Israel Knohl è una delle voci più originali e autorevoli dell’esegesi biblica contemporanea. Professore all’Università Ebraica di Gerusalemme, ha dedicato la sua ricerca a un nodo che percorre sotterraneamente tutta la tradizione ebraico-cristiana: il mistero del Messia. La sua tesi più radicale, che anima La disputa messianica. Farisei, sadducei e la morte di Gesù – recentemente pubblicato da Adelphi con la cura editoriale di Elisabetta Zevi e la traduzione di Margherita Pepoli – è che la morte di Gesù non fu il risultato di un conflitto tra ebrei e cristiani, allora inesistente, ma di una lotta intestina all’ebraismo: farisei da un lato, sadducei dall’altro.
La disputa messianica ricostruisce la nascita, lo sviluppo e il conflitto delle idee messianiche nell’ebraismo antico, fino al processo e alla morte di Gesù, proponendo una lettura che sovverte interpretazioni consolidate. Knohl individua all’origine della composizione biblica due correnti distinte: quella sacerdotale, fondata sulla Trascendenza assoluta di Dio; quella profetico-regale, che invece attribuisce al re d’Israele un’aura divina. Da questo secondo filone nasce l’idea messianica: un futuro re davidico, dotato di giustizia e potere sovrumani.
Qui si instaura il conflitto tra le profezie di Isaia e la condanna della regalità, come blasfemo tentativo di sostituzione simbolica del Divino, da parte di Osea. Questa distanza nel I secolo si riproporrà nella differenza profonda fra i farisei, credenti nell’avvento imminente del Messia, e i sadducei, che rifiutano questa prospettiva escatologica. Per l’autore la morte di Gesù nasce dall’impatto tra queste due visioni interne all’ebraismo, non da un contrasto tra ebrei e cristiani. Il sinedrio che giudicò Gesù non era farisaico, ma sadduceo, quindi automaticamente ostile a qualsiasi idea di Messia divino. Da questa considerazione Knohl fa derivare il sostegno storico alla tesi del Concilio Vaticano II che “scagionava” gli Ebrei come responsabili della morte storica del Cristo, considerando anche che la decisione giudiziaria finale apparteneva al potere romano: Gesù non sarebbe stato rifiutato e condannato dall’intero popolo ebraico, ma solo da una casta sacerdotale da sempre contraria alla visione messianica. Abbiamo avuto la possibilità di porre alcune domande all’autore.
Ludovico Cantisani & Adriano Ercolani: Il tuo saggio si apre con un ricordo di un episodio a cui lei ha assistito qualche anno fa, in occasione del Capodanno ebraico, al Muro del Pianto di Gerusalemme, quello della compresenza di un gruppo di seguaci di Rabbi Yisroel Ber Odesser, che credono che nel giorno di Capodanno nel Tempio di Gerusalemme viene incoronato il re della Casa di Davide quale re di Israele, e un gruppo guidato da “un cabbalista dai capelli rossi vestito di stracci”, che “leggeva le parole delle preghiere con grande trasporto, ad alta voce e singhiozzando”, e che probabilmente si considerava l’incarnazione del servo sofferente di Isaia. Questa duplice cerimonia è da te letta come un riflesso della bivalente concezione ebraica della figura messianica. Qual è stato lo stimolo iniziale per te per scrivere La disputa messianica? Quali sono state le fonti principali del suo lavoro?
Israel Knohl: L’impulso di scrivere su questo argomento è nato in me per due ragioni: innanzitutto c’era un sentimento di dolore per la persecuzione degli ebrei in Europa nel corso dei secoli, culminata nell’Olocausto. Molti miei parenti sono morti in esso, compreso il mio defunto zio, da cui ho preso il nome, il dottor Israel Knohl. L’altra causa è stata il mio legame con i miei studenti cristiani: ho insegnato per dieci anni alla Pontificia Università “Angelicum” di Roma e ho anche profondi legami con una comunità cattolica vicino a Bologna. Le fonti principali del mio libro sono la Bibbia ebraica, il Nuovo Testamento, i Rotoli del Mar Morto e il libro apocrifo dei Salmi di Salomone.
LC&AE: Sempre nelle prime pagine del libro lei scrive che “il processo a Gesù fu un drammatico scontro tra due differenti approcci ideologici radicati nella Bibbia. Laddove le azioni di Gesù e il suo messaggio rappresentavano la posizione dei profeti e dei salmi, che attendevano la venuta di un Messia semi-divino, i giudici che lo condannarono a morte mantenevano la posizione opposta, la quale escludeva la possibilità stessa di un Messia”. Dal suo punto di vista, se Gesù fosse stato processato non dai sadducei, ma dai farisei, non sarebbe stato condannato a morte. A cosa ritiene sia dovuta la scarsa consapevolezza, in ambito cristiano, di queste diverse correnti e discussioni teologiche che caratterizzavano l’ebraismo ai tempi di Gesù?
IK: La disputa tra diverse sette ebraiche riguardo al messianismo non è stata ben documentata e discussa nemmeno tra gli studiosi ebrei. Sono il primo studioso a fare piena luce su questo tema.
