Sentinelle e angeli. Francoforte a un secolo di distanza

 Figure e costellazioni per una teoria critica del presente. 

A un secolo esatto dalla fondazione dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte (1923), il volume Teoria critica. Nuove prospettive, curato da Giuseppe Molinari e Matteo Settura per la collana Eterotopie di Mimesis, si presenta come un tentativo di sottrarre l’eredità francofortese alla reificazione storiografica per restituirla alla sua funzione originaria: risvegliare il presente  e verificare se sia ancora rintracciabile uno spazio di elaborazione critica. Il testo, che raccoglie gli atti del ciclo di seminari organizzato dall’Associazione culturale Odradek XXI, si articola in cinque sezioni tematiche che spaziano dalla revisione delle categorie politiche del socialismo e dell’alienazione fino alle sfide poste dalla transizione algoritmica. Tuttavia, la ricchezza del volume non risiede nella mera successione degli interventi, ma nella possibilità di instaurare un dialogo dialettico tra le parti, costruendo una costellazione capace di illuminare le contraddizioni del nostro tempo.

 I. L’ozio e la merce: la tartaruga del Flâneur e il Burnout

Il primo nucleo tematico che il volume permette di tracciare lega indissolubilmente il XIX al XXI secolo attraverso la figura del rifiuto del lavoro. Nel suo saggio Piccola fisiognomica del passato, Marina Montanelli evoca lo spettro del Flâneur: colui che, immerso tra la folla, porta le tartarughe a spasso per le gallerie parigine in aperta protesta contro la frenesia produttiva. Tuttavia, come notava Benjamin questa figura è intimamente ambivalente: il flâneur si crede un osservatore sovrano, ma è in realtà una merce che si illude di avere un’anima, trascinata inconsapevolmente nel flusso del progresso.

Questa immagine ottocentesca balza improvvisamente nel nostro presente nel saggio di Dario Gentili dal titolo Il “Grande Rifiuto”, che analizza la fenomenologia delle Great Resignation. L’autore ci mostra un cambiamento strutturale: se il rifiuto degli anni Sessanta possedeva una cattura politica e collettiva, l’attuale fuga dal lavoro rischia di configurarsi come una secessione individuale, psicologizzata sotto l’etichetta del burnout. Il fuggiasco odierno diviene così una figura che il sistema è pronto a riassorbire e medicalizzare, trasformando l’ansia politica in una patologia privata.

A dare fondamento ontologico a questa condizione interviene Stefano Petrucciani, difendendo la validità euristica del concetto di alienazione. Egli descrive la condizione oggettiva di un soggetto che ha perduto il controllo sulle proprie potenze produttive, le quali si ergono contro di lui come una potenza estranea. Senza una critica dell’alienazione così intesa, ogni rifiuto rischia di rimanere un gesto estetico privo di presa sulla realtà materiale; eppure, l’intervento si chiude invocando la consapevolezza che le potenze del mercato non sono sottratte alle capacità umane di trasformarle.

 II. La felicità come cosa che cade: la Sirena muta e la promessa infranta.

Se il lavoro è il luogo dell’alienazione, dove risiede la felicità? 

La risposta risuona in quella fantasmagoria della merce che, come emerge dall’analisi di Matteo Settura, costituisce la struttura stessa della promessa di felicità nella modernità. Tuttavia, questa felicità si rivela essere una «cosa che cade» (Glück), una parabola discendente che come un fuoco d’artificio si spegne in una falsa promessa di immortalità; e dietro l’abbaglio ogni promessa, come sempre abita lo Spleen, che è già in agguato come suo ineludibile contenuto di verità.

La modernità si nutre proprio di questa modalità di cattura del soggetto che implica la delusione dello sguardo non corrisposto della passante baudelaireiana, la promesse de bonheur che si rivela costitutivamente non mantenuta. In questo teatro di ombre e riflessi fugaci, l’idea di una lontananza non più attingibile rimanda al concetto benjaminiano di aura. L’aura stessa non è altro che la promesse de bonheur applicata alla struttura dell’esperienza: la capacità poetica di un fenomeno di levare lo sguardo verso chi lo osserva, instaurando una reciprocità che ci trascina nel sogno. Il mondo disincantato della merce, tuttavia, non ricambia questo sguardo. In questo scenario, il malinconico è forse l’unico a saper leggere la storia: colui che attribuisce un’istanza soggettiva alle cose per salvarle, ben sapendo che l’aura è perduta già in partenza. Ma ciò che suggerisce la teoria critica ad oggi, è che senza respirare questa malinconia non è possibile leggere le fratture dell’attuale.

