Dalla “Psicologia delle folle” a “La società come verdetto”: la sociologia francese da Le Bon fino ad Eribon

Soprannominato il Faust di Rue Vignon, Gustave Le Bon, nato nel 1841 e morto nel 1931, è stata una delle figure più poliedriche ed enigmatiche della cultura francese a cavallo tra Ottocento e Novecento. Tra i primi studiosi ad occuparsi di antropologia in modo più o meno scientifico, inventò uno strumento per la misurazione del cranio, si spacciò esperto di archeologia orientale, pubblicò bestseller sui temi più vari, dalla pedagogia all’equitazione alla radioattività, arrivò a lagnarsi per aver perso il premio Nobel per la Fisica contro Marie Curie, polemizzò per lettera con Albert Einstein autoattribuendosi la scoperta della relatività generale – non male per una sola vita. La vera esperienza life changing per Le Bon fu nondimeno l’assedio di Parigi ai tempi della Comune, dove svolse funzioni mediche che gli fruttarono la decorazione a cavaliere della Legion d’onore. Centrale nella sua multiforme opera pubblicistica e letteraria fu il trittico della psicologie: il celeberrimo Psychologie des foules, datato 1895, seguito da Psychologie du socialisme nel 1898 e Psychologie de l’education nel 1902. Il primo dei tre saggi, noto in Italia come Psicologia delle folle, fu nettamente il più grande successo del percorso intellettuale di Le Bon:solo nei tre decenni e mezzo tra il 1895 e il 1931, anno della morte dell’autore, ci furono ben trentacinque edizioni dell’opera [solo in Francia]. Alla Psicologia delle folle non mancarono neanche lettori illustri: Mussolini dichiarò “non so quante volte ho riletto la Psicologia delle folle, è un’opera fondamentale a cui faccio spesso riferimento”, e da qui si è diffusa la vulgata di Le Bon come precursore del fascismo; tra gli altri estimatori, Arturo Alessandri e – pare – addirittura il presidente americano Theodor Roosevelt. Fu un’importante pietra di paragone per Sigmund Freud nella redazione della sua Psicologia delle masse e analisi dell’io; e anche Theodor Adorno e Max Horkheimer fecero riferimento alla Psicologia delle masse di Le Bon incominciando le loro Lezioni di sociologia.

Di Psicologia delle folle è stata recentemente ridata in stampa una approfondita edizione critica in italiano dalla Bollati Boringhieri, che si va ad aggiungere ad un sempre più ricco catalogo di opere di psicologia e psicoanalisi di cui i capisaldi furono l’opera omnia degli stessi Freud e Jung. L’edizione critica proposta dalla Bollati Boringhieri, curata da Francesco Gallino con una prefazione di Damiano Palano, vuole sfatare alcuni falsi miti attorno a Psicologia delle folle senza però neanche disconoscere il carattere metodologicamente eterodosso dell’esposizione e le sinistre implicazioni politiche del pensiero di Le Bon. Come riassume Francesco Gallino nella sua introduzione, “Psicologia delle folle si rivela un libro politicamente paradossale. Schernisce le tipiche illusioni democratiche: istruzione, informazione, cittadinanza attiva. Eppure è favorevole alla democrazia, nel senso che invita ad affidarsi al voto popolare. E non malgrado la sua irrazionalità, ma proprio in ragione di essa”. Le Bon, vissuto in un’epoca in cui si era da poco affermato il suffraggio universale maschile, pensa che il voto degli elettori si decida in modo completamente irrazionale, ma non per questo è contrario alla democrazia: anzi, proprio la malleabilità delle folle popolari è vista da Le Bon come una facilitazione per l’accesso al potere per chi è capace di interagire efficacemente con le masse.

