Il nichilismo: una linea su cui sostare. Considerazioni sul confronto Jünger-Heidegger in “Über die Linie”

1. Introduzione

In questo articolo vorrei soffermarmi su un incontro filosofico particolarmente fertile nella storia del pensiero occidentale degli ultimi cento anni. Mi riferisco all’Auseinandersetzung – letteralmente, un dibattimento-dell’uno-contro-l’altro – tra Heidegger ed Ernst Jünger. Questo incontro-scontro filosofico ha inizio già nei primi anni Trenta, quando Heidegger entra in contatto con le opere di Jünger sulla mobilitazione totale del primo dopoguerra e sulla figura dell’operaio. La lettura di tali scritti conduce Heidegger a sviluppare l’idea che il progresso tecnoscientifico celi in sé una dimensione ontologicamente significativa, risultando irriducibile a un processo meramente antropologico o economico-sociale. In quest’ottica, assume particolare rilievo il rinnovato confronto tra i due filosofi negli anni Cinquanta, confluito nel dialogo epistolare e teorico pubblicato con il titolo Oltre la linea (Über die Linie). Questo nuovo luogo di riflessione risulta significativo per almeno due ragioni. Da un lato, esso mostra come entrambi i pensatori, pur da prospettive differenti, riconoscano un nesso strutturale tra il nichilismo e la tecnica, risemantizzando tuttavia il concetto di Nihilismus alla luce di istanze nuove e originali. D’altro canto, esso consente di approfondire il modo in cui Heidegger affronta la questione del nichilismo, interrogandosi sulla possibilità – o impossibilità – del suo superamento. Il presente articolo tenta di elucidare in particolar modo quest’ultimo aspetto, reso particolarmente urgente e significativo dalla dilagante impersonalità nichilistica che sembra caratterizzare l’epoca contemporanea.

2. Il testo e i temi

Oltre la linea racchiude un intenso scambio intellettuale, avvenuto in occasione dei rispettivi compleanni dei due pensatori. Nel 1949, Jünger partecipa al volume miscellaneo organizzato su iniziativa di Hans Georg Gadamer con un breve saggio dal titolo Über die Linie. Nel 1955 giunge il contro-dono di Heidegger: uno scritto omonimo sul medesimo tema, successivamente incluso in Segnavia con il titolo La questione dell’essere [1]. Il confronto che si sviluppa nei due scritti è strettamente legato alla riflessione sul progresso tecnoscientifico, di cui entrambi gli autori già negli anni passati denunciavano le sembianze sempre più “titaniche” e inquietanti. A ciò si aggiungono i mutamenti teorici maturati nel tempo. Oltre al diverso atteggiamento di Jünger – il quale negli anni mitiga l’iniziale entusiasmo verso il mondo mobilitato dell’Arbeiter –, un’importante novità concettuale si annuncia già nel titolo dei saggi. La Linie citata è, infatti, quella del nichilismo, un concetto che acquisisce crescente centralità nella riflessione dei due filosofi, in quanto intrinsecamente legato al tema della tecnica [2]. 

Prima di focalizzare l’attenzione sulla questione dell’oltrepassamento del nichilismo, è opportuno presentare alcune delle acute descrizioni jüngeriane degli ordinamenti tecnici e del loro carattere nichilistico. Discostandosi da una concezione semplicistica del nichilismo come puro disfacimento o caos, Jünger ne rintraccia la massima espressione nell’organizzazione esasperata dell’assetto tecnoscientifico. Il sistema delle tecnoscienze esorcizza con ogni mezzo possibile il caos, in quanto elemento di disturbo che intralcia l’incondizionata volontà di dominio di ogni risorsa disponibile. È nella volontà assoluta di ordine e di razionalizzazione del mondo che Jünger coglie la vera cifra nichilistica dell’epoca: un Nihilismus non apertamente distruttivo, bensì strutturato, sistemico ed efficiente – e perciò ancor più normalizzato e inquietante. In virtù di questa e altre intuizioni, le analisi jüngeriane presenti nel saggio del 1949 si rivelano tutt’altro che marginali, come lo stesso Heidegger riconoscerà. Esse intendono il nichilismo non più come un fenomeno circoscritto al solo ambito europeo, bensì come un evento dal carattere ormai planetario. Il mondo nichilistico è un mondo “ridotto” e livellato, nel quale «si esaurisce la sovrabbondanza»[3] e «l’uomo si sente sfruttato da molteplici punti di vista»[4]. La riduzione del nichilismo spinge a semplificare il mondo, «con le sue molteplici tendenze, a un comune denominatore»[5]. Ne deriva la perdita del meraviglioso, il θαυμάζειν che caratterizza gli albori della filosofia, a favore della «pura tecnica della misurazione»[6], valore emblematico del pensiero calcolante che domina l’epoca del nichilismo e della tecnica.

