La libertà all’ombra del digitale

La rivoluzione digitale divide gli studiosi e l’opinione pubblica in schieramenti contrapposti. C’è chi, come i tecno-entusiasti, vede nella tecnologia basata sull’automazione un’occasione d’oro per far crescere la produttività, tagliare i costi, offrire prodotti e servizi più sicuri e utili per tutti. Altri, i tecno-scettici, ci mettono in guardia dai rischi di una imminente fine del mondo causata dall’IA, immaginando scenari caratterizzati dalla perdita di posti di lavoro, sistemi digitali vulnerabili, robot assassini fuori controllo, sorveglianza totale e invasiva in cui il potere dall’alto è così presente da far sembrare sempre più concreta la minaccia di un Leviatano algoritmico.

A ben guardare, entrambi gli schieramenti sembrano sposare una sorta di “determinismo tecnologico”, ovvero l’idea che l’innovazione segua un percorso obbligato e impossibile da orientare in una diversa direzione. Ma si tratta di uno schema tanto comodo quanto sbagliato. Oggi come ieri, la tecnica dipende da chi la pensa, la crea e la usa in un contesto dominato da economia e politica. Ed è proprio perché gli strumenti intelligenti non sono del tutto autonomi, ma amplificano i poteri (e i potentati) politici ed economici, che giuristi, legislatori e cittadini dovrebbero prestare una estrema attenzione ai nuovi sviluppi tecnologici. Ovviamente, i timori maggiori riguardano la possibilità che governi autoritari o nemici della libertà usino l’IA in modo funzionale ai loro obiettivi. Tuttavia, anche nelle società democratiche, dove le nuove tecnologie arrivano di solito con scopi (almeno a parole) positivi, i timori non mancano. La rivoluzione digitale ha indubbiamente offerto notevoli benefici, ma ha anche generato effetti collaterali imprevisti: l’accentramento del potere in un numero ristretto di colossi aziendali, l’uso improprio dei dati personali, la proliferazione di algoritmi capaci di orientare le nostre scelte e i nostri pensieri, e il controllo generalizzato sono diventati criticità reali e pervasive. Persino nelle democrazie più stabili, le libertà individuali possono essere messe seriamente in discussione.

Finora, ci si è affidati soprattutto all’autodisciplina delle compagnie digitali per guidare l’IA, creando però non pochi problemi in fatto di responsabilità e difesa dei diritti. I signori delle piattaforme hanno in mano un potere diretto e che si fa sentire ovunque, arrivando a toccare la vita delle persone a volte più di quanto facciano i politici eletti dai cittadini. Tutto ciò spiana la strada a un sistema di gestione basato sui calcoli degli algoritmi, ma che non ha più la legittimazione data dal voto popolare. In pratica, stiamo vivendo in un mondo dove mansioni e compiti sono sempre più affidati a meccanismi automatici guidati dagli algoritmi, il che fa sorgere seri dubbi su chi si assume la responsabilità delle decisioni. È cruciale capire quanto sia importante – e inevitabile – la trasformazione digitale, ma è altrettanto importante capire come ciò influenzi il processo democratico, che si basa sulle scelte di corpi legislativi che sono legati alle procedure e devono rendere conto del loro operato. I pericoli legati a pregiudizi discriminatori, che possono finire – anche senza volerlo – nei calcoli degli algoritmi, insieme alla difficoltà di capire come funzionano questi sistemi, rendono l’IA poco compatibile, in certi casi, con i principi della democrazia. Se pensiamo che chi ha il potere deve rispettare la dignità umana e la democrazia, soprattutto per quanto riguarda i diritti delle persone, una legge che sia “sostenibile” dal punto di vista politico deve rispondere a una necessità primaria: pensare alla democrazia in una prospettiva d’insieme, che preveda un equilibrio in grado di contribuire alla costruzione di un ambiente digitale pluralista.

Gabriele Giacomini analizza queste dinamiche nel suo libro Il trilemma della libertà (La nave di Teseo, Milano, 2026) fornendo una prospettiva lucida e illuminante sulle sfide che le società moderne si trovano ad affrontare. A parere dell’autore, per comprendere il nesso tra tecnologia e libertà non si deve guardare solo agli aspetti tecnici, ma anche alle scelte politiche: i progressi tecnologici non sono neutri, bensì il frutto di decisioni politiche e sociali ben precise. Lo ricorda anche Carlo Galli, nel suo ultimo libro, Tecnica (il Mulino, Bologna, 2025). Giacomini rileva come una delle maggiori difficoltà risieda nel fatto che è complicato assicurare, nello stesso momento, la libertà delle persone, uno Stato dotato di autorità e una forte espansione delle imprese digitali. Questa situazione viene definita come “il trilemma della libertà digitale”. Riuscire a trovare un punto d’incontro tra le esigenze e gli scopi di questi tre attori rappresenta una delle sfide più ardue per le nostre comunità. In poche parole, il nocciolo del trilemma è questo: si può scegliere di mettere un freno alle libertà individuali, dando agli Stati e ai colossi del digitale la possibilità di collaborare gomito a gomito, ma a farne le spese sarebbero i cittadini; oppure, si può dare carta bianca alle compagnie digitali, offrendo loro l’opportunità di offrire servizi sempre più efficienti, però a costo di indebolire il ruolo dello Stato e i suoi doveri verso l’equità sociale; infine, si può sostenere la libertà dei cittadini con l’appoggio dello Stato, anche se ciò potrebbe frenare il progresso tecnologico. In sostanza, solo due di questi attori possono avere la meglio, a scapito del terzo. Ogni scenario, inoltre, porta con sé una specifica idea di libertà.

