché, nonostante la differenza tra la loro epoca e la nostra, la possibilità di un olocausto nucleare non si è affatto eclissata dai nostri orizzonti (orizzonti dove potrebbero improvvisamente apparire “due soli”, come cantavano i  Pink Floyd nel brano “Two Suns in the Sunset”, dall’album The Final Cut del 1983, con allusione alla luce quasi solare sprigionata da un’esplosione termonucleare).

Benché sostenga l’improbabilità di un conflitto nucleare globale, Castelli sottolinea come la disponibilità a ricorrere alle armi nucleari non sia affatto diminuita da ottant’anni a questa parte, pur nel radicale cambiamento delle relazioni geopolitiche. Le potenze che continuano a decidere dell’assetto politico e istituzionale del pianeta non hanno mai abbandonato la logica della volontà di potenza, che si concretizza in sentenze come «right or wrong, my country» «si vis pacem para bellum». Ma come osservò giustamente Norberto Bobbio (altro filosofo che figurerebbe degnamente accanto ai quattro trattati nel libro), quella logica e quei princìpi sono considerati qualcosa di ovvio, con totale disprezzo della considerazione per cui «il potere, oltre un certo limite, si trasforma nel suo contrario», poiché annienta tutto ciò per cui era stato perseguito. Non va sottovalutato il fatto che oggi sono presenti 12.100 testate nucleari sparse in tutto il mondo, 2.100 delle quali pronte per essere utilizzate in brevissimo tempo. Pertanto, nonostante il ricordo dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, l’uso delle armi nucleari rimane un’opzione praticabile per i governi dei nove paesi del cosiddetto “club nucleare” (Cina, Francia, India, Israele, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Regno Unito e Stati Uniti).

Dopo la fine della Guerra Fredda, sembra che il terrore verso le armi nucleari sia scomparso, ma si tratta piuttosto di un’amnesia generalizzata che di un attenuarsi della minaccia. Invece di sviluppare una “coscienza atomica”, riconoscendo, con Bobbio, che «la pace non è un processo inevitabile ma una conquista (e come tutte le conquiste, può essere persa una volta raggiunta)», abbiamo formato una sorta di “inconscio atomico”, abbandonandoci a un preoccupante oblio collettivo di fronte alla possibilità di una catastrofe.

Per Castelli, l’oblio che circonda la questione nucleare è stato influenzato da almeno altri due fattori: il primo consiste nel fatto che, a partire dall’inizio degli anni ‘90, l’opinione pubblica occidentale si è abituata alle guerre convenzionali che si verificano vicino ai propri confini, guerre sanguinose ma limitate, le cui conseguenze sono state percepite come poco rilevanti per i cittadini dell’Unione Europea o degli Stati Uniti. Sostanzialmente, una volta scomparsa la paura della superpotenza comunista, per trent’anni gli occidentali hanno pensato che la possibilità dell’uso di armi nucleari fosse molto remota. Il secondo fattore che ha contribuito all’oblio della questione atomica è rappresentato dal fatto che, negli ultimi decenni, sono emersi altri problemi concernenti l’economia, l’ambiente, i diritti, la salute e le nuove tecnologie dell’informazione: questi problemi hanno una rilevanza globale, ma si intrecciano con altre questioni di rilevanza regionale o macroregionale, come l’immigrazione, l’inflazione, la crisi energetica e l’instabilità dei sistemi politici rappresentativi. In qualche modo, hanno quasi spostato nei recessi dell’inconscio la paura per la guerra.

Ma l’invasione dell’Ucraina da parte della superpotenza russa, riedizione 2.0 di quella sovietica (insieme alle ripetute minacce del leader del Cremlino di ricorrere alle armi nucleari), seguita dall’intervento indiretto della NATO, ha cambiato parzialmente la situazione provocando, quasi in termini freudiani, un parziale “ritorno del rimosso”. Parziale, perché è rimasto un certo scetticismo riguardo alla possibilità di un’escalation nucleare. 

I quattro filosofi non affrontano la questione degli armamenti nucleari allo stesso modo, anche perché non formano né una “scuola di pensiero”, né una comunità intellettuale omogenea. La scelta degli autori del libro mira proprio a presentare le diverse prospettive possibili sullo stesso problema e i diversi modi di trattarlo, cercando altresì di mettere in luce i punti di convergenza.

