Fondamenta per una nuova iconografia della malattia mentale

L’11 marzo 1924 nasceva Franco Basaglia. La sua battaglia per un cambio di paradigma nel trattamento della malattia mentale ha trasformato per sempre lo sguardo pubblico della società italiana sull’emarginazione e il disagio psicologico. Il racconto visivo di denuncia della violenza nei manicomi portato avanti da alcuni fotografi rappresenta una parte importante del lavoro culturale che contribuì alla rivoluzione basagliana.
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La nuova alleanza tra fotografia e psichiatria (Mimesis Edizioni, 2025), Francesca Orsi ripercorre, attraverso una serie di conversazioni con alcuni dei fotografi protagonisti di quella stagione, la nascita di una nuova iconografia della malattia mentale. Su Scenari proponiamo un estratto del volume che analizza l’impatto dell’uscita di “Morire di classe” di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin e della strategia portata avanti da Basaglia per rendere visibile la violenza dei manicomi.

Susan Sontag scriveva: “Le fotografie sconvolgono nella misura in cui mostrano qualcosa di nuovo”. Questo suo pensiero era riferito, nello specifico, al ritrovamento di alcune fotografie dei campi di concentramento di Bergen-Belsen e Dachau in una libreria di Santa Monica, in California, nel luglio del 1945, quando aveva dodici anni. Quell’esperienza la travolse talmente da teorizzarla, in seguito, e farla confluire nel suo pensiero sulla natura fotografica, diffuso, nel 1977, dalla prima edizione del saggio On Photography, pubblicato in America dalla casa editrice Farrar, Straus and Giroux. 

Mi sembra addirittura plausibile dividere la mia vita in due parti, prima di vedere quelle fotografie (avevo allora dodici anni) e dopo, anche se dovevano trascorrere ancora alcuni anni perché ne comprendessi appieno il significato. […] Quando guardai quelle fotografie qualcosa si spezzò. Avevo raggiunto un limite, e non era solo quello dell’orrore: mi sentii irrevocabilmente afflitta e ferita, ma una parte di me cominciò anche a indurirsi; qualcosa si spense; qualcosa piange ancora. 

Nel 1961 Franco Basaglia entrò per la prima volta dentro al manicomio di Gorizia: per lui era la prima esperienza sul campo, come direttore di un ospedale psichiatrico. La reazione fu subito traumaticamente epifanica, riportandogli alla memoria il suo ingresso in carcere nel 1944, dove rimase per sei mesi, dopo essere stato arrestato come antifascista. L’odore di morte era lo stesso.  

Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di medicina. Lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. C’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia mentre si dissezionano i cadaveri. Tredici anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando vi sono entrato per la prima volta ho avuto quella stessa sensazione. Non c’era odore di merda ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda, che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese. A questa logica assurda, infame del manicomio noi abbiamo detto no. 

Non penso che l’epifania negativa di Franco Basaglia a Gorizia fosse stata la stessa provata da Susan Sontag davanti alle immagini dei campi di concentramento, ma per entrambi si trattò di uno sconvolgimento primitivo che rivoluzionerà il loro pensiero, come reazione alle pratiche dei regimi repressivi e delle istituzioni totalitarie. Nel caso di Basaglia dell’istituzione psichiatrica, nel caso della Sontag del regime nazista. Basaglia, inoltre, con la sua riforma e con Morire di classe,che ne fu manifesto politico, cercò di andare oltre l’azione istituzionalizzante della psichiatria sul malato mentale, ne fece una più ampia questione sociale e politica all’interno del sistema del nostro Paese.  

…al di là di ogni significato tecnico-scientifico, l’istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l’oggetto della violenza di un’istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l’oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in potere dell’istituto deputato a controllarlo. 

Non è un caso, infatti, che il titolo del reportage di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin fu dato alle stampe come Morire di classe, inducendo a pensare a un immaginario che, secondo Basaglia, avrebbe dovuto osteggiare un più ampio ventaglio di istituzioni repressive, dalla famiglia alla scuola, dal sistema carcerario alle forze dell’ordine, fino ad arrivare, per l’appunto, nello specifico, all’istituzione psichiatrica. A confermare questa idea, l’editing delle immagini del libro, che non comprende esclusivamente fotografie prodotte negli ospedali psichiatrici di Gorizia, Colorno (Parma) e Firenze − dove Cerati e Berengo Gardin si recarono tra l’aprile e l’ottobre del 1968 − ma anche il ritratto mosso di un militare in assetto antisommossa (Gianni Berengo Gardin, Contestazione della Biennale d’Arte di Venezia, Venezia, 1968) e una scena di interni che mostra un gruppo ristretto di persone in abito da sera mentre conversano in un salotto alto borghese (Gianni Berengo Gardin, Untitled, Venezia, 1968). Per promuovere e divulgare, oltre il muro di contenzione del manicomio, i principi e il pensiero di quello che sarebbe diventato un vero e proprio movimento, Basaglia, insieme alla moglie Franca Ongaro, congegnò un’attenta strategia di comunicazione, quando ancora una specifica riflessione a riguardo non c’era, intessendo, prima di tutto, uno stretto dialogo con l’opinione pubblica, non solo italiana. Ne è un esempio il documentario della regista finlandese Pirkko Peltonen, arrivata a Gorizia nell’agosto del 1968, per girare quello che sarebbe diventato La favola del serpente, prodotto dalla Radiotelevisione finlandese, o ancora I giardini di Abele di Sergio Zavoli, andato in onda il 30 dicembre del 1968 su Tv7, e poi molti altri servizi televisivi e radiofonici, oltre a inchieste giornalistiche della carta stampata. A essere coinvolta in questa “operazione culturale” anche la casa editrice Einaudi, fucina di pubblicazioni sul pensiero dello psichiatra veneziano, ma anche di traduzioni − a opera di Franca Ongaro Basaglia − di libri seminali per la nuova psichiatria come Asylums di Erving Goffman. Morire di classe fu, quindi, parte di una più complessa visionarietà sui metodi di divulgazione e promozione del pensiero deistituzionalizzante di Franco Basaglia. 