LC&AE: Nel suo libro si evidenzia come in diversi passi della Bibbia, e in particolar modo nel libro del profeta Osea, ci sia una dimensione anti-regale: “per Osea”, scrivi nel secondo capitolo, “la dipendenza da un re, anche israelita, e dalla sua potenza militare costituiva un’infedeltà nei confronti di Dio”. Nella Bibbia si trova altresì anche una forte componente monarchica, con la celebrazione innanzitutto della Casa di Davide. A cosa pensi sia dovuto questo atteggiamento anti-regale da parte di Osea? Quanto questo filone di passi dell’Antico Testamento pensi possa aver influenzato, negli ultimi secoli, l’appartenenza di importanti intellettuali e politici di origine ebraica a movimenti democratici, anarchici e/o comunisti?
IK: Osea visse in un periodo storico difficile nel Regno del Nord. Durante i venticinque anni della sua attività (750-725 a.C.) regnarono non meno di nove re, quattro dei quali furono assassinati dai ribelli. Oltre all’impatto dell’attuale crisi politica, egli fu probabilmente influenzato dalla vecchia ideologia settentrionale: questa ideologia vede Dio come l’unico re legittimo di Israele e rifiuta la regalità umana. Questa teologia si riflette in diversi capitoli dei libri dei Giudici e di Samuele. Martin Buber ha discusso del tema nei suoi libri e le sue idee lo hanno portato a sostenere gli attivisti socio-politici in Germania, dopo la prima guerra mondiale.

LC&AE: Un passaggio del suo saggio reinterpreta un celebre passo di Isaia – “egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità… dalle sue piaghe noi siamo stati redenti” – escludendo completamente ogni traccia di messianesimo dal brano: “il servo sofferente del Deutero-Isaia”, lei scrive nel nono capitolo, “rappresentava l’intero popolo di Israele, o almeno i giusti al suo interno, dunque non poteva riferirsi al Messia”. Dal momento che nella tradizione cattolica questo passo è stato perennemente riferito a Gesù, può approfondire la sua contro-interpretazione?
IK: Condivido l’opinione di altri studiosi della Bibbia secondo cui il “Servo sofferente” è una figura collettiva. Il popolo di Israele è esplicitamente descritto come il Servo di Dio dallo stesso profeta in Isaia 41:8-9, 42:19-24, 44:1-3, 21 e 49:3. Alla luce di tutte queste scritture, vorremmo affermare che anche il Servo sofferente in Isaia 52-53 è una figura collettiva: l’intero popolo di Israele o il popolo giusto all’interno di Israele.
LC&AE: Nella sua introduzione al libro lei auspica apertamente che La disputa messianica possa contribuire a “dar vita a un nuovo dialogo fra ebrei e cristiani e contribuire a sanare questa relazione fondamentale”. Anche alla luce della dichiarazione del Concilio Vaticano II del 1965 che sancì come i cattolici non dovessero ritenere il popolo ebraico nel suo complesso colpevole della crocifissione di Gesù, come giudica l’attuale dialogo teologico e spirituale tra ebrei e cristiani?
IK: Sono lieto della dichiarazione del Concilio Vaticano II. Considero il mio libro come una prova scientifica a sostegno di questa dichiarazione.
LC&AE: Secondo il suo parere quanto le correnti cabalistiche e gnostiche hanno influenzato il dibattito sul tema del messianesimo nello sviluppo della storia della teologia ebraica?
IK: I cabalisti in linea di massima sostenevano l’ideologia messianica. Maimonide, che adottò una visione aristotelica della storia, era più scettico. Cercò di minimizzare il ruolo del Messia. Nella versione ebraica del mio libro, pubblicata cinque anni fa, ho incluso un capitolo su Maimonide e un altro capitolo sul moderno gruppo chassidico-messianico di Chabad-Lubavitch.
LC&AE: Il controverso pensatore ebreo Jacob Taubes, allievo ripudiato di Gershom Scholem, nel secondo Novecento formulò la tesi del “prezzo del messianesimo”, ovvero che la credenza ebraica nel messianesimo abbia cementato una tendenza alla passività sul piano storico, che ha portato in ultimo all’Olocausto. Come giudica questa riflessione di Taubes, anche alla luce dell’attualità? Qual è il suo giudizio su figure storiche del pensiero ebraico del Novecento, come Benjamin, Scholem e Taubes, in rapporto alla loro visione sul messianesimo?
IK: Ho incontrato personalmente Jacob Taubes una volta. Era una figura problematica. Tuttavia, concordo in parte con lui riguardo al gruppo messianico-chassidico. Alcuni dei leader di questi gruppi promettevano la redenzione ai loro seguaci invece di esortarli a cercare di fuggire in ogni modo possibile. Scholem era il più grande studioso del falso messia Sabbatai Zevi. Vedeva anche aspetti messianici secolari nel sionismo. Non so molto delle opinioni di Walter Benjamin su questo tema.
LC&AE: In generale, in quali opere della contemporaneità rivede l’influenza del dibattito messianico in seno all’Ebraismo?
IK: Isaiah Leibovitch è stato uno dei più grandi pensatori ebrei degli ultimi anni. Nelle sue diverse opere ha messo in guardia contro l’ideologia messianica di alcuni coloni di destra.
Ludovico Cantisani & Adriano Ercolani

