Negli ultimi vent’anni, i Media Studies sono stati oggetto di un ripensamento radicale, che ha prodotto una trasformazione, progressiva ma profonda, sia delle metodologie di ricerca che delle finalità epistemologiche. L’approccio tradizionale che concepiva i media come canali neutri per la trasmissione di informazioni ha ceduto il passo a una prospettiva più complessa, in cui i media da strumenti passivi, vengono concettualizzati come dispositivi storicamente e culturalmente situati. In questo contesto, la riflessione sui media si è configurata come una ricerca sulle modalità con cui essi modellano la nostra percezione del mondo, i processi cognitivi e le relazioni sociali. La lezione di Walter Benjamin e Marshall McLuhan, che unisce la riflessione estetica a quella filosofica sui media, continua a costituire un fondamento teorico determinante e resta nel cuore di molte delle domande che ancora oggi i Media Studies pongono: cosa sono i media? Come mutano storicamente? Che tipo di interazione stabiliscono con la nostra esperienza sensoriale e sociale? Il medium oggi, curato da Paolo Giovannetti e Andrea Miconi ed edito da Carocci, si inserisce in questo solco, muvendosi oltre la mera introduzione didattica e tracciando un percorso teorico capace di individuare e interrogare le principali problematiche legate ai (nuovi) media. Come dichiarato nell’introduzione del volume, l’obiettivo del volume non è quello di risolvere un semplice esercizio di catalogazione dei media, ma affrontare tre questioni cruciali che orientano il dibattito accademico: la ricostruzione delle condizioni di esistenza dei media, il medium inteso come ponte tra percezione e mondo e la sua capacità agentiva.
L’architettura teorica del volume, sviluppata attraverso dieci saggi, costruisce un arco concettuale che si estende dalle analisi benjaminiane del medium – qui apparat – come strumento “che contribuisce all’organizzazione del campo in cui avviene l’esperienza sensoriale” (p. 22) fino alla riformulazione mcluhaniana del medium come ambiente (p. 63), passando attraverso riflessioni più recenti sulla materialità e sulla struttura delle piattaforme digitali. Il percorso non è presentato in maniera cronologica, ma tematica e concettuale, in quanto ogni contributo si inserisce all’interno di una discussione che riguarda il rapporto tra tecnica, sensibilità e forma di esperienza. Il primo saggio, firmato da Antonio Somaini, fornisce la chiave teorica per leggere tutta la raccolta, affrontando in modo approfondito la teoria dei media di Walter Benjamin. Somaini esamina il concetto di medium come un dispositivo storico che modella la percezione umana: il concetto benjaminiano di medium è posto in relazione con la storicità della percezione, una realtà fluida in grado di cambiare in risposta agli sviluppi tecnologici e sociali. Come scrive Somaini, “l’idea che la percezione abbia una storia e che questa storia sia determinata dal modo in cui un insieme in costante evoluzione di Apparate tecnici continua a riorganizzare il Medium della percezione” (p. 22) d’altronde è già al centro di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Questo spostamento di prospettiva, che collega i media alla storia della percezione sensoriale, permette a Benjamin di analizzare il passaggio dalla cultura artigianale alla modernità industriale e tecnologica, in cui l’esperienza estetica viene continuamente mediata dalla tecnica.
Il saggio di Elena Lamberti, incentrato su Marshall McLuhan, amplia e contestualizza la riflessione benjaminiana. Lamberti esplora il pensiero di McLuhan, restituendo la complessità di un impianto teorico spesso ridotto a un aforisma e a slogan. Intendere il medium come forma, o meglio come milieu, significa riconoscere – secondo McLuhan – che ogni medium agisce direttamente sulle percezioni e sul corpo, prima ancora che sui contenuti che veicola. Il medium diventa l’ambiente attraverso cui passano le esperienze sensoriali e cognitive: come scrive Lamberti, la sua idea di “massaggio” è la metafora che più di ogni altra descrive la capacità del mezzo di agire su di noi a livello tattile, fisico e cognitivo. Il saggio di Peppino Ortoleva, Media: per una storia, fornisce un importante contrappunto storico alla riflessione teorica. Ortoleva articola una “storia riflessiva” dei media, focalizzandosi sul modo in cui essi si configurano come le condizioni stesse della possibilità di pensare e di registrare la storia: “La storia dei media è inscindibile dalla riflessione su come i media, modificandosi nel tempo, hanno modificato e modificano la nostra idea, e la nostra pratica, della storia più in generale” (p. 80). Ortoleva, quindi, non limitandosi a documentare il mutamento dei media, esplora questi ultimi come dispositivi capaci di determinare ciò che può essere archiviato, memorizzato e ricordato. La storicità dei media si intreccia, dunque, con la storicità stessa della memoria e della coscienza storica.

Nel contributo di Pietro Montani, che affronta il tema della sensibilità negli ambienti mediali, viene esplorata la dimensione fenomenologica del rapporto tra corpo e mediazione tecnica. Montani sviluppa una lettura tecno-estetica che collega la percezione umana all’ambiente mediale, come una “seconda natura” che il vivente umano costruisce nel corso della sua evoluzione. La dimensione biologica si intreccia, qui, con quella culturale, mostrando come una peculiarità del medium sia quella di creare nuovi ambienti cognitivi, in cui il confine tra il corpo e la tecnologia diventa sempre più sfumato. I contributi successivi declinano la teoria in direzione delle scienze sociali e della cultura digitale. Paolo Magaudda considera i media come dispositivi sociotecnici, integrando le teorie dei Science and Technology Studies: i media, lontani dal possedere un’essenza predefinita, secondo Magudda sono il frutto di un processo sociale che coinvolge pratiche e dinamiche collettive: “Uno dei contributi principali degli STS allo studio dei media è confutare l’idea che i media possiedano un’essenza che li definisce a priori” (p. 141). L’analisi delle infrastrutture digitali, delle pratiche di appropriazione e addomesticamento e delle dinamiche di potere mostra come la tecnologia e la società siano costantemente in relazione. Nel saggio di Paolo Bory e Gabriele Balbi, il concetto di limite diventa centrale all’interno dell’ampia riflessione sul medium. I media vengono descritti come le soglie che definiscono la possibilità stessa della comunicazione e, al contempo, come dispositivi che impongono limiti, che vanno sia riconosciuti che regolati, poiché “ogni estensione non è irreversibile: ogni tecnologia può essere tolta di circolazione” (p. 165); limiti che devono essere considerati essenziali per una responsabilizzazione sociale e politica dei media.
Il volume si chiude con contributi che fungono da case studies, proponendo esempi concreti di come i media si declinano nella contemporaneità. Rodolfo Sacchettini analizza la trasformazione della radio nell’era del podcast, Giuliana Benvenuti esplora il fenomeno del franchising transmediale e la figura del prosumer, mentre Paolo Giovannetti indaga le forme di inter- e trans-medialità nella letteratura. Questi contributi mostrano, attraverso esempi concreti, come i media abbiano modificato, oltre alla nostra percezione, anche le modalità di partecipazione culturale e produttiva. Il Medium Oggi si distingue per la sua capacità di combinare teoria e applicazione pratica, riflettendo sull’evoluzione dei media a partire da una solida base teorica che integra le intuizioni benjaminiane e mcluhaniane con le sfide contemporanee. In tal modo, il libro si propone non solo come una rassegna degli sviluppi storici dei media, ma come una risorsa teorica utile per orientarsi nella complessità degli ambienti mediali contemporanei.