Nel primo capitolo, dedicato a Bertrand Russell (“Bertrand Russell’s Commitment against Atomic Warfare”) Alberto Castelli mette in rilievo come il filosofo inglese fosse in grado di difendere la pace con buone argomentazioni, dimostrando la fallacia delle ragioni che spingono gli uomini alla guerra. Dal 1914 fino alla sua morte, nel 1970, non ha mai smesso di lottare contro la violenza, che considerava inutile e nemica della civiltà e della ragione (in cui riponeva immense speranze). Giustamente l’autore si sofferma sulle ragioni del pacifismo radicale di Russell al tempo della I guerra mondiale, posizione che gli costò anche l’allontanamento dal Trinity College di Cambridge e sei mesi di carcere nel 1918. Andrebbe altresì aggiunta la posizione soffertamente favorevole alla guerra contro Hitler, allorché, nel 1943, ebbe a dichiarare che se la guerra è sempre stata un grande male, in alcune circostanze particolarmente estreme può rivelarsi il male minore[1]. Russell scrisse saggi brevi e incisivi, capaci di convincere sia l’uomo comune, sia gli intellettuali e i leaders politici. La sua posizione di fronte alla possibilità di un olocausto nucleare non era né quella di un politico (che calcola le reali possibilità di azione) né quella di un politologo realista (che mira a descrivere la situazione in modo obiettivo); era piuttosto quella di un filosofo engagé, che utilizza le migliori idee disponibili per spiegare come perseguire il bene (o evitare il male). In breve, l’obiettivo di Russell era quello di opporsi alla follia del suo tempo con la consapevolezza di un grande intellettuale e di sviluppare una filosofia in grado di assumersi la responsabilità di una tale sfida. Castelli segue l’itinerario di Russell con precisione e chiarezza, scandendo distintamente le sue prese di posizione. Ad esempio, osserva con molta pertinenza che negli anni Trenta Russell basava le sue riflessioni riguardo alla pace su tre convinzioni: la guerra (1) era insensata, non solo perché terreno fertile per la barbarie, ma anche a causa della distruttività della tecnologia militare a disposizione degli eserciti moderni; (2) la sua causa più profonda era l’autonomia degli Stati in politica estera; e (3) poteva essere abolita, o quanto meno limitata, attraverso istituzioni sovranazionali capaci di limitare tale autonomia. Queste convinzioni dovettero apparire a Russell confermate dagli eventi successivi: la diffusione del nazionalismo e la Seconda Guerra Mondiale, l’immenso caos causato dai bombardamenti, le atrocità, le distruzioni e, soprattutto, l’esplosione delle due bombe atomiche che rasero al suolo Hiroshima e Nagasaki. 

Un atteggiamento molto diverso da quello di Russell è quello di Raymond Aron (“Raymond Aron. International Relations in the Atomic Age”), ben lumeggiato da Francesco Raschi. 

La guerra e la politica internazionale sono temi che hanno sempre rivestito un ruolo importante  nell’ampia produzione dello studioso parigino, il quale adotta una prospettiva europea e francese, anche a causa delle vicende del suo paese, dal colonialismo fino alle divisioni interne. Al centro dell’attenzione di Aron c’è il conflitto ideologico che determina spesso sistemi internazionali eterogenei, a loro volta fattori scatenanti di guerre che riflettono le tensioni politiche e sociali. Per quanto riguarda l’era nucleare, Aron, inizialmente pacifista, durante la Seconda Guerra Mondiale sviluppa un interesse per la strategia militare, confluito nella sua opera fondamentale, Paix et guerre entre les nations (Pace e guerra tra le nazioni). Aron introduce la dicotomia “pace impossibile/guerra improbabile” per descrivere la competizione tra USA e URSS negli anni della Guerra Fredda, sottolineando come la guerra sia inestricabilmente legata alla politica. Uno dei suoi punti di forza è la discussione politica e sociologica di temi come  “la strategia della dissuasione”, la “rappresaglia massiccia” e la “risposta flessibile”, dove il ruolo delle armi nucleari nel limitare o esasperare i conflitti diventa una componente fondamentale.

Alberto Castelli, Giunia Gatta, Micaela Latini, Francesco Raschi (a cura di), Four Philosophers and the Bomb. Russell, Aron, Jaspers and Anders on Atomic Warfare, Routledge, 2025, 96 pp., 48,75£.