Le pagine di Psicologia delle folle trasudano della consapevolezza che Le Bon aveva di ingresso in una nuova epoca: “mentre tutte le nostre antiche credenze vacillano e svaniscono, mentre le vecchie colonne portanti della società crollano una a una, la potenza delle folle è la sola forza a non essere minacciata e il cui prestigio non fa che aumentare. L’epoca in cui stiamo entrando sarà davvero l’era delle folle”. Gustave Le Bon mette le mani avanti dichiarando solennemente che “quando uno scienziato cerca di appurare un fenomeno, non deve far caso agli interessi che le sue scoperte potrebbero andare a toccare” e, riprendendo un’affermazione di Eugène Goblet d’Alviella, premetteva che non appartenendo a nessuna delle scuole contemporanee gli sarebbe capitato volta per volta di trovarsi in disaccordo con le posizioni di ciascuna di esse. La sua posizione, che si potrebbe sbrigativamente definire di un pragmatismo reazionario, va chiaramente contro il comunismo e le altre scuole di pensiero che, dagli anni quaranta dell’Ottocento, avevano cercato di cambiare lo status quo politico-economico: “se oggi il socialismo è così potente è perché rappresenta l’unica illusione rimasta in vita”, scrive Le Bon, e “la sua forza principale risiede nell’essere difeso da menti che ignorano la realtà delle cose, al punto di promettere all’uomo la felicità”. Qua e là emergono chiaramente anche tracce di teorie razziali, come nella distinzione tra folle latine, più inclini ad autoritarismo e all’intolleranza, e folle [xxx].

I passaggi più densi e illuminanti di Psicologia delle folle sembrano anticipare intuizioni, oltre che di Sigmund Freud, anche di René Girard con il suo capro espiatorio e di Elias Canetti con la sua opera-mondo Massa e potere – ma in una chiave non di difesa dell’individuo, come semplificando si potrebbe dire di Canetti e Girard, bensì di manipolazione della massa. Questa manipolazione riguarda innanzitutto il passato e come questo riecheggia nel presente: in una delle molte divagazioni presenti nel testo del saggio, Le Bon fa sfoggio di una sorta di nichilismo epistemologico rispetto alla possibilità di conoscere autenticamente la Storia che ci ha preceduto “dobbiamo considerare i libri di storia come opere di pura immaginazione. Sono racconti fantastici di fatti mal osservati, accompagnati da spiegazioni elaborate a posteriori”. È con fare disincantato che Le Bon retoricamente considera che “se non fosse per le opere letterarie, artistiche e monumentali tramandate sino a noi, del passato non sapremmo assolutamente niente di reale. Conosciamo forse anche un solo dettaglio veritiero riguardo alla vita dei grandi uomini che hanno rivestito i ruoli decisivi per l’umanità, come Ercole, Buddha, Gesù o Maometto?”. 

Basandosi sull’esperienza, sulla cronaca e quel che è stato trasmesso a noi della Storia Le Bon postula una “legge dell’unità mentale delle folle”, sulla base della quale “si vedono giurie emettere verdetti che ciascun giurato, individualmente, disapproverebbe, e assemblee parlamentari promulgare leggi e provvedimenti verso cui ogni membro sarebbe personalmente in disaccordo. Presi uno per uno, gli uomini della Convenzione erano borghesi istruiti di indole pacifica. Riuniti in folla, non esitarono ad approvare le proposte più feroci, a mandare alla ghigliottina individui chiaramente innocenti e a rinunciare (contro tutti i propri interessi) all’inviolabilità, finendo per decimarsi fra loro”. Non mancano dall’altro lato neanche esempi di “moralizzazione dell’individuo da parte della folla”: come rimarca Le Bon, “perfino ai criminali incalliti capita spesso, per il semplice fatto di essere riuniti in una folla, di ritrovarsi temporaneamente a seguire rigidissimi princìpi morali. Taine ricorda che gli autori dei massacri di settembre depositarono sulla tavola dei Comitati i portafogli e i gioielli trovati sui corpi delle vittime, che pure avrebbero potuto rubare con facilità”. Anche tema di legislazione e tassazione c’è un esempio lampante del modo di pensare di Le Bon rispetto alla problematica delle folle: “se un legislatore vuole imporre una nuova tassa, dovrà forse scegliere quella che teoricamente sarebbe più giusta? Niente affatto. Nella pratica la più ingiusta potrà rivelarsi, per le folle, la migliore: se infatti è la tassa meno vistosa, e quindi è all’apparenza meno gravosa, sarà l’opzione che accoglieranno con maggior favore. Quindi una tassa indiretta, per quanto esorbitante, verrà sempre accettata dalla folla: dovendosi pagare su base quotidiana, in frazioni di centesimi sommate al prezzo dei beni di consumo, non infastidisce le abitudini della folla, e quindi non la impressione. Rimpiazzatela con un’imposta proporzionale sui salari da pagare in un’unica mandata, fosse anche dieci volte meno gravosa dell’altra: si solleveranno proteste unanimi”. Se vogliamo, Gustave Le Bon è un difensore ante litteram dell’IVA.

