ChatGPT e le intelligenze artificiali: ripensare l’IA tra tecnica, cultura e creatività. Intervista con Alberto Romele e Davide Picca

Quattro anni fa, nel 2022, ChatGPT veniva rilasciato per la prima volta al pubblico e fin da subito si ebbe la sensazione che qualcosa stesse cambiando. All’epoca era disponibile la versione 3 del modello di OpenAI, oggi siamo alla 5, con prestazioni sempre più avanzate e l’integrazione della capacità di generare non solo testi, ma anche immagini e video con estrema facilità. Guardare oggi alla vita pre–intelligenza artificiale sembra quasi affacciarsi su un passato più remoto di quanto quei quattro anni non lascino intendere, a testimonianza della rapidità e densità del cambiamento in atto. È cambiata la vita personale, quella professionale, lo studio e persino il web, recentemente attraversato dal fenomeno dei brainrot e saturo di dibattiti, ironia e immagini generate dall’IA. Eppure, se nel 2022 è stata rilasciata la versione 3 di GPT, significa che questa trasformazione già prima era iniziata: la cosiddetta rivoluzione dell’intelligenza artificiale ha una storia molto più lunga, che affonda le sue radici almeno nella conferenza di Dartmouth del 1956 e, ancora prima, nel lavoro di Alan Turing durante e dopo la Seconda guerra mondiale.

L’IA non è solo una questione di modelli, prestazioni e innovazione tecnologica, ma riguarda il modo in cui interagiamo con questi strumenti, ciò che ci aspettiamo da essi, l’idea che ci facciamo della loro “intelligenza” e il loro impatto sui nostri processi cognitivi e creativi. Può l’IA aprire a nuove forme di soggettivazione, oppure rischia di rafforzare quella parte di noi meno critica e più pigra?

Ne discute Alessio Martino con Alberto Romele, professore associato di teorie dei media e comunicazione all’Università Sorbonne Nouvelle di Parigi, e con Davide Picca, professore di Linguistica computazionale all’Università di Losanna. I due sono autori di ChatGPT e le intelligenze artificiali. Una biografia intellettuale (Fandango, 2025), un testo che analizza le basi tecniche dell’IA generativa e insieme ne offre una prospettiva di più ampio respiro teorico. L’obiettivo non è né venerare queste tecnologie né respingerle con distacco, ma imparare a interagire consapevolmente con esse, non per anestetizzare il nostro rapporto con il mondo, bensì per renderlo più vivo.

Con quale urgenza avete deciso di scrivere questo testo e come avete organizzato la sua stesura?

 La stesura di questo libro nasce dalla necessità impellente di confrontarsi con un progresso tecnologico senza precedenti, capace di generare sentimenti contrastanti, dallo spaesamento alla curiosità, dalla preoccupazione alla speranza. Abbiamo cercato di organizzare il lavoro seguendo un approccio che non separa l’elemento umano da quello tecnico. Il testo è infatti il risultato di un’alleanza tra noi autori e ChatGPT. In particolare, ChatGPT è stato utilizzato non solo come strumento di consultazione, ma come un vero e proprio assistente editoriale per uniformare lo stile e rendere i concetti più accessibili. Abbiamo praticato una forma di collaborazione uomo-macchina, dove ogni output algoritmico è stato costantemente sottoposto a validazione, revisione e integrazione critica. Nel libro, parliamo esplicitamente di un «prompting intelligente» – un concetto ispirato alle «abitudini intelligenti» di Dewey. Insomma, siamo convinti che ricorrere a ChatGPT non sia per forza segno di pigrizia del pensiero, anzi. Gli esseri umani sono innanzitutto esseri d’abitudine, ma l’abitudine può essere sclerotizzata oppure plastica. Ecco, nel lavoro di stesura del libro abbiamo cercato di restare plastici nelle nostre interazioni con ChatGPT, così come con tutti gli altri strumenti tecnici e documentali che abbiamo usato: dalla tastiera dei nostri computer fino a Zotero. Per altro, la paura degli effetti di una tecnologia sulle capacità cognitive umane è vecchia almeno quanto il Fedro di Platone. Ben inteso, ciò non significa che non ci siano stati, di recente, dei salti che non sono qualitativi ma anche ontologici – c’è una bella differenza, in effetti, tra usare carta e penna, che pure sono delle tecnologie, e usare una IA generativa. 