Il suo realismo, radicato in un temperamento concreto e spassionato, lo persuade del fatto che anche nell’era nucleare i conflitti possano e debbano rimanere limitati e non condurre necessariamente alla distruzione globale temuta dai pessimisti. La prova di tale possibilità, secondo Aron, era fornita dalla guerra di Corea, che, nonostante il suo potenziale distruttivo, rimase confinata in un’area geografica limitata e comportò l’uso di armi convenzionali. Certamente Aron non fu ignaro della possibilità di una guerra atomica distruttiva a livello globale e ne era profondamente spaventato; allo stesso tempo, tuttavia, credeva che, se la politica fosse riuscita a mantenere i conflitti entro i limiti di obiettivi ragionevoli e limitati (cioè non mirati alla distruzione e alla resa incondizionata dell’avversario), sarebbe stato possibile evitare l’autodistruzione dell’umanità. Aron non risparmia severe critiche sia al comunismo sovietico sia al pacifismo ideologico, difendendo una posizione che potremmo definire di realismo secondo regole. Egli riconosce la deterrenza nucleare come fatto compiuto e al contempo come occasione per ridefinire i parametri della razionalità politica. Per Aron, la minaccia atomica non è tanto un fallimento della ragione quanto la sua prova più estrema, che deve puntare a trovare uno spazio di equilibrio tra etica della responsabilità e necessità geopolitica. La guerra atomica non è un destino, ma neppure un tabù: è uno scenario possibile, da razionalizzare e limitare attraverso accordi, trattati e soprattutto una consapevolezza nuova delle relazioni internazionali. Del resto, il meccanismo della deterrenza, per lui, non ha avuto origine nell’era atomica. Un simile meccanismo era sempre esistito e dipendeva principalmente dai mezzi materiali a disposizione di uno Stato per fermarne un altro, nonché dalla determinazione a utilizzare tali mezzi se necessario. Nell’era atomica, l’unica novità della deterrenza dipende, se non altro, dalle conseguenze materiali dell’attuazione della minaccia. La strategia della deterrenza era «essenzialmente una prova di forza di volontà, uno scambio di minacce e messaggi alternati, o meglio di minacce portatrici di messaggi e messaggi pregni di minacce». Una delle osservazioni più illuminanti di Aron riguarda la distinzione tra «guerra di autodifesa anticipatoria» (pre‑emptive war) e «guerra precauzionale» (preventive war). La guerra precauzionale o preventiva è un conflitto programmato “a freddo”, avviato in un momento ritenuto strategicamente favorevole da uno Stato, al fine di neutralizzare una potenziale minaccia futura ancora lontana o non attuale. La guerra di autodifesa anticipatoria, invece, scaturisce in un contesto di crisi imminente, quando lo Stato ritiene che un attacco sia ormai inevitabile e prossimo: non si sceglie la guerra rispetto alla pace, ma si reagisce per evitare di essere colti di sorpresa. Alla fine Raschi evidenzia come la riflessione aroniana sulla bomba atomica non si lasci travolgere dal catastrofismo né da un moralismo radicale, ma si inserisca in un più ampio quadro di pensiero liberale e realista.

La prospettiva di Jaspers (“Karl Jaspers: Between the Bomb and Totalitarianism”) viene analizzata da Giunia Gatta, che lo considera come un filosofo, erede della grande tradizione tedesca, non tanto incline ad attribuire importanza alle dinamiche politiche, quanto alle ragioni più profonde che sottendono il comportamento umano. Giunia Gatta spiega che, per Jaspers, la soluzione al problema della minaccia nucleare doveva essere una rivoluzione spirituale e culturale. Non sarebbe stato sufficiente trovare soluzioni politiche o istituzionali alla minaccia della guerra atomica; per eliminarla, sarebbe stato necessario qualcosa che fosse al di sopra della politica e che potesse cambiare radicalmente il comportamento umano. Sostanzialmente, Jaspers auspicava un’autentica rivoluzione esistenziale che avrebbe dovuto percorrere la linea sottilissima che separava la distruzione globale causata dalle bombe atomiche da un lato e la perdita della libertà (ovvero la condizione di ogni scelta) dall’altro. Al centro della trattazione vi è la convinzione jaspersiana che l’unico antidoto alla barbarie tecnologica sia una forma di comunicazione responsabile, in cui la libertà personale si apra alla trascendenza dell’altro. Gatta riesce a rendere con chiarezza il concetto jaspersiano di “colpa metafisica”, che impone a ogni individuo una responsabilità che va oltre la sfera dell’azione diretta (ossia una sorta di responsabilità senza colpa giuridica), e che si applica anche all’atteggiamento rispetto alla bomba.

