Heidegger: il pathos dell’esistenza

Heidegger: Il pathos dell’esistenza. Genesi ed evoluzione della fenomenologia dell’affettività tra Aristotele e Kant (1919-1930), saggio della studiosa Laura La Bella edito da Mimesis nel 2025, esplora la struttura dei fenomeni che riguardano la sfera emotiva riletti sotto una luce particolare, non unicamente attraverso la concettualizzazione psicologica o somatica, ma nel confronto con il pensiero di Heidegger in rapporto alla filosofia aristotelica. Il tema della paticità, come sostiene La Bella in questo recente lavoro, si mostra indiscutibilmente centrale già a partire dalle riflessioni heideggeriane precedenti alla pubblicazione di Essere e tempo, e getta in un certo senso le basi per il successivo sviluppo dell’ermeneutica dell’esserci heideggeriana, la cui intenzione è quella di determinare le strutture categoriali del “fenomeno della vita colta nella sua manifestazione pre-teoretica”. L’esperienza umana della Befindlichkeit viene qui pensata ponendo l’accento sul sentirsi situato che si colloca a fondamento di ogni concettualizzazione. La teorizzazione della Befindlichkeit riflette probabilmente quel passo indietro (Schritt zurück) rispetto alla tradizione della metafisica che l’intera filosofia heideggeriana tenta di portare a compimento, con rilevanti conseguenze anche sull’idea della libertà umana su cui l’autrice si concentra successivamente prendendo le mosse dal pensiero kantiano.

Per introdurre la questione della paticità nel primo Heidegger il saggio si sviluppa soprattutto a partire dall’interpretazione heideggeriana della filosofia di Aristotele illustrata nelle lezioni tenute a Marburgo nel semestre estivo del 1924, Concetti fondamentali della filosofia aristotelica. Già dal primo capitolo, attraverso la lettura heideggeriana di Aristotele incentrata soprattutto sui riferimenti alla Retorica, il saggio di La Bella mette in luce le “radici” della Befindlichkeit heideggeriana, cioè il necessario stadio pre-riflessivo su cui è essa e fondata. Il concetto di Befindlichkeit prevede che dell’esserci sia costitutivo il trovarsi (sich befinden) situato ad un livello patico, che precede ogni tipo di teorizzazione scaturente dal logos, tradizionalmente associato alla dimensione della razionalità. Il pathos assume qui, come osserva l’autrice, una connotazione non totalmente passiva, ma si mostra nella sua fondamentale relazione con l’attività. Connaturato ad esso per Heidegger è infatti l’essere disposto all’alterazione indicata dal termine “alloiosis”, reso in tedesco con “Anderswerden”, cioè il divenire altro da sé: è l’affezione ad intervenire in modo attivo sul soggetto e a modificare i pathe. La struttura dei pathe, che costituiscono in sé delle modificazioni, rivela la relazione fondante dello stadio emotivo rispetto alla sfera razionale, come emerge in particolare nell’ambito della retorica aristotelica, di cui La Bella sottolinea efficacemente l’importanza nelle indagini del primo Heidegger. Nel contesto della vita associata della polis, il retore è la persona che, mediante la sua abilità oratoria, è capace di suscitare e modificare le tonalità emotive di chi lo ascolta, in Heidegger le Stimmungen, secondo un fine determinato. Il logos colto da Heidegger in senso originariamente greco, cioè come una determinazione fondamentale propria dell’essere umano in quanto tale, viene qui inteso a partire dal disvelamento, dalla verità (aletheia) quale apertura e, in particolare, dallo stadio pre-riflessivo e pre-concettuale dei pathe. Tramite la trattazione del tema delle passioni in Aristotele, il lavoro di La Bella conduce inoltre ad una riflessione su una possibile “etica” nel pensiero heideggeriano basata sulla dinamicità delle passioni, e specialmente sul concetto di koinonia, equiparabile al Miteinandersein, l’essere l’uno con l’altro caratteristico dell’uomo (in quanto zoon politikon) che è soprattutto un Miteinandersprechen, il confrontarsi attraverso la parola che prende avvio dal logos come apertura. Il primo Heidegger, contrariamente a quanto si può pensare se si considerano le sue riflessioni sull’inautenticità della sfera pubblica, appare dunque in questo saggio come un pensatore che riconosce pienamente la necessaria dimensione pubblica che hanno i pathe e il logos. Da questa analisi emerge un’“etica” heideggeriana, sempre concepita in parallelo alla sua interpretazione di Aristotele, che sembra concentrarsi sulla formazione e sul mutamento delle opinioni tramite il dinamismo dei pathe, che, seppure misurati razionalmente nell’etica aristotelica – in cui è centrale la nozione di medietà –, rimangono sempre a fondamento delle virtù e dei vizi dell’abitante della polis. Inoltre, come viene sottolineato in modo efficace da La Bella nella conclusione del primo capitolo, la lettura heideggeriana della trattazione aristotelica delle passioni pone l’accento sulla concezione anti-dualistica di soma e psiche, secondo cui i pathe sono fenomeni intrinsecamente psico-fisici, nei quali si radica la possibilità della relazione dell’esserci con gli altri enti.

