Königsberg, attraversata dal fiume Pregel, è una città di ponti e di pensieri, oggi exclave russa col nome di Kaliningrad. Sette ponti, per la precisione, che hanno fatto la storia della matematica, grazie alla famosa domanda di Eulero: è possibile attraversarli tutti una sola volta, senza mai tornare indietro? La risposta è “no”, una negazione che ha gettato addirittura le basi per la scienza della topologia. Lo scenario di Königsberg, la città che si affaccia sul Mar Baltico, diventa la metafora per poter raccontare un immaginario incontro tra due uomini che più diversi non potrebbero sembrare: Immanuel Kant e Giacomo Casanova, il “piccoletto” e l’”omone”, il sedentario e il giramondo, che nelle loro diversità fisiche e intellettuali sembrano diventare viceversa complementari, quali rappresentanti delle differenti anime dell’illuminismo. Erano tra l’altro quasi coetanei: Kant nato Königsberg nel 1724 e Casanova a Venezia nel 1725.
Il primo, il Magister, il raffinato filosofo tedesco, era abituato a muoversi sempre da solo per la città, seguendo tragitti usuali a orari ben definiti, quasi fosse un metronomo con cui poter sincronizzare i propri orologi. Il secondo, il Cavaliere, lo spregiudicato avventuriero veneziano, era invece abituato a passare di confine in confine, alla ricerca di una fortuna che gli sfuggiva sempre di mano. Con un pizzico d’azzardo narrativo, Daniele Archibugi decide di farli incontrare in una lunga giornata che culmina in una “notte brava”, tra dialoghi, riflessioni e una locanda carica di ebrezza e di verità. Archibugi (dirigente al CNR che si occupa di filosofia politica delle relazioni internazionali, oltre che essere professor of Innovation, governance and public policy al Birkbeck College di Londra) si cimenta così per la prima volta con una novella tenuta troppo a lungo nel cassetto.
A rendere non così immaginario l’incontro tra l’irreprensibile filosofo e l’amante di tutte le muse non è solo la forza narrativa di Archibugi, bensì alcuni incontrovertibili dati storici. Casanova passò davvero per Königsberg in due occasioni: la prima nel settembre 1764, diretto a San Pietroburgo per guadagnarsi il favore di Caterina II; la seconda, nell’ottobre 1765, dopo il tentativo fallito di farsi accogliere a corte. A Königsberg porta con sé una lettera per Hans von Lehwaldt, allora governatore della città, che risiedeva nel Castello, ovvero lo stesso luogo che il giovane Kant frequentava come bibliotecario.
I documenti non ci dicono nulla a proposito di un possibile incontro tra i due, ma è proprio da questo vuoto che Archibugi parte per costruire una novella che non è solo un’esercitazione letteraria, ma una riflessione su ciò che Kant e Casanova, entrambi figli dell’Illuminismo, rappresentano: due volti di un’epoca che cerca un nuovo ordine attraverso l’esperienza, razionale o passionale che fosse. L’immagine di Kant – come tramandataci nelle principali biografie scritte da suoi tre allievi – risulta essere piuttosto austera, prigioniero delle sue abitudini. Sembrerebbe invece che da giovane Kant fosse spiritoso, come risulta dalla recente biografia di Manfred Kuehn. Ci viene riconsegnato un inedito Kant giovanile, prima che ottenesse la cattedra di metafisica e logica nel 1770 presso l’Università locale e iniziasse la stesura delle tre critiche.

Archibugi scardina dunque la rappresentazione irrigidita del pensatore, restituendoci un Magister – famoso per le sue puntuali camminate quotidiane – che si muove nello spazio urbano non solo per disciplina fisica, ma per pensare, immaginare, aprire la mente. Ed è così che – contravvenendo alle sue abitudini, secondo la novella di Archibugi – Kant decide di condividere, fra curiosità e diffidenza, la sua passeggiata quotidiana con l’ospite veneziano, che con il suo passo lungo e irrequieto, alla ricerca di luoghi del diletto, viene a spezzare qualsiasi ritmo consuetudinario del filosofo.
Casanova diventa per Kant un interlocutore versatile che può parlare di matematica, della fuga rocambolesca dalla prigione dei Ciompi a Venezia, così come dei suoi incontri a Parigi con Voltaire. Il dialogo fra i due si fa intenso, finché si ritrovano in tarda serata in una locanda. Le parole scorrono, e non solo… E quella sera, sotto le luci fioche della locanda, sembra che i due percorsi si incrocino, che ragione e passione, per un momento, riescano a dialogare senza contraddirsi. E Archibugi, alla fine del romanzo, azzarda una risposta a un quesito rimasto finora inevaso sulla vita privata di Kant: ha mai avuto incontri amorosi?
Königsberg, città dei ponti impossibili, diventa la metafora stessa delle tensioni che guidano le nostre scelte: quali vie percorrere in un labirinto di possibilità e di limiti? Kant e Casanova, figure apparentemente agli antipodi, mostrano che il dialogo e il mutuo apprendimento sono possibili tra diversità, grazie all’ascolto reciproco. La presunta notte brava del Magister e del Cavaliere a Königsberg, narrata da Archibugi con intensità ed ironia, ci lascia con un messaggio che va oltre il tempo e lo spazio: non è necessario scegliere tra ragione e passione, perché solo nella loro commistione si può trovare un senso alla complessità della vita.