Argomentando a partire dalla vera e propria ossessione che Napoleone Bonaparte aveva per l’immaginazione popolare, e l’effetto che le sue imprese e decisioni facevano su di essa – “é facendomi cattolico che ho posto termine alla guerra di Vandea; è facendomi musulmano che ho preso il potere in Egitto, ed è facendomi ultramontano che ho conquistato i preti in Italia. Se governassi un popolo di ebrei, ricostruirei il tempio di Salomone”, disse una volta l’imperatore dei francesi – Le Bon conclude che “non sono i fatti in sé a fare colpo sull’immaginazione popolare, ma il modo in cui vengono disposti e presentati. Bisogna condensarle in modo tale che producano un’immagine penetrante, che riempia e ossessioni la mente. Chi conosce l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle conosce anche l’arte di governarle”. Più nello specifico, “studiando l’immaginazione delle folle abbiamo visto come esse vengano impressionate soprattutto dalle immagini. Le immagini non sono sempre disponibili, ma è possibile evocarle mediante un uso oculato delle parole e delle formule”

Se è vero che “mai le masse hanno avuto sete di verità”, è anche vero che “la folla è un gregge servile che non sa stare senza un padrone”. Da sfruttare ai fini di dominio è, secondo Le Bon, innanzitutto il sentimento religioso delle folle, caratterizzato dall’”adorazione di un essere ritenuto superiore, paura della potenza magica che gli si attribuisce, sottomissione cieca ai suoi comandamenti”, nonché dalla tendenza a considerare nemici tutti coloro che non li accettano” fino a parossismi di intolleranza e fanatismo. In termini di pars costruens, o almeno di quel che è tale dalla prospettiva di Le Bon, la perentorietà delle affermazioni, il ricorso a frequenti ripetizioni e lo sfoggio anche retorico del coraggio sono tre tecniche indispensabili per far penetrare idee e credenze nella mente delle folle: le correnti di opinioni procedono, secondo l’autore di Psicologia delle folle, attraverso una forma di contagio collettivo. In fondo, la Psicologia delle folle è un grande esorcismo della Rivoluzione francese tutta, ingente fantasma mai rimosso dall’inconscio collettivo d’oltralpe: e proprio per questo può essere interessante leggere sinotticamente alla Psicologia delle folle di Le Bon un libro bene o male contemporaneo proveniente sempre dalla Francia: La società come verdetto. Classi, identità, traiettorie, originariamente pubblicato oltralpe nel 2013 ed edito in italiano a fine 2025 da L’Orma Editore per la traduzione di Annalisa Romani.

Didier Eribon, classe 1953, è una delle figure di maggior spicco del dibattito filosofico francese: dopo essersi affermato negli anni novanta con una monumentale biografica filosofica di Michel Foucault, Eribon ha avviato una fitta attività da professore tra Europa e Stati Uniti, collaborando anche con atenei del calibro di Berkley, Cambridge e Princeton oltre che con l’università d’Amiens e il Centre Pompidou di Parigi. Tenuto in alta considerazione in ambito accademico come filosofo e sociologo, con i suoi seminari annuali all’École des hautes études en sciences sociales sugli studi gay, lesbici e queer, tenuti dal 1998 al 2004, Didier Eribon si è anche accreditato come una delle più importanti voci internazionali dei queer studies. Il saggio La società come verdetto ruota principalmente attorno all’ipotesi che l’identità individuale non sia una scelta privata, ma il riflesso di una sentenza collettiva: il saggio di fatto è una reprise di uno dei suoi libri più celebri, Ritorno a Reims, sospeso tra analisi filosofica e sociologica e memoir personale, nella consapevolezza che “un ritorno non è mai terminato e, forse, mai terminabile”. 

