OLTRE LA TECNOFOBIA: RIPENSARE IL DIGITALE ATTRAVERSO IL CORPO E IL DIALOGO

Ogni rivoluzione porta con sé incertezze e paure. È successo nel 1543 con la pubblicazione del De revolutionibus orbium coelestium, dove Copernico, smantellando il sistema aristotelico-tolemaico, inflisse all’uomo l’umiliazione cosmologica; evento analogo accadde nel 1859, quando Charles Darwin – scrivendo L’origine delle specie – confutò le teorie evoluzionistiche di Georges Cuvier e Jean-Baptiste Lamarck, infliggendo all’uomo l’umiliazione biologica; ancora, nel 1899 Sigmund Freud, ne L’interpretazione dei sogni, mise fine alla credenza cartesiana di un “Io” totalmente trasparente a sé stesso, infliggendo all’uomo l’umiliazione psicologica. In tutti questi casi, l’essere umano ha vissuto momenti di crisi, poiché è stato costretto a riconsiderare il suo statuto ontologico. Oggi avviene qualcosa di simile: il digitale sta mettendo in discussione molti paradigmi, e questo genera, in molti casi, un atteggiamento ostile verso di esso. Il sentimento alla base di questo atteggiamento è la nostalgia. Svetlana Boym offre una preziosa analisi di tale sentimento in The Future of Nostalgia, in cui distingue tra una nostalgia conservativa (restorative nostalgia), legata al desiderio di ritorno a un passato spesso idealizzato e semplificato, e una nostalgia riflessiva (reflective nostalgia), dedita ad analizzare criticamente il passato per agire al meglio nel presente. È nel solco di quest’ultima che nasce il presente libro.

Oltre la tecnofobia. Il digitale dalle neuroscienze all’educazione (Raffaello Cortina, 2025) è il prodotto della collaborazione tra un filosofo, un pedagogista e un neuroscienziato. In quest’opera, Vittorio Gallese, Stefano Moriggi e Pier Cesare Rivoltella riflettono sul digitale con uno sguardo multi- e interdisciplinare che attraversa la ricerca neuroscientifica, pedagogica e filosofica. La base teoretica su cui poggia la trattazione dei tre autori è il corpo, ossia «la nostra prima interfaccia con il mondo. Lungi dall’essere un semplice spettatore passivo della rivoluzione digitale, il corpo umano rimane il perno attorno a cui ruota la nostra esperienza, anche nell’era degli schermi e della realtà virtuale» (p. 13). 

Come suggerito da Maurice Merleau-Ponty ne Il visibile e l’invisibile, il corpo è il primo medium tra noi e il mondo, esprimendo una relazione chiasmatica che trascende la polarità tra soggetto e oggetto. Il filosofo francese si rifà agli studi del biologo estone Jakob von Uexküll, tra i primi a evidenziare il fatto che ogni forma di vita esperisce un diverso rapporto con l’ambiente esterno proprio in virtù dell’eterogeneità dell’elemento corporeo. Per quanto riguarda l’essere umano, Gallese osserva che, «per noi, il mondo non è solo agito, ma anche rappresentato. La storia dell’umanità mostra quanto le immagini e le storie siano state importanti nella creazione di comunità sociali e istituzioni, alimentando contenuti nelle credenze collettivamente condivise, nelle abitudini, nei rituali, nelle regole e nelle gerarchie disciplinate» (p. 22). Già Walter Benjamin, nel quarto capitolo de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, affermava che la percezione umana viene rimodellata non solo dai fattori naturali ma anche dalle contingenze storico-tecnologiche. Queste osservazioni di Benjamin sono di fondamentale importanza per le ricerche odierne: il digitale, infatti, comporta una ridiscussione di molti paradigmi ormai consolidati, sia in ambito filosofico sia in ambito pedagogico.

Vittorio Gallese, Stefano Moriggi, Pier Cesare Rivoltella, Oltre la tecnofobia. Il digitale dalle neuroscienze all’educazione, Cortina, 2025, 208 pp.