In altre parole, si trattava di superare la difficile situazione emersa nel 1945 senza sprofondare nella guerra nucleare o soccombere al potere del totalitarismo sovietico (ad esempio, rinunciando all’arsenale nucleare). La prospettiva di Jaspers, nella sua ponderosa e un po’ ridondante monografia (Die Atombombe und die Zukunft des Menschen (La bomba atomica e il futuro dell’umanità), è sostanzialmente “metafisica”: la bomba non rappresenta solo un rischio tecnico-militare, ma un simbolo della crisi della ragione storica e del venir meno del dialogo autentico tra i popoli.

Il contributo di Micaela Latini su Günther Anders (“Hiroshima Is Everywhere: Günther Anders’ Reflection on the Atomic Threat”) appare storicamente molto ben documentato e filosoficamente approfondito. Molto acutamente l’autrice osserva che «nel percorso intellettuale del pensatore tedesco Günther Anders (nato Stern, 1902-1992) si trovano le tappe più significative del XX secolo, ma anche (e soprattutto) i punti cruciali della riflessione sulla necessità di prendere coscienza della possibile (o forse addirittura certa) fine di questa stessa storia»: la sua prospettiva fa di Anders un vero filosofo della storia, orientato piuttosto verso un tacito principio-disperazione che verso il principio-speranza: in qualche modo diventa una sorta di anti-Bloch.

Anders fu allievo di Husserl e uditore di Heidegger, cosa che lo rese più incline a riflettere su questioni filosofiche che sulle dinamiche di potere o sui percorsi politico-istituzionali da intraprendere. Tuttavia, nonostante una certa affinità con Jaspers per quanto riguarda l’ampio respiro filosofico, nel libro La minaccia atomica (Die atomare Drohung), pubblicato nel 1983, egli respinge fermamente l’idea di Jaspers secondo cui l’arsenale nucleare potrebbe rappresentare uno strumento utile per salvaguardare la libertà contro il totalitarismo. Secondo Anders, la disponibilità all’uso di armi atomiche sarebbe, di per sé, già una concessione al totalitarismo. Ma anche a prescindere dal disaccordo con Jaspers, la linea di pensiero avviata da Anders, evidenziata da Micaela Latini, riguarda il divario (definito “dislivello prometeico”, in tedesco Prometheisches Gefälle, in inglese Promethean Discrepancy) tra le enormi capacità tecniche degli esseri umani e la loro incapacità di immaginare (vorstellen) e controllare gli effetti dei prodotti che creano (herstellen): è la crescente “asincronia” tra l’essere umano e il mondo dei suoi prodotti, una distanza che aumenta ogni giorno che passa. Per usare le parole di Anders: «Chiamo prometeica quella differenza secondo il caso fondamentale del gradiente, cioè secondo il gradiente che esiste tra la nostra “realizzazione prometeica”, i prodotti che fabbrichiamo come “figli di Prometeo”, e tutte le altre realizzazioni: il fatto che non siamo uguali al “Prometeo dentro di noi”».

