“De Morte”: il testamento intellettuale di Ottiero Ottieri

La figura di Ottiero Ottieri sorprende a ogni passo della sua opera, e la sua opera, rigorosamente al di fuori di ogni canone, in un impasto di poesia, letteratura industriale, sociologia, diario in pubblico e autofiction psicopatologica, rappresenta una delle testimonianze più sincere e illuminanti per comprendere il retroterra culturale e spirituale del secondo Novecento italiano. Nato nel 1924 a Roma e morto a Milano nel 2002, sposato con Silvana Mauri, la nipote di Valentino Bompiani, Ottieri ha attraversato alcune delle esperienze socio-culturali chiave dei suoi anni, come la Mondadori dei primi anni cinquanta, l’universo di imprese e di valori che ruotava attorno ad Adriano Olivetti, le redazioni di riviste come la Fiera letteraria di Alba de Céspedes e Il Menabò di Vittorini e Calvino, il tavolo di scrittura de L’Eclisse di Michelangelo Antonioni al fianco di Tonino Guerra, la teoria e la pratica della sociologia, della psicoanalisi e della psichiatria. Vincitore del premio Viareggio per la saggistica nel 1966 con L’irrealtà quotidiana, candidato nel 1972 al premio Campiello con Il campo di concentrazione, e nominato anche allo Strega per questo libro e per Contessa nel 1976, Ottieri sviluppò anche una significativa produzione poetica aperta nel 1971 con Il pensiero perverso e terminata nel 1996 con Il poema osceno. Nell’eterogenea opera ottieriana, non sorprende più di tanto ritrovare anche un curioso esperimento di saggio autobiografico tra gli ultimi titoli: il De Morte, originariamente pubblicato da Guanda nel 1997 e adesso ripreso da Utopia Editore nel 2025, nell’ambito di un più ampio piano editoriale di riscoperta dell’opera di Ottieri.

Aperto da tre citazioni di Dante, Gioacchino Belli e Vivian Lamarque, e dedicato allo psichiatra Luigi Galimberti, De Morte sin dal titolo latineggiante si presenta come una riproposizione post-moderna degli antichi trattati sull’ars moriendi degli autori classici e cristiani. “Ora non voglio pensare che alla morte in sé. Tutto ciò che mi distrae, lo caccio via, non voglio divagazioni. Mi avvicino alla morte e fuggo da essa, come un vero tanatofobo e un vero uomo. Sono vecchio ma non penso alla morte solo per questo. Fatte le debite proporzioni, Leopardi reagiva fortemente se gli dicevano che era pessimista perché era infelice”, scrive Ottieri nelle prime pagine. “L’idea della morte è sempre giusta, perché ha ragione. Ci penso troppo? Le dosi di una filosofia del limite non sono mai troppo alte”. Il gusto di Ottieri per le formulazioni al tempo stesso cupe ma sferzanti e una commistione di saggistica, memoir, riflessione privata e intermezzi narrativo-dialogici rappresentano le due caratteristiche più precipue di De Morte, che rappresenta uno dei punti più alti e meglio riusciti della produzione del suo autore.

Nella scena letteraria italiana di fine anni novanta, l’Ottiero Ottieri del De Morte ha ben pochi autori affini – si dovrebbero forse cercare nella poesia degli anziani maestri di quegli anni e nella produzione romanzesca più giovanile. In qualche pagina del De Morte viene in mente anche Emil Cioran, allora recentemente scomparso, ma se il pensatore romeno dispiegava il suo pessimismo soprattutto su un piano filosofico, esistenziale e metafisico, lo sguardo di Ottieri non perde mai la prospettiva sociologica, come quando scrive: “l’idealizzazione della competitività fa strage d’ogni altro mezzo o fine. La fissazione sulla competitività economica, sul dogma della moneta, brucia ogni chiazza di verde, ogni foresta come un lanciafiamme, ischeletrisce la città. Le fotografie divengono radiografie. Spariscono le ragazze e rimangono le modelle”.