Il libro offre una chiara ricostruzione storica e tecnica dello sviluppo della Intelligenza Artificiale (IA), aspetto non spesso affrontato in favore di notizie sensazionalistiche. Qual è la miglior mappa secondo voi per orientarsi oltre l’inconsapevolezza in questo presente così trasformativo?

 Per orientarsi oggi non basta comprendere l’innovazione tecnica; bisogna riconoscerne le radici filosofiche e culturali. La mappa che proponiamo invita a vedere l’IA come l’esito di un lungo percorso intellettuale che ha sempre privilegiato la ragione logica e calcolabile rispetto all’intelligenza pratica, intuitiva e flessibile. Oltre l’inconsapevolezza, la via d’uscita risiede nello sviluppo di una «riflessione agonistica»: dobbiamo rifiutare l’idea che non ci siano alternative all’attuale sviluppo tecnologico, aprendo invece spazi di dissenso e dibattito critico. Capire l’IA significa vederla non solo come un insieme di circuiti, ma come un fenomeno culturale alimentato da narrazioni che plasmano profondamente la nostra percezione della realtà. Il libro ha per questo una struttura a specchio: da un lato, l’IA trattata come fatto tecnico; dall’altro, come fatto sociale e culturale. Sono i due lati della stessa medaglia, perché l’efficacia e la diffusione dell’IA nella nostra cultura e nelle nostre società dipende anche dalle storie che ci raccontiamo su di essa, dalle nostre paure e dalle nostre speranze. A loro volta, i nostri immaginari sono trasformati dall’irruzione nelle nostre vite individuali e collettive di simili tecnologie. 

IA come pappagallo, specchio, giardinaggio o bullshitter: metafore per chiarire e capire alcuni aspetti di IA e del nostro rapporto con essa. Quali sono i maggiori fraintendimenti?

Le metafore sono strumenti potenti per svelare ciò che il linguaggio tecnico spesso nasconde. Il pappagallo ci ricorda che l’IA può ripetere parole senza comprenderne il senso; lo specchio ci avverte che la tecnologia riflette e amplifica i pregiudizi della società che l’ha istruita. L’idea dell’IA come bullshitter (contaballe) è cruciale: la macchina non mente con intenzione, semplicemente non ha alcun interesse per la verità, puntando solo a produrre risultati che appaiano plausibili. Il fraintendimento maggiore è considerare l’IA come un’entità neutrale o dotata di una mente simile alla nostra. Spesso finiamo per «pregare» la macchina attraverso i nostri comandi (prompt), sperando che faccia ciò che le chiediamo di fare, ponendoci in una posizione di sudditanza verso uno strumento che, in realtà, è un prodotto umano opaco. Nel libro ricorriamo alla distinzione filosofica tra metafore bianche e metafore vive: le prime sono metafore morte, metafore il cui carattere metaforico è in qualche modo dimenticato, e che proprio per questo continuano a operare, ma in maniera silenziosa, subdola quasi. La stessa espressione «intelligenza artificiale» è una di queste, così come lo sono espressioni che hanno o hanno avuto una hype nella recente storia del digitale come «cloud computing», «big data», etc.; le seconde sono metafore che «danno da pensare» – come i simboli di cui parla Ricœur. Le metafore dell’IA qui sopra elencate sono tra queste. Hanno un valore euristico incredibile, nella misura in cui permettono di toccare e riflettere su questioni che non riguardano solo il funzionamento delle IA generative, ma anche le relazioni difficili e a volte pericolose che intratteniamo con esse. 

Alberto Romele, Davide Picca – ChatGPT e le intelligenze artificiali. Una biografia intellettuale (Fandango, pp. 192, €12, 2025)

Nel testo si parla di creazione e di creatività, sono questi concetti messi in crisi dall’IA?