A questa rinuncia risponde Giuseppe Di Giacomo analizzando nel suo intervento il pensiero musicale di Adorno: se la promessa è infranta, l’arte autentica non deve offrire pacificazione ma farsi carico della dissonanza, divenendo enigma e negazione dell’esistente. Se Alessandro Alfieri propone di riconsiderare il potenziale estetico dell’industria culturale (come nella popular music) oltre la dicotomia tra apocalittici e integrati, è forse nel corpo che si trova l’unica traccia di una promessa mantenuta. Il saggio di Stefano Marino sull’erotismo in Adorno apre uno spiraglio imprevisto: il «cieco piacere fisico» emerge come un luogo di resistenza. Nel momento in cui l’Io si «amalgama» all’altro (il sich anschmiegen della Dialettica negativa), si manifesta una traccia di quella conciliazione tra spirito e natura che la società dello scambio nega. L’eros diventa così l’immagine speculare e rovesciata della merce: se la merce è promessa tradita, il piacere fisico è l’istante in cui la felicità accade, pur nella sua fugacità.

 III. La gabbia della «Seconda natura» e lo sguardo della Sentinella.

Se l’eros e l’arte rappresentano le linee di fuga, il volume ci ricorda che la vita sociale rimane catturata in una gabbia di istituzioni che si ergono come pilastri immodificabili. Su questo tema si accende il confronto tra Lucio Cortella e Ginestra Bacchio. Cortella tenta una riabilitazione dell’eticità come seconda natura positiva, necessaria per incarnare la libertà in costumi condivisi. Questa visione viene dialettizzata da Bacchio attraverso il confronto tra l’antropologia di Adorno e quella di Arnold Gehlen: mentre per Gehlen l’uomo, essere carente ed esposto al caos, si salva solo alienandosi nelle istituzioni (esonero), per i Francofortesi questa cristallizzazione non è salvezza, ma reificazione. È il dominio che si traveste da natura per rendersi invisibile.

Oggi, questa gabbia ha assunto la forma della transizione algoritmica. Come illustra Sergio Bellucci, il codice digitale è la nuova gabbia d’acciaio, che non si limita ad organizzare il lavoro, ma estrae valore dalla vita stessa, trasformando perfino relazioni e desideri in dati. L’algoritmo è la ratio strumentale che ha colonizzato l’inconscio, rendendo l’alienazione talmente perfetta da sembrare libertà. Eppure, nel cuore della notte amministrata, si leva un’ultima figura: la Sentinella. È l’immagine biblica evocata da Pietro Zanelli («Sentinella, quanto resta della notte?») per descrivere il compito della coscienza utopica. In dialogo con Bloch e Moltmann, Zanelli e Giacomo Canobbio ci ricordano che il pensiero critico deve mantenere viva l’anticipazione di un risveglio che rompa il ciclo dell’uguale. Uno sguardo oltre la gabbia che trova eco nella proposta geofilosofica di Roberto Malighetti: il concetto cinese di Tianxia («tutto sotto il cielo») offre l’immagine di un mondo basato sulla correlazione, suggerendo che l’orizzonte del capitalismo globale non è l’unico possibile.

Conclusioni 

Cosa resta, dunque, al termine di questa galleria di figure? Se la Sentinella fissa la notte davanti a sé, l’Angelo della storia descritto da Walter Benjamin nelle sue Tesi ha il viso rivolto al passato: dove noi vediamo il progresso, egli vede una catastrofe che accumula rovine. La Teoria critica è oggi, al contempo, l’Angelo che vorrebbe ricomporre l’infranto e la Sentinella che deve calcolare quanto resta della notte per non cedere al sonno della ragione. In questa dialettica tra la memoria delle macerie e l’interrogazione ostinata del buio, il volume conferma che il pensiero di Francoforte non è un reperto da museo, ma una riserva di senso che custodisce la possibilità che la storia non abbia ancora detto la sua ultima parola.


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