Ottiero Ottieri, De Morte, Utopia, 2025, 128 pp., 18€

Il De Morte è un saggio sommamente divagatorio, e le riflessioni su quella nox perpertua una dormienda unde negant redire quemquam annunciate sin dal titolo si alternano a pagine di osservazione sociale, di filosofia dei costumi e di analisi anche economica sull’Italia dei sette decenni vissuti da Ottieri: “se, nell’ambito capitalistico, molte famiglie italiane sono passate in tre generazioni da tane di terra all’università, con un riscatto formidabile e rapido, rimane che Schumacher prende settanta-ottanta miliardi l’anno, e sembra uno scandalo che un operaio della Fiat sui due milioni al mese voglia duecentomila lire in più, poiché così incepperebbe il meccanismo fatale, unico, fino a ridurre alla fame lui e il suo paese. È questo uno scandalo per tutti e per noi”. Particolarmente interessanti le riflessioni di Ottieri sulle televisioni private, il cui carattere discontinuo e dispersivo di entertainment divertissement viene assurto dall’autore a carattere fondamentale della società di quegli anni: “è stato un canale della televisione commerciale, Italia 1, a dare inizio alla frantumazione dell’intrattenimento, dell’informazione, e delle bellezze naturali (donne e paesaggi tropicali, eccetera). Questa frantumazione riecheggia la parcellarizzazione del lavoro industriale che ha dato poca gioia al lavoro, ma molto al profitto”.

Il De Morte di Ottieri resta però innanzitutto una testimonianza autentica e appassionata sulle inquietudini del suo autore, riflesse anche nello stile ondivago e oscillante tra i generi che caratterizza il libro. Così come raccolte di versi quali Il pensiero perverso La corda corta, non meno di romanzi del tipo de Il campo di concentrazione Contessa, affrontavano senza finti pudori e in una forma tutt’al più vagamente traslata l’esperienza di Ottieri con la depressione e i ricoveri psichiatrici, il De Morte ci mostra il suo autore ormai anziano, “laico di mente non d’animo”, interrogarsi sulla morte nella sua brutale essenzialità, distratto di tanto in tanto dalle sfide e dalle questioni che ancora gli vengono dalla società contemporanea. Parafrasando un brano di Patrizia Valduga, da lui definita la migliore poetessa contemporanea, Ottieri scrive “io sono intimo con la morte. Non me ne vanto, familiarizzo con essa, sono suo cugino”. Riflettere sulla morte e prepararsi ad affrontarla diventa per Ottieri anche un’occasione per una rivalutazione complessiva del suo percorso intellettuale, che si svolge, senza sorpresa, sotto il segno dell’autocritica: “senza accorgermene, sono stato un falco scientista, un laico duro mentre oscillavo fra un Sisifo e un Giobbe attaccati alla ragione per non perderla. Ero figlio del mio tempo, già permeato di tecnoscienza, un ricercatore di strumenti razionali e meccanicistici, per dominare subbugli, che formavano una malattia”. L’ironia morbosa di Ottieri presto si espande su tutto il milieu culturale a cui lui era bene o male appartenuto – “chi siamo noi? Siamo i demonizzati intellettuali di sinistra che ci rifacciamo vivi”. La sua non è però una critica maliziosa e fine a sé stessa, presenta anche dei momenti relativamente propositivi: “mettiamo che la voga di violenza e sesso declini. Che cosa la sostituirà? La cultura di una sinistra, anche nuova, è in sé tediosa. Attenti! Occorre un moralismo divertente” – un appello lanciato nel 1997 che ad oggi non è stato ancora raccolto dalla classe intellettuale italiana.

Come ogni “buon” testo pessimistico ed escatologico dell’età moderna, il De Morte di Ottiero Ottieri porta con sé una buona dose di catarsi apotropaica catarsi apotropaica. In una scena letteraria che già in quegli anni si andava atrofizzando, Ottieri ha il coraggio di porre ancora una volta le domande più radicali e scomode dell’esistenza, stavolta inquadrata non più nell’anonimato del lavoro operaio come in Donnarumma all’assalto ed altri dei suoi primi testi del periodo “industriale”, o nello stridore della depressione e della nevrosi raccontate ne Il campo di concentrazione, Contessa e nelle prime raccolte di versi degli anni settanta, ma come vita umana nella nudità del suo rapporto essenziale con la morte. Il De Morte conferma un’impressione che già Il pensiero perverso poteva dare del suo autore: con Ottiero Ottieri ci troviamo davanti a quello che è forse stato l’autore più inquieto dell’ultimo Novecento italiano.


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