L’addio all’Impero. Memorie in conflitto sulla decolonizzazione portoghese

Il Portogallo è stato l’ultimo impero coloniale europeo a giungere al termine; la sua fine, verificatasi nel giro di pochi mesi nel 1975, ha avuto un impatto fortissimo sulle vicende non solo degli Stati direttamente coinvolti ma anche sulla geopolitica mondiale. In occasione del cinquantenario della fine dell’Impero coloniale del Portogallo, Mimesis ha pubblicato L’Addio all’Impero – 1975: l’indipendenza delle colonie portoghesi, un’opera a più voci, coordinata da tre docenti dell’Università di Lisbona e con i contributi di dieci specialisti, fondamentale per comprendere il processo di indipendenza di sei territori coloniali: Guinea-Bissau, Mozambico, São Tomé e Príncipe, Cabo Verde, Angola e Timor-Est. I coordinatori portoghesi del volume – anche tra gli autori – sono tre accademici esperti della dittatura che ha governato il Portogallo e delle tematiche legate alla storia e alle società dei Paesi lusofoni. Fernando Rosas, in particolare, professore emerito e a lungo direttore dell’Instituto de História Contemporânea della Universidade Nova di Lisbona, vanta un lavoro di ricerca, oltre che di insegnamento, di molti decenni e un impegno personale nell’attivismo democratico, anche come oppositore del regime autoritario rimasto al potere in Portogallo per quarantotto anni.  Francesco Ambrosini, curatore dell’edizione italiana, ha intervistato per Scenari gli altri due coordinatori dell’opera, entrambi membri dell’Instituto de História Contemporânea della Universidade Nova de Lisboa, Pedro Aires Oliveira, specializzato in Storia contemporanea, e Mário Artur Machaqueiro, specializzato in Sociologia storica.

Qual è stata l’importanza delle colonie per il Portogallo nel corso dei secoli, in particolare durante il periodo della dittatura dal 1926 al 1974?

PEDRO AIRES OLIVEIRA. La rilevanza del così definito Imperio colonial può essere vista da differenti angolazioni. Le posizioni strategiche raggiunte dalla monarchia portoghese in diverse epoche storiche e in varie zone del mondo, tramite coloro che agivano in suo nome, formalmente o informalmente, costituirono una considerevole fonte di ricchezza. Questo valeva soprattutto per le persone più direttamente coinvolte nelle opportunità di lucro generate dall’Impero (come commercio e attività estrattive). Tutto ciò è stato anche valutato in modo negativo, in quanto espressione di una mentalità “parassitaria”, nemica di una modernizzazione economica equiparabile a quelle del Nord Europa. Comunque, le classi dominanti mettevano in risalto la rilevanza simbolica e politica dell’Impero, che elevava lo status del Portogallo nel sistema internazionale e lo aiutava a differenziarsi dalla vicina Spagna, sottraendosi in tal modo alle tentazioni centripete di Madrid. La dittatura di Salazar accoglieva quelle argomentazioni, esaltando la “missione civilizzatrice” ed “evangelizzatrice” del Portogallo.

Quali sono state le caratteristiche dell’Impero coloniale portoghese, che lo distinguevano da quelli delle altre nazioni europee?

P. A. O. L’Impero portoghese ha seguito un percorso molto simile a quello degli altri Stati coloniali fino alla metà del secolo XIX, mettendo insieme esperienze di colonizzazione con modalità più “informali” di esercizio del potere. A partire da allora, il divario economico tra il Portogallo e i suoi omologhi europei divenne profondo, obbligando il governo di Lisbona a ricorrere a strategie di “outsourcing” per mantenere un suo dominio di facciata in alcune colonie, come per esempio il Mozambico, dove gran parte del territorio cominciò a essere gestito da imprese concessionarie (companhias majestáticas) straniere. 

Il Portogallo fu anche meno propenso di altri Stati europei ad abbandonare gli aspetti più “arcaici” del suo modello coloniale, come le leggi sul cosiddetto indigenato, che davano copertura giuridica a uno sfruttamento implacabile della forza lavoro africana. Questo sarà alla base di alcune delle rivolte anticoloniali che precedettero lo scatenarsi delle lotte per l’indipendenza, come la rivolta dei raccoglitori del cotone nella zona della Baixa de Kassanje, in Angola, all’inizio del 1961.

Come viene vista la decolonizzazione oggi in Portogallo, 50 anni dopo?

MARIO MACHAQUEIRO. Trascorsi 50 anni, e nell’epoca dell’estremismo politico che si vive oggi, il tema della decolonizzazione è visto in modo molto diverso. 