Con questa inchiesta [I giardini di Abele] e quel libro [Morire di classe] arrivò per la prima volta al pubblico italiano un discorso sulla malattia mentale del tutto diverso da quello che un altro medium di massa, il cinema, aveva fatto fino a quel momento, con film anche grandissimi (quelli di Alfred Hitchcock ad esempio) che avevano guardato alla malattia mentale cercando di interpretarla o per lo meno rappresentarla. Qui invece ‘la malattia è messa’, fenomenologicamente, ‘tra parentesi’, i temi sono i corpi dei malati, l’istituzione che li fa oggetti, l’autodenuncia della psichiatria che sancisce l’esclusione del povero, del diseredato, il messaggio alla società affinché guardi quelle immagini, le cerchi nel proprio contesto e si domandi perché. 

Francesca Orsi, La nuova alleanza. Tra fotografia e psichiatria. Da Basaglia a oggi, Mimesis, 2025, 234 pp.

Prima della pubblicazione del libro di Cerati e Berengo Gardin, nel maggio del 1969, la condizione manicomiale dentro gli ospedali psichiatrici era già stata rivelata al mondo esterno come una tematica attuale, ma, paradossalmente, le loro fotografie sconvolsero il Paese e l’opinione pubblica nella stessa maniera con cui si guarda a una realtà nuova, orrendamente nuova, come scriveva Susan Sontag. Confrontando I giardini di Abele con le immagini di Morire di classe c’è da chiedersi, però, se l’impatto così devastante, violento, scandaloso, delle immagini fotografiche sia dovuto anche a un editing visivo la cui “dirompenza” era stata consapevolmente direzionata, da Franco Basaglia e Franca Ongaro, in funzione di uno scopo ben preciso e condivisibile: quello di denunciare, in maniera estesa, l’istituzione psichiatrica e di demolire, così, il manicomio. La loro intenzione non era quella di raccontare il cambiamento in atto all’interno dell’ospedale friulano, come fa, invece, il servizio di Sergio Zavoli. Quando, infatti, Cerati e Berengo Gardin andarono a Gorizia per la prima volta, alla gestione del manicomio era stato applicato, già da anni, il processo di apertura voluto da Basaglia, ma di tale processo non vi è traccia nelle fotografie del libro. Quello che permea Morire di classe è, invece, un urlo costante, che sbatte sotto gli occhi di tutti un esteso e uniformante concetto di violenza e repressione, da Gorizia a Firenze, passando per Colorno. Le immagini delle gite, delle assemblee, delle reti abbattute, di una certa quotidianità di vita ritrovata, anche se esistevano, se erano state fatte, non sono state incluse: lo saranno solo nelle edizioni successive e nei libri pubblicati dai singoli autori, quando il valore di testimonianza, di documento, avrà soppiantato l’esigenza di denunciare lo stato delle cose.  

Probabilmente abbiamo fatto molte cose che possono essere considerate propaganda. […] Ma ciò che ci interessava era che, attraverso questi messaggi, potesse essere indicata ancora una volta la strada da seguire; la denuncia pratica del manicomio, la sua distruzione, l’eliminazione della logica manicomiale e l’offerta pratica all’utente di una assistenza alternativa. Abbiamo certamente usato tutti i mezzi che il sistema ci può aver dato: dalla radio alla televisione, da Marco Cavallo, al volo, alle infinite conferenze che siamo andati a fare un po’ dovunque. 

In una progettualità editoriale che non contemplava il fatto di dare al lettore la possibilità di capire dove una specifica foto fosse stata scattata, le immagini di Gorizia confluiscono in un flusso visivo, omogeneo e accorato, che doveva suscitare protesta e indignazione. Come si suole dire: “Il fine giustifica i mezzi”. In virtù di questa riflessione, ma anche, forse, per la propria natura epifanica e per il suo valore iconico, la fotografia, incarnata in Morire di classe, diventò, in questo modo, un vero e proprio manifesto, una “testa d’ariete”, per sfondare le cinte murarie dei manicomi e arrivare fuori, alla società. 


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