Di fronte alla lucidità delle sue analisi, Heidegger riconosce a Jünger la capacità di cogliere gli aspetti essenziali dell’epoca: la diffusione della tecnica e il suo legame con il nichilismo[7]. Tuttavia, Jünger non è in grado di inquadrare le origini storiche del nichilismo nel contesto più ampio della storia dell’Essere, né riesce a vedere il legame tra il Nihilismus e l’oblio della differenza ontologica. Questa divergenza di concettualità e intenti tra i due autori emerge fin dal titolo o, per meglio dire, fin dall’interpretazione che viene data della preposizione tedesca Über che vi compare. Essa, infatti, può essere intesa sia nel senso del trans latino – perciò come oltre – che nei termini del de – cioè come su. Alla luce di questa ambiguità semantica, per nulla marginale in un contesto filosofico, Heidegger ritiene che Jünger intenda lo Über come trans lineam[8], indirizzando la sua riflessione al superamento del nichilismo. Al contrario, nel saggio heideggeriano del 1955 emerge la necessità di sviluppare una trattazione de linea, che identifichi il luogo della linea per chiarire, a partire da lì, l’essenza del nichilismo[9]. In ciò si manifesta la medesima istanza che Heidegger già mostrava nei confronti di Nietzsche: pensare il nichilismo nella sua determinazione essenziale; il che significa porre la questione del Niente a partire da quella dell’Essere. Nelle parole di Heidegger, è necessario «imboccare innanzitutto la via che conduce a una localizzazione dell’essenza dell’essere. Solo per questa via è possibile localizzare la questione del niente»[10].

3. La questione dell’oltrepassamento

Impegnato a ricondurre il nichilismo alla storia dell’Essere, Heidegger si dimostra refrattario a ogni affrettato oltrepassamento. Riflettere de linea significa sforzarsi di individuare il luogo del nichilismo, indagando anzitutto l’essenza di ciò che è da superare. Nel testo del 1955 Heidegger riprende gli elementi più significativi della sua interpretazione del Nihilismus – già sviluppata ampiamente negli anni precedenti. Cogliere l’essenza del nichilismo significa orientare il pensiero verso il Niente, da intendersi come il ritrarsi dell’Essere e cioè nella sua relazione originaria con la differenza ontologica. Non si tratta, dunque, del niente nullo della tradizione logico-metafisica, concepito come pura negazione dell’ente, ma di quel Niente «da sempre affine all’“essere”»[11], costitutivo di un volto autentico del nichilismo. Forzando i limiti del linguaggio metafisico, inadeguato a pensare e dire l’Essere, Heidegger giunge a concludere che l’essenza del nichilismo ha luogo nella dimenticanza del carattere sottraente dell’Essere. In tal senso, il nichilismo finisce per coincidere con l’essenza stessa della metafisica, che da sempre ignora il fatto che l’Essere sia Altrodall’ente e, in questo senso, sia ni-ente. In modo solo apparentemente paradossale, il nichilismo si rivela quel destino della storia dell’Essere nel quale niente ne è del ni-ente