Da un lato, le risultanze storiche della decolonizzazione sono state interpretate con un approccio di tipo negativo da parte di gruppuscoli nazionalisti, che si mobilitano nella promozione identitaria di simboli e di memorie dell’antico Impero. Si tratta di gruppi minoritari, che però riescono a esercitare pressione sul potere pubblico, come si è visto nel 2022, in occasione di una loro campagna a favore della conservazione degli stemmi, emblema delle antiche Províncias Ultramarinas, rappresentati nelle aiuole floreali della Praça do Império a Lisbona. 

Dall’altro lato, sia in ambito accademico sia nell’attivismo politico, abbiamo di recente assistito all’aumentare dell’interesse per la storia e per la denuncia delle caratteristiche più oppressive del colonialismo. Quest’ultimo orientamento, espresso anche da giovani ricercatori e attivisti politici originari delle ex-colonie, ha condotto a ripensare lo stesso concetto di decolonizzazione, nella convinzione che, se il processo politico di questa è ormai concluso da molto tempo, rimane ancora da compiere una decolonizzazione mentale, culturale e identitaria. Infatti persistono nella società portoghese discorsi tendenti, per esempio, a edulcorare lo sfruttamento delle popolazioni dell’Africa, a non riconoscere il razzismo sistemico o strutturale alla base di esso, a non menzionare il traffico di schiavi attraverso l’Atlantico che precedette l’instaurazione del sistema coloniale. 

Qual è stata l’importanza degli equilibri internazionali, e in particolare della Guerra Fredda, negli eventi che hanno riguardato l’Impero coloniale portoghese? La decolonizzazione poteva avvenire in modo differente?

P. A. O. L’ambiente internazionale ebbe una enorme importanza nello svilupparsi della crisi finale dell’Impero portoghese. A partire dal 1960, con le dichiarazioni approvate nella XV Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venne stabilito un nuovo quadro normativo internazionale che consacrava in modo inequivocabile il diritto dei popoli all’autodeterminazione e all’indipendenza. Questo ha comportato molti problemi per il Portogallo, persino rispetto ai suoi alleati della NATO che non intendevano mostrarsi come sostenitori del colonialismo portoghese (malgrado lo fossero, anche con la fornitura di equipaggiamenti militari). D’altra parte, i movimenti indipendentisti poterono contare su un significativo appoggio nell’ambito del così chiamato blocco afro-asiatico e tra molti Paesi del mondo socialista, in particolare dell’URSS e della Repubblica Popolare Cinese. Questo appoggio non fu mai sufficiente affinché i nazionalisti africani potessero ribaltare la situazione sul territorio, ma permise loro di continuare la guerriglia per obbligare il Portogallo a impiegare un vasto dispositivo militare, che, in ultima analisi, si rivelò insostenibile.

È difficile fare un’analisi controfattuale credibile riguardo a un esito diverso da quanto avvenuto nel 1974-75. Dopo la rivoluzione del 25 aprile 1974 in Portogallo, l’esercito coloniale portoghese perse la sua capacità operativa e a Lisbona non esistevano le condizioni per assumere una posizione più forte nei negoziati con gli indipendentisti, cosa che avrebbe potuto, per esempio, salvaguardare in modo più significativo gli interessi dei coloni europei.

Può accennare alla teoria del luso-tropicalismo, poco conosciuta dal pubblico italiano?

M. M. Il luso-tropicalismo è stato un concetto sviluppato negli anni Trenta del Novecento dal sociologo brasiliano Gilberto Freyre, con il quale si sosteneva che il colonialismo portoghese si allontanava del tutto dal modello di dominazione imposto nelle colonie dagli altri Stati europei occidentali. Grazie alla dimensione cristiana-cattolica, le società coloniali portoghesi sarebbero state presumibilmente più “cristianocentriche” che “etnocentriche”, cosa che avrebbe permesso di promuovere la convivenza pacifica e la mescolanza con altre etnie. Secondo questa teoria, il Portogallo riuscì in tal modo a costruire un ordine coloniale superiore a quello “occidentale”, un colonialismo non razzista, multirazziale e multireligioso. 

Trascurato per decenni dalle autorità portoghesi, il luso-tropicalismo divenne l’ideologia ufficiale del regime negli anni Sessanta, dopo lo scoppio delle guerre coloniali, come tentativo di legittimarsi sul fronte interno e internazionale, nonostante tutti i dati di fatto smentissero tale costruzione ideologica. Persino dopo la decolonizzazione e la costituzione dei nuovi Stati africani, il luso-tropicalismo ha mantenuto la sua influenza nella società portoghese, sia nei discorsi ufficiali (su una presunta eccezionalità del colonialismo portoghese) sia nelle memorie di ex coloni, che descrivono gli antichi territori d’oltremare del Portogallo come oasi di armonia interrazziale.