Laura La Bella, Heidegger: il pathos dell’esistenza. Genesi ed evoluzione della fenomenologia dell’affettività tra Aristotele e Kant (1919-1930), Mimesis, 2025, pp. 306, €26

Il capitolo successivo approfondisce ulteriormente la Befindlichkeit evidenziando ancora il primato dell’esperienza pre-teoretica e il carattere aletico del sentirsi situato, che rappresenta per Heidegger la via fondamentale alla manifestatività degli enti. L’autrice definisce qui la Befindlichkeit come “dispositivo interazionale”, medium tra il Dasein e il Welt che si rimandano reciprocamente e la cui relazione è veicolata in primo luogo dalle tonalità emotive secondo cui di volta in volta l’esserci è disposto. Particolarmente interessante è la riflessione sulle Stimmungen come fenomeno riconducibile, in virtù della stessa storia semantica del termine che lo indica, all’ambito musicale: la Stimmung viene descritta anche come una peculiare “intonazione”, “vibrazione” o “armonia”. Ciò rimanda all’idea di una disposizione dell’esserci all’ascolto della “voce dell’essere” (Stimme des Seins) e di una connessione originaria di carattere patico, e quindi non mediata da alcun filtro razionale, fra l’esserci e il mondo in cui è gettato, o, per esprimersi nei termini dello stesso Heidegger, di una “melodia” che “dà il tono” e “determina” il modo di essere dell’essere umano nel suo rapporto con gli altri enti.

Il terzo capitolo è quello che più di tutti si focalizza sulle Stimmungen nelle loro particolarità, Stimmungen che verranno poi indagate in chiave ontologica da Heidegger dopo la pubblicazione di Essere e tempo. Le tonalità emotive fondamentali (Grundstimmungen) qui prese in esame sono innanzitutto la nostalgia e la noia, oggetto d’indagine delle lezioni del 1929-30 raccolte in Concetti fondamentali della metafisica. Mondo – finitezza – solitudine. In questo contesto, la tonalità emotiva si rivela come un fenomeno originario capace di afferrare (ergriffen) l’essere umano e di porsi all’origine della riflessione filosofica. È infatti ad una tonalità emotiva, precisamente quella della nostalgia, che Heidegger, con Novalis, si rivolge per descrivere “l’impulso ad essere a casa propria ovunque”. Dalla tonalità della noia scaturisce invece una riflessione sul corso del tempo, dal quale, per Heidegger, l’essere umano odierno tenta di svincolarsi cercando di accelerarlo attraverso diverse attività, in modo da non annoiarsi. La noia, anche nel significato letterale del termine tedesco “Langeweile”, evidenzia La Bella, si prospetta infatti come la tonalità emotiva nella quale trova manifestazione la lunghezza della durata temporale. L’autrice approfondisce poi il ruolo necessario che ha la noia nella comprensione del passare del tempo in un breve ma interessante excursus che si indirizza anche al di fuori del pensiero di Heidegger, in particolar modo nella letteratura. Molto rilevanti e vicini al pensiero heideggeriano sono soprattutto i riferimenti a Leopardi, che considera la noia “il più sublime dei sentimenti umani” e “madre del nulla”, o a Schopenhauer, per cui la noia, accompagnandosi al dolore, genera un frustrante senso di inappagabilità. In quanto “passione a-patica”, la noia rende l’essere umano indifferente e insofferente rispetto alla realtà, costringendolo a confrontarsi con la mancanza di senso dell’esistenza. L’autrice ricorda come, a partire dal XII secolo, la noia si configuri, nell’ambito della produzione letteraria e filosofica, come un fenomeno proteiforme, capace di originare una scissione profonda tra il soggetto e la realtà che lo circonda, e, con essa, l’anelito alla trascendenza. La noia rimanda ad un vuoto affine, per alcuni significativi aspetti, a quello di fronte a cui pone l’angoscia, che posiziona l’esserci dinanzi all’inquietante e allo spaesante (unheimlich), cioè a quel niente che “nientifica” l’ente nella sua totalità, che il pensatore menziona anche nella prolusione Che cos’è metafisica? del ’29. La dimensione del niente dischiusa tanto dalla tonalità emotiva fondamentale della noia quanto da quella dalla situazione emotiva fondamentale (Grundbefindlichkeit) dell’angoscia rivela così l’abbandono e l’insignificanza degli enti e la finitezza e limitatezza dell’esserci. La medesima dimensione fonda anche, tuttavia, la possibilità del domandare metafisico sull’ente nella sua totalità, quell’interrogazione di carattere dunque pre-teoretico che è espressione eminente dell’essere umano, costitutivamente connotato dalla libertà e dalla progettualità.