Constatato il legame che intercorre tra il Niente e la questione dell’Essere, Heidegger può interrogare più a fondo la legittimità dei tentativi di oltrepassamento del nichilismo. Dacché il nichilismo rappresenta la logica interna all’intera metafisica, superarlo equivale a oltrepassare la metafisica stessa, abbandonando l’interpretazione del senso dell’Essere come presenzialità [12]. Tuttavia, se il nichilismo – nel suo momento autentico – ha a che fare con l’Essere nel suo ritrarsi, ogni tentativo di superamento deve essere accuratamente ponderatoSuperare, infatti, significa «lasciare qualcosa sotto di sé, e al tempo stesso […] dietro di sé come ciò che d’ora in poi non deve avere più alcun potere determinante»[13]. Ma se il Nihilismus, nel suo senso più proprio, è un modo dell’Essere stesso, oltrepassarlo significa 

Che l’uomo va da sé contro l’essere stesso nel suo rimanere assente. Ma chi o che cosa sarebbe mai abbastanza potente da andare contro l’essere stesso […]? Un superamento dell’essere stesso non solo non può mai essere attuato, ma già il tentativo di farlo ricadrebbe nel proposito di scardinare l’essenza dell’uomo. Infatti, il cardine di questa essenza consiste nel fatto che l’essere stesso, non importa in quale modo, sia esso anche quello del rimanere assente, reclama l’essenza dell’uomo, la quale è l’asilo di cui l’essere stesso si dota […]. [14]

Questa, dunque, la prospettiva heideggeriana: ogni tentativo di superamento del nichilismo rischia di intensificare l’oblio dell’Essere, incrementando quel nichilismo inautentico e metafisico. Ogni forma di avventato superamento deve perciò essere messa da parte. A parere di Heidegger, se vi è un sentiero diretto oltre il nichilismo, la possibilità di scorgerlo non è interamente nelle mani dell’uomo, ma dipende dall’Essere stesso e dal modo in cui esso si disvela al pensiero umano. È infatti l’Essere che deve esigere dall’uomo che egli esperisca «il rimanere assente della svelatezza dell’essere come un avvento dell’essere stesso […]»[15]. Occorre allora che il pensiero mediti quella dimenticanza che «fa parte della cosa stessa dell’essere»[16], non come qualcosa di cui sbarazzarsi ma come il mistero in cui l’Essere preserva se stesso. Al di là di superficiali oltrepassamenti, ciò che conta è riuscire a sostare nell’essenza autentica del nichilismo, poiché in essa il pensiero può forse imparare a pensare il restare assente come modo essenziale dell’Essere stesso. 

4. Conclusioni

La prospettiva heideggeriana sul nichilismo indirizza, al di fuori di ogni ambiguità, verso un atteggiamento di attesa pensante più che di operosità. Non si tratta di cercare l’Essere disprezzando i traffici mondani, attraverso un cammino ascetico o una meditazione tecnofobica. Né quello di Heidegger si configura come un immobilismo cinico o pessimista. Al contrario, l’invito alla riflessione mira a orientare l’uomo verso la più potente delle azioni umane: il pensare. Il compito, allora, è meditare sul nichilismo e sulla tecnica, tentando di cogliervi la traccia di ciò che la tradizione non ha mai potuto problematizzare. Per fare ciò, però, bisogna anzitutto liberarsi dalle categorie della metafisica e dalle sue pretese definitorie[17]. Jünger lo aveva intuito: la meditazione sul nichilismo pone «il poeta e il pensatore in un rapporto di corrispondenza speculare»[18]. È in questa corrispondenza che Heidegger intravede il sorgere di un pensiero nuovo, non più calcolante ma rammemorante e poetante, capace di tenere vivo l’Altro, impensato da tutta la storia della metafisica occidentale: l’Essere come evento di donazione e sottrazione. Un tale pensiero sorge, a parere di Heidegger, in individui particolari, gli «insistenti nell’esser-ci»[19], che mantenendosi aperti alla chiamata dell’Essere preservano l’essenza umana, l’autentica humanitas dell’uomo. Pochi e inappariscenti, i venturi percepiscono la risonanza dell’Essere, eco della sua chiamata, con maggior forza proprio nell’ora del suo massimo abbandono e della più estrema necessità. Hölderlin, il poeta tanto caro a Heidegger, l’aveva già detto: «Ma dove è il pericolo, cresce / anche ciò che dà salvezza»[20].