In questa situazione, gli esseri umani diventano marginali: incapace di operare al livello dei prodotti tecnologici, l’individuo diventa un mero ingranaggio al servizio di una macchina più grande di lui. Oltre a presentare queste idee, la Latini esamina le riflessioni successive di Anders, quando – dopo il disastro di Chernobyl – giunge a teorizzare una forma di contro-violenza come atto di ribellione contro coloro che promuovono e sostengono la costruzione di prodotti che distruggono l’umanità. Latini affronta il pensiero di un autore radicale e volutamente “inattuale”, decostruendo con rielaborazione concettuale e precisione filosofica l’universo concettuale andersiano. Al centro della trattazione è il tema dell’inadeguatezza antropologica: la disparità tra le capacità produttive dell’uomo e la sua immaginazione etico-affettiva. Per il lettore meno a suo agio con la filosofia di Anders, Latini ricostruisce con accuratezza i suoi concetti chiave: dalla “vergogna prometeica” (sentimento che l’uomo prova di fronte all’irraggiungibile perfezione e potenza delle cose che lo circondano) all’“analfabetismo emotivo” (l’incapacità dell’uomo di misurare la portata delle proprie azioni e la perdita di controllo sui propri prodotti una volta che vengono “gettati nel mondo”); dall’obsolescenza dell’essere umano (per cui l’essere umano soffre di un senso di inferiorità nei confronti delle macchine da lui stesso costruite, perché, nei suoi tentativi di adattarsi ai suoi dispositivi e di farsi parte di questa o quella macchina, deve riconoscere di costituire una materia prima di scarsa qualità) al tempo della fine (quello di un’esistenza intrinsecamente minacciata dal rischio di un’apocalisse nucleare, come ci viene ricordato di tanto in tanto in modi allarmanti o “tra le righe”). L’autrice non si limita a presentare Anders come pensatore della catastrofe, ma ne valorizza anche l’urgenza morale e l’intensità profetica, in una chiave che richiama Benjamin ma anche Jaspers. Notevoli sono le pagine in cui si sofferma sul carteggio che Anders intrattenne alla fine degli anni ‘50 con Claude Eatherly, il giovane meteorologo texano dell’aereo da ricognizione americano che, il 6 agosto 1945, dopo aver constatato sufficienti condizioni di visibilità, diede il via libera al bombardamento atomico di Hiroshima. Scambio epistolare, pubblicato nel 1961, che legge in continuità con le riflessioni contenute in L’uomo sul ponte. Diario da Hiroshima e Nagasaki, scritto due anni prima (Milano Udine, Mimesis. 2024).

Di particolare rilievo è anche l’analisi dell’opera L’uomo è antiquato (Die Antiquiertheit des Menschen), che non indulge a semplificazioni in chiave apocalittica o a interpretazioni secondo la vulgata del pessimismo radicale (quasi un Leopardi o uno Schopenhauer del XX secolo – senza contare che neanche gli altri due sono mai stati pessimisti come vorrebbe una certa banalizzazione manualistica), restituendo un Anders rigoroso e attuale, lucido nella sua denuncia ma anche aperto a una possibile reazione etico-politica.

Il volume si impone come un contributo rilevante e originale alla riflessione sul rapporto tra filosofia e catastrofe tecnologica. Lungi dall’essere una semplice collezione di saggi, esso costituisce un esperimento riuscito di confronto comparato tra quattro figure emblematiche della filosofia del Novecento, ciascuna impegnata a suo modo a pensare l’impensabile: la distruzione totale, la disumanizzazione tecnologica, l’annientamento.

Russell, Aron, Jaspers e Anders non condividono un’unica visione né uno stile comune, ma vengono accomunati da un’urgenza etica e da una comune responsabilità intellettuale. La filosofia non è qui una disciplina accademica, ma una presa di posizione, una forma di resistenza alla banalizzazione tecnica del male.

In un’epoca segnata da nuove minacce o rischi globali (cambiamento climatico, intelligenza artificiale, guerra ibrida), tornare a riflettere sull’“età atomica” attraverso la lente di questi quattro pensatori significa riscoprire il ruolo della filosofia come pensiero del limite, della possibilità e della sopravvivenza. Il volume si presta a usi molteplici: manuale universitario, saggio da discussione e punto di partenza per ulteriori approfondimenti su un tema che resta drammaticamente attuale. 

Il libro è consigliabile anche per i non addetti ai lavori, perché spinge a riflettere su questioni filosofiche di interesse generale per chi voglia vivere da cittadino consapevole, come il potere distruttivo della tecnologia e l’importanza della responsabilità etica. In ultima analisi, è un tentativo di risposta a un dilemma ancora irrisolto: come conciliare il progresso tecnologico con la sopravvivenza dell’umanità? 


[1] Cfr. “The Future of Pacifism”, The American Scholar, (1943) 13, p. 8: «I held at the time, and I still hold, that the evils resulting from the war of 1914-18 were greater than would have been the evils of making such concessions to the Kaiser as would have averted the war. But I held throughout the last war, and I still hold, that some wars are worth fighting. I instanced, at that time, the American War of Independence; I should now add the present war».


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