Qual è stato il collegamento tra la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974 e la decolonizzazione?

P. A. O. La rivolta del 25 aprile 1974 in Portogallo è stata originata dal malcontento di ampi settori degli ufficiali intermedi delle Forze Armate riguardo alla politica del governo di Marcelo Caetano (succeduto a Salazar) nei territori d’oltremare ed è divenuta l’acceleratore del processo di decolonizzazione. 

Personaggi come il generale Spínola (che pur essendo di destra aveva avallato la rivolta contro la dittatura) nutrivano la speranza di mantenere una preminenza in quei territori, ma questo presupponeva negoziati con i movimenti di liberazione a partire da una posizione di forza. Ciò era possibile soltanto tramite un irrobustimento dell’apparato militare nelle colonie, scelta rifiutata dalla maggioranza delle forze politiche, dal Movimento das Forças Armadas (che aveva scatenato la rivolta contro la dittatura) e, come tutto pare indicare, anche dalla popolazione portoghese. Spínola finì per aderire all’idea che il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza dei popoli delle colonie era la chiave per la stabilità del Paese. Da quel momento in poi, la decolonizzazione divenne ineluttabile e il Portogallo riuscì a malapena a impostare i termini di trasferimento del potere ai movimenti nazionalisti africani riconosciuti come legittimi rappresentanti delle popolazioni da organismi come ONU e a OUA.

A cura di Fernando Rosas, Mário Artur Machaqueiro, Pedro Aires Oliveira, L’Addio all’Impero – 1975: l’Indipendenza delle colonie portoghesi, Mimesis, 2025, 430 pp., €28. Edizione italiana a cura di Francesco Ambrosini.

Qual è stata l’importanza del fenomeno dei retornados?

M.M. Il fenomeno dei retornados ha avuto un doppio impatto sulla società portoghese: socioculturale e politico. L’espressione definisce le migliaia di coloni portoghesi con le loro famiglie, che si ritrovarono nella necessità di abbandonare Angola e Mozambico nel 1974 e nel 1975, durante il conturbato processo di decolonizzazione di quei Paesi. Questa denominazione è però un po’ equivoca, dato che molti di loro erano nati nelle colonie e non erano mai stati nella “madrepatria”.

Sul piano culturale e identitario, si è verificato un duplice effetto: i retornados subirono uno choc per il ritardo culturale ed economico del “Portogallo europeo”, in contrasto con l’immagine propagandata dal regime salazarista; per quelli che vivevano in Portogallo ci fu una sorta di “scontro di mentalità” di fronte agli usi e ai costumi molto più liberali e moderni dei retornados. Una simile tensione identitaria venne in parte superata dall’integrazione sociale di quelle persone, che contribuì alla diffusione di nuove abitudini e nuovi stili di vita nella società portoghese. 

In termini politici, il fenomeno dei retornados si è tradotto in ondate revisioniste di “nostalgia dell’Impero”, in ricorrenti tentativi di cancellazione degli aspetti oppressivi del colonialismo e in parte nella recente ascesa di una estrema destra che non è estranea a tale nostalgia.

Nel libro si parla di memorie in conflitto, in che senso?

M.M. Le memorie in conflitto si riferiscono alla disputa interpretativa riguardo al processo di decolonizzazione da parte dei suoi vari protagonisti. A seconda del posizionamento di tali protagonisti e del ruolo storico da loro svolto, si possono individuare quattro correnti interpretative: 1) la prima rappresenta quel processo, se non come “esemplare”, perlomeno come quanto “doveva essere fatto”; 2) la seconda classifica la decolonizzazione portoghese come ciò che si è riusciti a ottenere, tenuto conto delle difficili circostanze sociopolitiche dell’epoca; 3) la terza denuncia un imperdonabile “tradimento” o “mercimonio della Patria”; 4) la quarta, senza necessariamente alimentarsi con il risentimento, lamenta la “perdita” di uno spazio non tanto fisico quanto simbolico, avvertendo una specie di lutto identitario. 

Il conflitto fra queste memorie non è cessato nella società portoghese e ha trovato espressione, in tempi più recenti, nelle polemiche su alcune tematiche fondamentali: la riconsiderazione del ruolo del traffico di schiavi durante l’espansione portoghese nei secoli passati, la persistenza di rappresentazioni luso-tropicaliste nel discorso politico ed educativo ufficiale, le istanze di restituzione ai Paesi africani dei beni culturali sottratti loro durante il periodo coloniale.


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