[1] E. Jünger – M. Heidegger, Oltre la Linea, tr. it. a cura di A. La Rocca e F. Volpi, Adelphi, 1990, p. 12.

[2] Si rende qui necessario un riferimento al contesto teorico in cui i due autori si muovono rispetto al legame tra la tecnica e il nichilismo.  A seguito dell’approfondita esegesi dei testi nietzscheani, Heidegger vede nel nichilismo la logica intrinseca all’intera tradizione occidentale, caratterizzata dal predominio dell’ente sull’ormai obliato Essere. In tal senso, il dominio tecnico non è una contingenza storica, ma la manifestazione operativa del nichilismo, la forma estrema del destino metafisico dell’Occidente. Dal canto suo, anche Jünger coglie la dimensione nichilistica della tecnica, muovendosi però su un piano più descrittivo che ontologico. Aderente alle manifestazioni concrete del fenomeno, egli ravvisa nel nichilismo l’esito disgregante delle trasformazioni tecniche, che plasmano la realtà senza essere accompagnate da un’analoga evoluzione di istituzioni, persone e idee. Pur non riconoscendo la portata ontologica né della tecnica né del nichilismo, Jünger si dimostra sensibile alle dinamiche della propria epoca: le sue analisi mettono in luce aspetti significativi dello sviluppo tecnico e scientifico e rivelano, al contempo, la singolare capacità di cogliere nella tecnica il sintomo di una soglia epocale. Per un approfondimento di questi temi rimando a C. Esposito, Heidegger e il nichilismo europeo, in Acta Philosophica, Vol. 26 n. 1, 2017, pp. 105-122 e a C. Resta, Nichilismo, tecnica, mondializzazione: saggi su Schmitt, Jünger, Heidegger e Derrida. Mimesis, Milano-Udine, 2013. 

[3] E. Jünger – M. Heidegger, op. cit., p. 74.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 75.

[7] F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Bari, 2023, p. 114. Sullo stesso tema cfr. anche il capitolo omonimo in F. Volpi (a cura di), Guida a Heidegger. Ermeneutica, Fenomenologia, Esistenzialismo, Ontologia, Teologia, Estetica, Etica, Tecnica, Nichilismo, Laterza, Roma-Bari 1998.

[8] In realtà, Jünger specifica nel testo che la linea che ha in mente non è il punto finale oltre il quale il nichilismo è superato, ma il punto mediano interno al nichilismo stesso: «l’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero divide lo spettacolo; esso indica il punto mediano, non la fine. La sicurezza è molto lontana». Pertanto, se è vero che Jünger ha in mente, come Heidegger sostiene, il transito oltre una soglia; questa lettura va tuttavia mitigata alla luce delle precisazioni dell’autore stesso. Cfr. Jünger-Heidegger, op. cit., pp. 79-81.

[9] Jünger-Heidegger, op. cit., p. 111.

[10] Ivi, p. 139 (corsivi miei).

[11] Ibidem.

[12] Jünger-Heidegger, op. cit., p. 150.

[13] M. Heidegger, Nietzsche (1936-1939), hrsg. von B. Schillbach, Gesamtausgabe, Bd. 6.1-2, Klostermann, Frankfurt a.M. 1996-1997; ed. it. a cura di F. Volpi, Nietzsche, Adelphi, Milano 1994, p. 834 (corsivi miei).

[14] Ibidem (corsivi miei).

[15] Ivi, p. 836.

[16] Jünger-Heidegger, op. cit., p.152.

[17] Ivi, p. 145

[18] Ivi, p. 101.

[19] M. Heidegger, Beiträge zur PhilosophieVom Ereignis (1936-1938), hrsg. von F.-W. von Herrmann, Gesamtausgabe, Bd. 65, Klostermann, Frankfurt a.M. 1989; ed. it. a cura di F. Volpi, tr. it. di A. Iadicicco, Contributi alla filosofia. Dall’evento, Adelphi, Milano 2007, p. 384.

[20] Friedrich Hölderlin, Patmos (1803), traduzione di Luigi Reitani.


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