La partecipazione a una manifestazione o a un corteo non rappresenta soltanto un incontro “astratto” di idee, ma è anche e soprattutto un incontro tra corpi che si ritrovano a condividere uno spazio comune. Quali implicazioni politiche determina questa prossimità? In che modo una situazione collettiva può incoraggiare, nei soggetti che ne fanno parte, un processo di emancipazione individuale? Al netto delle derive conformiste tipicamente presenti nei contesti autoritari, la piazza può diventare una cornice in cui l’individualità si fortifica grazie alla condivisione di intenti e all’uguaglianza dei corpi. In questo contributo raccolto nel volume Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica (Mimesis Edizioni, 2015), la filosofa Federica Castelli approfondisce da un punto di vista corporeo le dinamiche sociali e le potenzialità politiche delle piazze.
La scelta di concentrarsi sui corpi nella folla permette di individuare nuovi percorsi capaci di rendere conto delle esperienze individuali nel contesto collettivo, dal piacere fisico che il contatto del corpo a corpo mette in circolo fino alle trasformazioni politiche innescate dalla contiguità dei corpi. I soggetti nella folla, partecipando ad un’azione collettiva, esperiscono un’estrema vicinanza corporea che, secondo alcuni interpreti, rende possibile lo schiudersi di nuove possibilità politiche. È dunque possibile contrapporre alle letture universalizzanti e astratte, la posizione di un autore come Elias Canetti, che individua nella situazione collettiva un momento costituente, condiviso e comune, in virtù del contatto fisico che la caratterizza. Canetti è uno degli autori che più riesce ad assumere nel proprio discorso la dimensione corporea ed esperienziale della folla, individuandone le capacità liberatorie e le sue potenzialità politiche di trasformazione. Canetti guarda alla folla come ad un momento positivo di trasformazione e le sue analisi mettono al centro la questione del corpo, colto nella sua importanza politica. Nella sua prospettiva la folla e le masse sono realtà socialmente importanti, poiché danno luogo a un contatto corporeo nello spazio pubblico che apre alla società la possibilità di ristrutturare se stessa, creando nuove forme sociali. Nonostante questa prospettiva, Canetti, che ha vissuto gli anni della Seconda Guerra Mondiale, non elabora un’immagine immediatamente positiva della dimensione collettiva della massa, consapevole delle conseguenze che possono derivare da un’appropriazione totalitaria del fenomeno. Così, la sua grande opera, Massa e Potere si muove a partire da una doppia esigenza, coniugando la necessità di comprensione del rapporto tra potere e folla con l’urgenza di un’analisi che sappia cogliere il fenomeno considerandolo per se stesso, al di là delle sue degenerazioni totalitarie. Nel suo discorso l’uguaglianza creata nella situazione collettiva diviene momento individuale di emancipazione e di trasformazione democratica, che allontana e contrasta la tendenza totalitaria. Canetti si allontana da qualsiasi tentativo di giudizio o interpretazione morale del fenomeno collettivo: il suo obiettivo è comprenderne la natura, mantenendo una salda focalizzazione sul concreto e sulla contingenza che egli individua alla base dell’ordine sociale umano. Contemporaneamente, egli legge il potere nel suo rapporto con i corpi e con le molteplicità a cui questi danno vita.
A differenza di Le Bon, Tarde e Freud, che concordavano sul destino di dissoluzione dell’individualità che investe ogni membro del contesto collettivo a causa di fattori come suggestione e identificazione, Canetti vede nella folla un luogo in cui l’individualità può rinascere e potenziarsi, trovare la propria liberazione grazie alla condivisione degli intenti e l’uguaglianza dei corpi. Canetti fuoriesce dalla visione del rapporto tra i singoli e il contesto collettivo che la tradizione gli presenta: allontanandosi sia dall’individualismo che dall’olismo, legge la folla come unità di parti eterogenee, di differenti esperienze. L’unità delle folle non risiede né nella parte (l’individuo) né nel tutto, ma si dà nel movimento del tutto e delle sue parti e nella sua continuità. Nella folla tutti sono uguali: questo non in virtù di un’abdicazione della propria individualità verso un leader, ma perché la composizione stessa della massa, nella sua estrema fisicità, conduce all’uguaglianza.