Nel suo sviluppo, La società come verdetto rovescia implicitamente l’assunto leboniano secondo cui la folla dissolve l’individuo in un’unità mentale irrazionale: in Eribon non è la massa a cancellare il soggetto, ma la società a produrlo, plasmarlo e giudicarlo attraverso una rete capillare di classificazioni simboliche. L’identità, lungi dall’essere un nucleo intimo o una libera autodeterminazione, si configura come l’esito di un processo di interpellazione permanente, in cui classe sociale, origine, linguaggio, orientamento sessuale e traiettoria scolastica concorrono a emettere un verdetto che precede e condiziona ogni possibile presa di parola. Riprendendo e rielaborando strumenti concettuali di Pierre Bourdieu, e in parte anche di Foucault come quello di self-fashioning, Didier Eribon mostra come la violenza sociale agisca soprattutto in forma invisibile, sotto specie di evidenza naturale: ciò che appare come “destino” o “carattere” è spesso il risultato interiorizzato di esclusioni, umiliazioni e aspettative sociali rigidamente gerarchizzate.

È su questo punto della trattazione di Eribon che il confronto con Le Bon diventa particolarmente istruttivo: se per l’autore della Psychologie des foules il verdetto emerge dall’irrazionalità collettiva e si manifesta in esplosioni episodiche, per Eribon esso è continuo, strutturale, inscritto nella normalità delle istituzioni e dei discorsi. Non serve una folla in tumulto perché la società giudichi; bastano la scuola, il mercato del lavoro, il linguaggio legittimo, lo sguardo altrui. La trattazione di Eribon chiaramente ha un occhio di riguardo per la condizione degli omosessuali: “credo che un gay abbia sempre più difficoltà a coincidere con sé stesso, con la propria identità sociale e quindi a gestire il suo rapporto con gli altri”, si legge a un certo punto del saggio, “perché la distanza – da sé stesso, dagli altri, dal mondo sociale e le sue istituzioni – è quasi costitutiva della sua soggettività”. Interessante anche la trattazione della dualità di vergogna e paura a proposito della comunità queer e altre minoranze più o meno marginalizzate: per chi ha consapevolezza della propria diversità, scrive Eribon, “vergognarsi della propria vergogna non serve a liberarsene”; e “se, fino a un certo punto, possiamo superare la vergogna, rovesciando – collettivamente – lo stigma, contestando le gerarchizzzazioni sociali, sessuali, razziali e le norme che assoggettano (con formule come ‘Black is beautiful’, ‘Gay Pride’…), la paura è più difficile da superare. In tal modo, la paura diventa la struttura stessa dell’Essere-nel-mondo per chi la prova”.

Una delle particolarità de La società come verdetto nell’ambito della scrittura sociologica di provenienza accademica sta nell’attenzione che il volume presta : il libro contiene un’intera sezione dedicata alla letteratura autobiografica di Annie Ernaux, che a suo tempo aveva molto lodato Ritorno a Reims e che al momento della pubblicazione in francese del nuovo saggio di Eribon ancora non aveva vinto il premio Nobel, e approfondisce anche scritti di Claude Simon, Richard Hoggart, Raymond Williams, Paul Nizan e, in misura minore, Louis Althusser ed Edouard Glissant. In questo senso La società come verdetto appare come una sorta di controstoria della modernità sociologica francese: laddove Le Bon temeva la potenza incontrollabile delle masse, Eribon, partendo dalla sua stessa esperienza di vita e attingendo dalla letteratura e dalla sociologia del Novecento le biografie altrui, individua il vero potere nella capacità silenziosa della società di produrre soggetti che finiscono per riconoscersi, spesso dolorosamente, nel giudizio che li ha preceduti e formati. In questo processo di formazione dell’individuo conforme, e non necessariamente conformista, un ruolo importante nell’ultimo quindicennio lo hanno svolto i social network, non così diffusi all’epoca della pubblicazione originaria del saggio di Eribon in cui l’argomento è ancora assente; e sarebbe certo interessante approfondire quanta normatività, anche e soprattutto attraverso il dibattito pubblico e i modelli di costume sostenuti dai social, si sia introdotta anche nella comunità queer raccontata da Eribon ancora nella sua irriducibile alterità. Adesso non siamo più nell’era delle folle, ma nell’epoca dei verdetti interiorizzati, e felicemente diffusi da algoritmi e account individuali e collettivi: è forse arrivata l’era delle utenze?


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