Una battuta di Groucho Marx recita: “Non sono sicuro di voler fare qualche cosa per i posteri. In fondo loro cosa hanno fatto per me?”. Questa frase riassume un atteggiamento tuttora molto diffuso, poiché l’assenza di reciprocità nelle relazioni di potere tra noi e i posteri sembra escludere la possibilità che vi siano obblighi morali (o almeno obblighi di giustizia) nei confronti delle generazioni future. E non a caso, tra le varie questioni di cui si occupa l’etica applicata, quella relativa alla giustizia intergenerazionale è una delle più complicate. E per molte buone ragioni, tra le quali una fondamentale: può sembrare illogico dedicare risorse ed energie per il benessere delle generazioni future quando si tratterebbe piuttosto di impegnarsi più attivamente a favore di una vita decente per i nostri contemporanei. Sarebbe, cioè, più opportuno lasciare che siano i posteri a occuparsi dei problemi che un giorno li riguarderanno direttamente e concentrarsi — già non sarebbe poco — sui problemi che assillano il nostro tempo.
Al di là della battuta, vi sono anche ragioni ulteriori che possono essere addotte a sostegno di questa posizione. Non pochi affermano che le nostre conoscenze si riducono nella stessa misura in cui il futuro diviene progressivamente sempre più remoto. Si può sostenere che non disponiamo di conoscenze sufficienti circa il modo con cui le nostre azioni attuali influenzeranno gli interessi di coloro che verranno dopo un numero indeterminato, ma sufficiente ampio, di anni — o perché non sappiamo quali effetti avranno sulla condizione dell’universo a quel tempo, oppure perché non possiamo farci alcuna idea di quali saranno i loro interessi. In questo caso, accettare l’obbligo di prendercene cura non implica che ci comportiamo diversamente dal modo in cui ci comporteremmo se non lo accettassimo. Possiamo decidere cosa fare senza doverci preoccupare di qualsiasi genere di conseguenze ciò possa avere nel futuro.
L’ignoranza sul futuro può essere invocata per negare che gli obblighi verso discendenti remoti abbiano alcuna implicazione pratica, così da poterli ignorare sentendosi a posto con la coscienza. I nostri doveri riguardano eventualmente la posterità immediata, per cui dobbiamo cercare di fare in modo di lasciare ai nostri immediati successori un mondo non peggiore di come lo abbiamo trovato.
Si tratta di una conclusione che rappresenta probabilmente l’idea più diffusa che chiunque è disponibile a farsi sui doveri verso i posteri, se li si intende come coloro nei cui confronti non vi sono affetti o sentimenti personali. Il dovere verso le generazioni future sarebbe in sostanza circoscritto all’impegno di lasciare ai nostri discendenti la stessa disponibilità di risorse e la stessa situazione di equilibrio ecologico in cui siamo vissuti. Si tratta però di una tesi non del tutto soddisfacente, perché gli effetti delle nostre azioni possono restare latenti e manifestarsi a lunga distanza. Anche se ignoriamo quali potranno essere i desideri e le preferenze dei posteri, è scarsamente verosimile che includano disposizioni favorevoli all’erosione dei terreni o all’inondazione di tutte le zone costiere a causa dello scioglimento delle calotte glaciali per effetto del mutamento climatico dovuto all’emissione di gas climalteranti di origine antropogenica.
Come se non bastasse, non disponiamo neppure di alcuna certezza in merito al fatto che i nostri discendenti si trovino davvero nella condizione di dover attingere alle risorse che attualmente ci si può proporre di conservare per loro, oppure che ne abbiano bisogno più di quanto ne abbiamo noi attualmente. Tanto più che stabilire in termini quantitativi una probabilità di questo genere è tutt’altro che agevole. Quante probabilità ci sono che gli scienziati più ottimisti abbiano ragione e che nel giro di qualche decennio la fusione nucleare, o l’energia solare, siano utilizzabili a nostro piacimento? O anche, accettando la tesi secondo cui la scoperta di nuove fonti di energia non basterà a risolvere i problemi delle generazioni future, come possiamo essere sicuri che i nostri tentativi di limitare la crescita nell’interesse della conservazione della biosfera non provochino catastrofici rivolgimenti politici e sociali e l’instaurazione di regimi autoritari o totalitari?