Giacomini suggerisce dunque tre scenari possibili. Nel primo, gli Stati e le compagnie digitali stringono un patto grazie al quale diviene possibile assicurare servizi efficienti e garantire il massimo della sicurezza. I cittadini pagano però un prezzo: “la libertà soffocata”, in cui la privacy è a rischio e viene meno il controllo democratico sui dati. I regimi autoritari attuali sono esemplificativi di questo scenario.  Pensiamo alla Cina, dove l’uso massiccio della sorveglianza permette allo Stato di tenere d’occhio ogni aspetto della vita dei suoi cittadini. I sistemi di “credito sociale” e il riconoscimento facciale sono strumenti di controllo estremamente invasivi, che schiacciano la libertà personale con il pretesto di assicurare l’ordine e la  sicurezza. Nel secondo, “la libertà economicista”, si guarda al portafogli. Se le grandi piattaforme agiscono senza freni e i cittadini usufruiscono di servizi digitali sempre più su misura, ne deriva una libertà che sembra infinita, focalizzata su efficienza e acquisti. I cittadini hanno a portata di mano la comodità di servizi e strumenti particolarmente efficienti, ma lo Stato perde forza e possibilità di controllo. La società rischia di farsi guidare unicamente dalla logica del profitto: le persone diventano consumatori e i rapporti sociali si trasformano in merce. 

Gabriele Giacomini, Il trilemma della libertà. Stati, cittadini, compagnie digitali, La Nave di Teseo, 2025, 320 pp., 20€.

Nel terzo, la libertà “politica”, gli Stati e i cittadini sperimentano una sinergia capace di governare le compagnie private, garantendo che lo sviluppo tecnologico rispetti i valori e le finalità dei cittadini e dell’organizzazione statale di cui sono membri. La libertà non viene repressa e non è nemmeno limitata alle dimensioni individualistiche e commerciali. In questo caso, lo Stato regola l’uso della tecnologia per evitare abusi e proteggere la privacy, facendo in modo che il progresso digitale serva a tutti. Anche se questo modello può frenare l’innovazione, perché le aziende devono rispettare regole e limiti, offre una libertà autentica: la chance per i cittadini di partecipare alla vita politica, dire la loro e proteggere i propri diritti. Questo scenario ipotizza un sistema per sua natura in contrasto con i regimi autoritari e, invece, in linea con una società democratica e liberale. È per questo che si può parlare di “libertà politica”. Questa configurazione non si può verificare in un regime autoritario, ma soltanto nelle democrazie. Si possono trovare segnali incoraggianti in questo senso nelle varie democrazie europee; ad esempio, il GDPR sui dati personali mostra come sia possibile bilanciare innovazione e difesa dei diritti. Qui, la libertà politica diviene un valore chiave: la tecnologia deve essere al servizio della società, e non il contrario. Questo scenario è coerente con la filosofia liberale classica, che vede lo Stato non come un ostacolo alla libertà, ma come un garante dei diritti fondamentali, capace di tutelare i cittadini dagli abusi, anche tecnologici. Il trilemma risiede proprio in questo: è possibile avvantaggiare solo due attori alla volta, mentre il terzo ne subisce inevitabilmente le conseguenze negative. Questa condizione genera attriti, compromessi e veri e propri dilemmi, che al giorno d’oggi influenzano la vita di tutti i giorni e il futuro delle società democratiche.

Giacomini mette in chiaro che una soluzione perfetta non esiste. Qualsiasi decisione implica compromessi, costi e conseguenze non volute. Comunque, tra le tre forme di libertà, quella politica è la base imprescindibile di una democrazia liberale. Il progresso tecnologico, per quanto essenziale e necessario, deve sempre fare i conti con i principi di libertà e giustizia: se questi vengono messi in discussione, deve fare un passo indietro. Il trilemma non è solo teoria, ma ci riguarda da vicino. Ogni e-mail che mandiamo, ogni app che usiamo, ogni piattaforma che scegliamo rientra in questo delicato equilibrio tra Stato, cittadini e tecnologia. Le nostre scelte quotidiane influenzano la libertà politica, l’autonomia individuale e il ruolo della tecnologia nella società. La domanda che Giacomini ci pone è cruciale: come possiamo garantire che la libertà politica venga preservata in un mondo digitale in continua evoluzione?

Il trilemma della libertà ci offre una lezione importante: la tecnologia può essere un grande aiuto per la libertà, ma può anche comprometterla se non è guidata da principi etici e politici coerenti con i valori liberali e democratici. La vera sfida del XXI secolo non consiste solo nell’innovazione, ma nella capacità di valorizzarne i risultati senza compromettere ciò che rende una società veramente libera e democratica. La libertà non è una conseguenza automatica della tecnologia; è il risultato di scelte consapevoli, partecipazione attiva e responsabilità politica. La digitalizzazione ha il potenziale di migliorare le nostre vite, ma solo se le decisioni che ne derivano tengono conto della libertà politica, della giustizia sociale e della dignità dei cittadini. In questo contesto, “il trilemma della libertà” non è solo un libro sull’economia digitale o sulla politica tecnologica, ma un vero e proprio appello al cittadino del mondo moderno: ci invita a pensare, a fare scelte e a partecipare attivamente, ricordandoci che la libertà non è mai garantita e che la democrazia richiede attenzione, consapevolezza e vigilanza.


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