Discutere filosoficamente il digitale, oggi, non può prescindere dall’importanza delle neuroscienze. In questo senso, seguire la strada tracciata dalla fenomenologia di matrice francese può rivelarsi proficuo: illustri studiosi come Gilbert Simondon e Bernard Stiegler hanno indagato i legami che sussistono tra i nostri aspetti biologici e le proprietà dei prodotti tecnici. È questa la prospettiva adottata da Moriggi: nel suo contributo, il filosofo italiano analizza il concetto di “automa”, ravvisando in esso non un semplice artefatto, bensì una forma di cultura. Moriggi – seguendo Carlo Sini – non intende tale vocabolo in senso strumentale o prescrittivo, ma ne rivaluta l’etimo originario: «”cultura” deriva da colere che significa abitare, coltivare – oltre che ornare (un corpo), venerare (una divinità), esercitare (una facoltà)» (p. 111). Anche in questo caso, la dimensione corporea assume una pregnanza particolare: ripensare il digitale e il nuovo Umwelt creato da esso in termini culturali è un ottimo modo per trattare un tema complesso quale l’impatto delle nuove tecnologie sulle nostre esistenze.

Uno degli ambiti maggiormente coinvolti dalla rivoluzione digitale è quello didattico-pedagogico. Rivoltella affronta l’argomento con estrema lucidità e rigore. Il suo intervento prende spunto da No Sense of Place, testo scritto da Joshua Meyrowitz nel 1985. In questo libro, il sociologo statunitense sottolinea l’importanza della presenza fisica nel processo educativo; detto in altri termini: il legame diretto tra il corpo e l’ambiente circostante è determinante affinché il discente assimili al meglio gli insegnamenti del docente. Questa posizione – rintracciabile in primis nel Platone delle dottrine non scritte – implica un controllo delle informazioni trasmesse. Il digitale ribalta tale paradigma: se le tecnologie analogiche consentivano la regolamentazione dei contenuti, quelle digitali dissolvono il legame tra luogo e comunicazione. In merito a tale situazione, Rivoltella propone una riflessione determinante: «Pensare di poter esercitare un controllo sui media digitali è, anzitutto, decisamente illusorio […]. Non siamo più una società regolamentata da porte e finestre, da confini netti che separano e possono rendere incomunicanti zone diverse. […] È necessaria una Media Literacy Education capace di uscire dalle classi e di recuperare la sua originaria dimensione politica» (pp. 142, 157).

Il ritorno dell’educazione alla dimensione politica auspicato da Rivoltella dovrebbe essere l’asse portante dei nuovi percorsi formativi. La politica apre a uno spazio intrinsecamente dialogico dove ognuno può confrontarsi con gli altri per condividere idee e informazioni; Jürgen Habermas lo definisce uno spazio post-metafisico, aperto alla pluralità di opinioni e libero da dogmi. Fenomeni creati o amplificati dal digitale come il metaverso, i deepfake e gli hikikomori hanno creato conflitti ideologici tra quelli che – prendendo in prestito le parole di Umberto Eco – potremmo definire “apocalittici” e “integrati”. Per mitigare questa situazione polarizzata, Rivoltella suggerisce di partire dalle “3A” di Serge Tisseron: Alternanza, Autoregolazione e Accompagnamento. Questa proposta, così come lo spazio politico e post-metafisico habermasiano, comporta un «esercizio di cittadinanza intesa come capacità di articolazione delle differenze, inclusione senza riduzione identitaria, riconoscimento della reciprocità; in una parola, intesa come risonanza» (p. 171); una risonanza tra generazioni auspicabile oggi più che mai.

Il libro scritto da Gallese, Moriggi e Rivoltella non alimenta falsi miti sulle potenzialità del digitale, né descrive scenari apocalittici in cui esso sovrasta il genere umano in ogni suo aspetto. L’obiettivo è piuttosto quello di usare un approccio farmacologico, come insegnato da Jacques Derrida. Il digitale è una forma di techne e, in quanto tale, un pharmakon; non è una cura o un veleno, ma una cura e un veleno. Esso permea ormai tutti gli ambiti della vita privata e di quella pubblica. Come detto in apertura, è impensabile affrontare efficacemente le sfide che il digitale presenta facendo riferimento a un passato idealizzato: è fondamentale elaborare percorsi di literacies che tengano conto della complessità della realtà odierna, promuovendo pratiche che, da un lato, allontanino il rischio di abbandonarsi a una tecnolatria e, dall’altro, evitino il pericolo di cadere in una tecnofobia. Volendo concludere con le parole dei tre autori: «Il futuro è da scrivere, non da temere» (p. 182).


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