Il suo discorso si sviluppa a partire dalla paura di essere toccati, elemento cruciale delle comuni interazioni dello spazio sociale quotidiano. Paura del contatto con l’altro, con ciò che è per noi ignoto, sintomo quotidiano di una più profonda e radicata paura della morte da cui la massa libera ma da cui contemporaneamente è originata. «Dovunque, l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo»: la paura del contatto ha portato gli esseri umani a creare distanze, protezioni attorno a sé, orientando comportamenti e abitudini. «La ripugnanza d’esser toccati non ci abbandona neppure quando andiamo fra la gente. Il modo in cui ci muoviamo per la strada, fra molte persone, al ristorante, in treno, in autobus, è dettato da quel timore». Questo orrore, spiega Canetti, tocca tutti gli individui in virtù di quel groviglio di emozioni e reazioni psichiche profonde che il contatto innesca. Vi è un’unica possibilità di eccezione che permette di porre il terrore del contatto tra parentesi, ed è la situazione in cui il contatto fisico con l’altro provoca piacere, in cui sentiamo il bisogno di avvicinarci a lui. Canetti individua il luogo di questo piacere fisico nell’esperienza della massa, che nasce da quella che può esser definita una doppia fuga, naturale quanto paradossale, che impegna gli individui a fuggire contemporaneamente dalla morte e dalla propria individualità. Nell’esperienza della massa la paura del contatto si rovescia e contemporaneamente si annulla ogni differenza singolare. Attraverso tale capovolgimento, gli individui si trovano liberi dalla paura e tutti uguali, laddove l’uguaglianza è da intendersi come spazio relazionale e dinamico in cui poter essere liberi senza per questo giungere ad una rinuncia della propria singolarità. Contrariamente a Le Bon, per Canetti la dimensione fisica della massa, che avvicina e comprime i corpi, produce liberazione. La pressione dei corpi, i movimenti limitati, il sentire gli altri attorno a sé (il loro respiro, il loro calore, il loro sudore, i loro odori) non sono momenti di un’individualità che scompare, sommersa e inghiottita da una folla mostruosa. L’individualità non viene meno, bensì è sospesa, divenendo parte di un unico e identico corpo. L’indistinzione di tale sospensione, lungi dall’essere temuta, deve essere intesa come momento cruciale in cui il soggetto realizza la propria urgenza ad essere libero, a resistere e rovesciare il potere esercitato su di lui e che dirige la sua condotta.
La sospensione momentanea della propria individualità apre a nuove possibilità di liberazione, in un’esplosione di forza che viene dall’atto comune. Mentre Le Bon vede nella folla un pericoloso elemento di distruzione del corpo politico, Canetti vi vede energia vitale, impulso vitalistico, che si diffonde da corpo a corpo, nella folla intera, attraverso un piacere fisico difficile da esprimere. Così nella scarica, momento fondamentale nella costituzione della massa, i componenti della folla si liberano di ogni loro differenza singolare, sentendosi uguali e liberi. Cadono le gerarchie, consce e inconsce, e i soggetti, tutti insieme e contemporaneamente, si liberano delle loro distanze. La folla livella le differenze, liberando il singolo da ogni colpa e vergogna, producendo un folle entusiasmo per l’uguaglianza. La sensazione di fusione ha un potente effetto sul singolo, sia sul piano dell’immaginario che sul piano fisico: il senso di vicinanza, infatti, produce delle vibrazioni e degli impulsi che dalla folla si trasmettono direttamente al corpo, con una immediatezza tale da non avere paragoni nella sfera relazionale “normale”. Un piacere quasi erotico, in cui il corpo di ognuna e ognuno si fonde con quello dell’altro, annullando fobie e divisioni: «Lo stesso uomo singolo ha la sensazione di oltrepassare nella massa i confini della propria persona».
Canetti ribalta le letture tradizionali della folla e contemporaneamente opera un’apertura che riesce a rendere conto di tutte quelle sensazioni che i protagonisti delle situazioni collettive, di tumulto o rivoluzione, riportano riguardo la loro esperienza. Nella descrizione canettiana, infatti sembrano risuonare le parole con cui donne e uomini che hanno vissuto la dimensione collettiva della folla spesso descrivono la loro esperienza a livello fisico e mentale. Vi risuonano, ad esempio, quelle parole di forza e unità che caratterizzano i ricordi di Louise Michel sull’esperienza della Comune parigina – su cui ci si soffermerà in modo approfondito più avanti – che descrivono l’esperienza nei termini di «un’anima sola», e di «un mare umano»: «i rivoluzionari erano dappertutto; si moltiplicavano: sentivano in sé una potenza di vita enorme: sembrava ch’essi fossero la rivoluzione stessa». Accade spesso che al grande piacere fisico provocato dall’esperienza della folla, vengano accostate descrizioni che richiamano metaforicamente la forza della natura, nella sua potenza e unità. Così, Michel ci parla di «tormente rivoluzionarie», della «marea montante della rivolta», di «onde umane». Così come in natura accade per le maree e per i fenomeni naturali più sconvolgenti, il momento collettivo di protesta assume nella percezione individuale la forma dell’irresistibilità; percezione che, come Arendt ha sottolineato, sembra legare l’accezione politica della parola rivoluzione alla sua origine naturale e astronomica da cui la metafora deriva. Come il moto di rivoluzione degli astri, anche la rivoluzione è irresistibile. Gli insorti si percepiscono come presi in una corrente dalla forza inarrestabile, incontenibile, che rischia di trascinarli via con sé. Le metafore che i protagonisti usano sono eloquenti: fiumi, torrenti, correnti; gli eventi rischiano, continuamente, di prendere direzioni impreviste e di trascinare gli individui.