L’appendice del saggio è quindi dedicata al tema della libertà in rapporto all’affettività, analizzato questa volta tramite il confronto del pensiero di Heidegger con la filosofia kantiana, a partire dal corso friburghese del 1930, Dall’essenza della libertà umana. Introduzione alla filosofia. Qui si evidenza come la libertà trascendentale kantiana sia strettamente connessa alla nozione di causalità, che Heidegger, come ricorda l’autrice, riconduce nelle sue lezioni ai concetti di movimento e di mutamento. La temporalità si configura come un elemento che, nel suo rapporto con la causalità, gioca un ruolo fondamentale nella percezione della connessione dei fenomeni, in quanto rappresenta la condizione stessa della manifestatività degli enti. Pertanto la filosofia di Kant, pensando la libertà a partire dal nesso causale e dalla successione temporale dei fenomeni rimane, secondo Heidegger, vincolata all’orizzonte degli enti già temporalmente presenti in ordine tra loro, un orizzonte metafisico in cui la libertà si delinea come un modo della causalità. Come viene ricordato nel saggio, esiste però, nella filosofia kantiana, anche una causalità che non rimanda ai fenomeni naturali, ossia la causalità secondo libertà, propria dell’uomo come ente razionale soggetto alla legge morale. Se Kant ha per Heidegger il merito di aver riconosciuto come fondamentale la capacità di decidere e di volere insita nell’essenza dell’essere umano, ha tuttavia inteso la libertà umana come una semplice specificazione della causalità e, conseguentemente, l’uomo come mero caso in cui si realizza senza contraddizione la coesistenza della causalità secondo natura e di quella secondo libertà. Heidegger sottolinea allora la necessità di intendere piuttosto la causalità come modo della libertà, centrale nel dispiegamento della domanda fondamentale (Grundfrage). La Bella si confronta così nelle ultime pagine con il problema della libertà, quale si prospetta nell’interpretazione heideggeriana dell’estetica kantiana, che vede la contemplazione disinteressata dell’oggetto come la modalità attraverso cui si rende possibile, mediante il lasciar essere (Seinlassen), la piena manifestazione dell’ente, svincolato da ogni intento utilitaristico. Quanto l’autrice osserva su tale forma di libertà, in cui trova kantianamente attuazione il libero gioco tra intelletto ed immaginazione, rinvia alle precedenti considerazioni sulla Stimmung come una disposizione all’ascolto propria dell’esserci. E, come ricorda La Bella, è proprio il sentimento del sublime in Kant, come in Heidegger le tonalità emotive fondamentali dell’angoscia e della noia, a rendere possibile l’esperienza della finitezza e al contempo quella della trascendenza e, dunque, della libertà, della quale l’essere umano risulta, in definitiva, il custode. Il lavoro di Laura La Bella spicca quindi per il rigore e l’ampiezza dell’analisi della complessa fenomenologia dell’affettività elaborata da Heidegger nel quadro del suo radicale ripensamento del paradigma razionalista ereditato dalla metafisica. Questo saggio si distingue nello specifico per la sua originalità interpretativa per quanto concerne l’analisi della risposta heideggeriana alla domanda sull’uomo (Menschfrage) alla luce del primato fondativo della dimensione pre-riflessiva dell’esistenza, e la precisa valorizzazione della funzione aletica e rivelativa rivestita in tale prospettiva dalle tonalità emotive in cui la Befindlichkeit si modula.



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