Secondo una influente tradizione di pensiero, l’essenza della moralità riposa sull’esigenza di garantire i presupposti che stanno alla base di una convivenza pacifica. Dato che gli esseri umani sono sostanzialmente uguali per quanto concerne la loro capacità di danneggiarsi a vicenda e dipendono dalla cooperazione reciproca per quanto riguarda le basi (materiali e non solo materiali) della loro esistenza, è vantaggioso per chiunque promuovere e difendere regole, valori e principi in grado di fornire agli individui motivazioni tali da indurli a rispettare gli interessi di tutti gli altri. È abbastanza evidente come una prospettiva impostata in questi termini non possa favorire l’idea di obblighi morali nei confronti di persone che sono destinate a vivere la propria vita centinaia di anni dopo la nostra scomparsa. Poiché infatti possiamo essere assolutamente certi che non ci troveremo mai nella condizione di doverle incontrare, possiamo essere sicuri che non si verificheranno mai le circostanze che potrebbero metterle in condizioni di presentarci il conto.
Tuttavia, è difficile credere che sia giusto trascurare completamente gli interessi di generazioni persino lontanamente future, nei limiti in cui abbiamo una qualche idea del modo in cui le nostre azioni presenti influenzeranno tali interessi. Una possibile risposta è quella che considera irrilevante, come già accade per il fattore-spazio (i diritti umani hanno valore ovunque perché sono universali), anche il fattore-tempo. Questo principio era stato formulato a suo tempo da Henry Sidgwick nel suo grande trattato di etica, I metodi dell’etica, in cui affermava che “la mera differenza di priorità o posteriorità nel tempo non costituisce un fondamento ragionevole per avere maggiore riguardo per la coscienza esistente a un certo momento piuttosto che a un altro” . Alcuni decenni dopo di lui, Rawls riaffermava lo stesso principio, sostenendo che “la semplice collocazione temporale, o la distanza dal presente, non è una ragione per preferire un momento a un altro”.
Nella letteratura sulla giustizia climatica si fa spesso ricorso ad analogie quando si tratta di illustrare la questione delle ingiustizie future. Un esempio molto discusso è stato proposto da Robert Elliot, il quale immagina una situazione in cui qualcuno colloca una trappola esplosiva in una capsula del tempo destinata a venire aperta in un secondo momento da una persona non ancora esistente. Se supponiamo che la trappola esplosiva infliggerà gravi ferite in un secondo momento, quello che faccio ora è chiaramente una violazione di un diritto di quella persona, anche se non di una attualmente esistente. Il fatto che la capsula venga aperta in un futuro imprecisato non fa differenza per l’ingiustizia dell’azione, e il fatto che la persona ferita dalla trappola sia viva al momento in cui è stata creata o debba ancora nascere (cioè, appartenga a una futura generazione) è del tutto irrilevante dal punto di vista morale. La persona ferita ha il diritto a non essere danneggiata e chi ha creato la trappola esplosiva ha un dovere, corrispondente a quel diritto, di astenersi dal fabbricarla. Per analogia, quindi, non ha importanza se le persone che hanno il diritto a non essere danneggiate dal cambiamento climatico antropogenico siano o siano state vive al momento in cui sono stati rilasciate nell’atmosfera concentrazioni nocive di gas serra: tutti gli esseri umani, inclusi quelli futuri, hanno il diritto alla vita, alla salute e a un tenore di vita decente.
Se è vera, allora, l’idea che postula l’irrilevanza morale del fattore-tempo, spetta alle generazioni presenti il dovere morale di favorire una distribuzione egualitaria delle capacità estendendo a tutti, non solo nello spazio ma anche nel tempo, l’eguale diritto a un livello adeguato di libertà individuale nel perseguire il piano di vita desiderato. E nella misura in cui è chiaro che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia ai diritti umani ampiamente riconosciuti, alla generazione attualmente vivente spetta il dovere di agire in modo da rispettare una clausola morale elementare, ossia che il benessere e le vite delle generazioni future non valgono meno di quelle delle generazioni presenti.