Oltre alla violenza e alla forza della natura, l’esperienza collettiva trova una descrizione eloquente e densa di significato anche nell’immagine del corpo unico, organismo collettivo e potente che si compone di ogni uomo e di ogni donna.

Ognuno pesta il suolo, ed ognuno lo fa nello stesso modo. Ognuno agita le braccia, ognuno muove la testa. L’equivalenza degli appartenenti alla massa procede nell’equivalenza delle loro membra. Tutto ciò che vi è di mobile nell’uomo acquista esistenza propria, ogni gamba, ogni braccio vive autonomo. Le singole membra vengono tutte a coincidere.
Nella descrizione proposta da Canetti sembra risuonare il grido di «Una sola mano!», che esplode tra la folla a piazza Tahrir, in Egitto, nel gennaio 2011: «la manifestazione è del popolo, un unico corpo indivisibile. Per questo “una sola mano”. Perché anche se la mano è fatta di dita e ogni dito è differente dall’altro, queste dita sono comunque parte di un’unica mano».
Contemporaneamente, si avverte una fusione con la situazione, con lo spazio circostante. Come il tempo della storia che si ferma, lasciando schiudere un tempo altro e che segue logiche differenti, anche lo spazio attorno cambia: si concentra e si fonde con il singolo individuo, mutandone la percezione, rendendosi un pieno che il soggetto sente dentro di sé. Lo stesso senso di potenza invincibile che preoccupa Le Bon assume il senso della grandezza della politica nel racconto delle donne che occupano piazza Tahrir nel gennaio 2011. «Basma […] sente di essere un tutt’uno con la piazza. Pur non conoscendo la maggior parte degli occupanti, ha la sensazione di far parte di una realtà unica, indivisibile». Basma avverte in piazza Tahrir un sentimento comune che lega persone differenti e che non si conoscono in un tacito accordo che spontaneamente stringe la piazza in un’unica azione. È un sentimento di coesione e rispetto che si avverte come bisogno interiore. Così, «è incredibile quanto [Nesma] si senta forte. Una forza che comincia a scoprire solo ora. Passo dopo passo». La folla come luogo di potenziamento, dunque: luogo di forza, coesione, senso di unità e contemporaneamente di libertà, che provoca piacere anche a livello fisico.
La situazione collettiva cambia radicalmente di segno nel caso del panico, della paura e della fuga. Davanti alla percezione di una minaccia prende avvio un movimento di fuga in cui «tutto fugge», tutto è trascinato con sé. Tutti i soggetti sono minacciati dallo stesso pericolo e fuggono insieme «poiché così si fugge meglio». Come nel caso dell’euforia e del piacere liberatorio, la massa sprigiona moltissima energia, che contagia tutti con la sua eccitazione: «l’energia degli uni accresce quella degli altri, gli uomini si spingono avanti nella stessa direzione. Fintanto che si resta insieme si percepisce il pericolo distribuito su tutti». La forza della direzione è l’elemento più evidente di una massa in fuga; la sua energia si moltiplica infinitamente fintanto che colui che vi è coinvolto tiene conto degli altri in fuga con lui e, in virtù della direzionalità della fuga, può spingerli avanti a sé, ma non scostarli, né cacciarli da una parte. A partire dal preciso istante in cui il soggetto nella folla comincia a pensare a se stesso come ad un singolo in pericolo, non considerando gli altri più come un’unità e una difesa, l’esperienza della massa muta nel panico. Mentre la fuga trae la propria energia dalla coesione, elevandosi a movimento collettivo, nell’esperienza del panico la contiguità dei corpi muta di segno, divenendo oppressione e ostacolo. Come Canetti, anche Freud descrive il panico come il momento in cui le folle si sgretolano, in cui i legami reciproci cessano di sussistere. Si scatena così una paura «sconfinata, irragionevole». La causa del panico non risiede in un pericolo che incombe dall’esterno, nella sua grandezza, ma in altro: nel momento in cui il soggetto, preso dal panico, torna ad essere un individuo isolato e cessano quei legami affettivi, che Freud individua come legami libidici, che riducono il pericolo ai suoi occhi. Trovandosi da solo davanti al pericolo, lo si avverte come maggiore. Il timor panico corrisponde allora, per Freud, ad un rilassamento della struttura libidica della massa.
Con il corpo, dunque, il soggetto è presente per intero sulla scena della rivolta. Non solo il corpo esprime un dissenso incarnato, ma si fa politico nel suo essere con gli altri, a livello fisico e simbolico. In questa presenza il corpo è presente in modo totale, portando l’individuo ad esperire la forza liberatoria della collettività contemporaneamente alla propria urgenza di libertà e alle contraddizioni della paura e del panico.