Sì, ma in un senso forse meno scontato di quel che si pensa di solito. In effetti, ciò che secondo noi le macchine di IA generativa mettono in crisi, è la superbia dell’uomo romantico e, con essa, la nozione di genio. Ciò che le IA generative rivelano, in effetti, è che dietro la creatività ci possono essere anche solo dei pattern, dei modelli statistici, etc. D’altronde, le digital humanities e la cultural analytics, trattando grandi corpora di testi, immagini e suoni, ci avevano già avvertito del fatto che la ripetizione, l’abitudine, si nasconde spesso dietro quelli che pensiamo essere i nostri momenti più creativi, autentici e originali. Questo non cancella la creatività, ma ne abbassa le pretese: essa si inserisce negli interstizi –potremmo quasi dire nei glitch, se volessimo usare una metafora informatica– tra una ripetizione e l’altra. E oggi vediamo sì tanta noia nell’uso delle IA generative: la condanna di un professore universitario come noi, il nostro girone infernale, consiste nel leggere e rileggere parole giuste, dotate di senso, ma prive di significato, prodotte dagli studenti – ma anche, siamo onesti, dai colleghi. Eppure, vediamo anche apparire qui e là dei veri e propri «colpi di genio». Non pensiamo tanto agli artisti che usano l’IA generativa – bravi, bravissimi, ma pur sempre un’élite – quanto a quegli individui che per primi hanno generato video con Cristiano Ronaldo che vende kebab, Michael Jackson che lavora da KFC, etc. Questo ci dà grande fiducia nella creatività – e nell’ironia – umana.   

Il testo discute le immagini stock della IA, che cosa si intende e perché sono importanti?

Il testo dedica un certo spazio in effetti a queste immagini stereotipate che si possono comprare sui cataloghi online di agenzie come Getty Images e Shutterstock. Per quale motivo? Innanzitutto, per mostrare che il kitsch di certe immagini prodotte dall’IA non viene dal nulla, ma da quelle immagini, le immagini di stock appunto, con cui le IA generative sono state massivamente allenate. In secondo luogo, perché la storia delle immagini di stock è la storia, che inizia tra la prima e la seconda Guerra Mondiale, della domesticazione delle immagini, che sono state prima «descritte» con parole chiave e tag, poi catalogate e infine rese disponibili attraverso ricerche sempre più automatizzate, oggi algoritmiche. Ciò è importante per capire che l’industrializzazione e la digitalizzazione della cultura, e dunque la sua monetizzazione, non è un fenomeno che inizia con l’IA generativa. Infine, c’è una questione che secondo noi è allo stesso tempo affascinante e preoccupante: oggi le immagini che vengono usate per rappresentare l’IA sono sempre più create dall’IA stessa. Ciò significa che l’IA crea le sue stesse condizioni di possibilità di ordine simbolico, ovvero la maniera in cui noi umani siamo portati a immaginare l’IA. E la maniera in cui noi immaginiamo l’IA ha degli effetti concreti sulla sua implementazione nella realtà sociale: se un’IA è rappresentata come robot bianco e liscio, senza frizioni, questo aumenterà per esempio la sua accettabilità.  

È l’IA un viaggio con biglietto di sola andata? Come sta cambiando il nostro rapportarci tra noi, con gli altri e con il mondo?

L’IA sta cambiando il nostro rapporto con il mondo riducendo lo spazio per l’azione pratica e il pensiero critico. Spesso ci viene presentata come un percorso obbligato, una trasformazione senza ritorno («non c’è alternativa», si sente dire), ma questa è una narrazione che dobbiamo mettere in discussione. Stiamo delegando sempre più la nostra capacità di giudizio a sistemi che offrono risposte facili e veloci, rischiando di perdere l’abitudine al confronto e al dissenso. Per evitare che questo diventi un viaggio di sola andata verso la passività, verso la smoothness – ovvero la mancanza di attrito e dunque il consenso – dobbiamo progettare tecnologie che non pensino al posto nostro, ma che ci diano da pensare, stimolando la nostra capacità di interrogarci e di agire politicamente nel mondo. Per questo, nella parte finale del libro parliamo di una prospettiva «agonistica», in cui si tratta non solo di sperare in macchine diverse, ma anche di interagire diversamente con le macchine che ahimè abbiamo. Perché a ben vedere il problema più grande che abbiamo oggi non è quello della stupidità macchinica, ma della pigrizia umana. A discolpa degli umani, tuttavia, è bene anche dire che spesso non si tratta di pigrizia, ma di stanchezza e fatica. Se le risorse, economiche e sociali, sono sistematicamente ridotte, se lo sfruttamento si estende a nuove fasce della popolazione, l’uso dell’IA generativa diventa una necessità e forse anche – perché a noi piace essere ottimisti – un gesto di protesta.



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