Altrove ed essere. Un libro per Francesco Biamonti

 Finisterrae è una parola ambigua. Indicando la cognizione di fine, esprime anche il suo opposto: un inizio. Ma fine e inizio, a loro volta non sfuggono a un nuovo grado di ambiguità. Lì dove si staglia il confine di una terra, il luogo in cui il limite genera l’illimitato, lì troviamo, non solo un luogo geografico, pure decisivo in Biamonti (Italia e Francia, terra e mare, costa ed entroterra, anche solitudine e socialità), ma una creaturale rigenerazione dell’essere. È il confine come frontiera ontologica, luogo di scarto e continuità. Tali luoghi, tra differenza e bivalenza, richiamano la nozione di metaxý. La parola è greca e significa «tra», e più che lo spazio in sé, uno spazio reale e immaginario al contempo, richiama anche uno statuto temporale. Qui però il tempo, il tempo ripensato dentro una geografia dell’essere, non scorre né si dilata, semplicemente si raccoglie, si aduna generando un immenso alveo spirituale. Esso si fa assoluto, altro da se stesso e sradicato perché semplicemente emana, anzi è epifanizzato, non dal paese o dal borgo né dalla campagna ma da ciò che definirei, nel caso di Biamonti, quasi un paradiso morente, e più astrattamente la stessa eternità in agonia di una terra reale che si fa interiore. E così – con le parole dello scrittore ligure – «se il tempo è malato anche lo spazio lo è», pertanto «Tempo e spazio sono entrambi malati».

   Ora, qui non si fa di Biamonti un autore disimpegnato, appagato nell’hortus conclusus del proprio mondo sanbiagino né il cantore – alla maniera di Vittorio De Seta – di un «mondo perduto». Le opere del ligure, Langelo di Avrigue (1983), Vento largo (1991), Attesa sul mare (1994), Le parole la notte (1998) recano – si potesse figurare – sulla pelle della parola, una ferita simbolica, un segno occulto, impalpabile, indeterminato. Il cupo e misterioso retroscena della morte di Jean-Pierre nell’Angelo oppure la sparizione di Sabél o il flusso di clandestini guidati dal passeur Varí in Vento largo, e ancora Edoardo e il carico illegale di armi nell’Attesa, oppure Leonardo e l’origine della sua enigmatica ferita da sparo e, infine, gli sventurati «curdi» nelle Parole costituiscono la profondità di campo nell’opera di Biamonti. Essa però abita una lontananza apparente, fittizia, ingannevole. Il momento occulto (morte e sparizione, contrabbando e ferimenti, per intenderci) è sempre un storico, l’incursione di qualcosa, la vita che respira nell’ombra, anzi l’empito dissoccultato del tragico venuto in superficie, riemerso a un regno di luce. Così il theatrum mundi di Biamonti, il mondo come teatro, colloca la storia in una zona di retroscena, lontano dall’evidenza e in penombra rispetto a uno spazio di avanscena in cui invece riconosciamo i centri creaturali, le vere presenze delle narrazioni, da Gregorio (l’Angelo) a Varí (il Vento), da Edoardo (l’Attesa) a Leonardo (Le parole), cioè le isole maggiori di arcipelaghi in ramificazione, labirintici, infinibili. In Biamonti dunque la storia, che è storia di migranti, esuli, feriti e rapiti, fuggitivi, vagabondi, viene da lontano, avanza cioè dalla profondità, e preme alla soglia di un paradiso in fiamme, anzi si approssima a un tormentato spazio edenico. È il vero punctum, il luogo di attrazione politica di un più generale studium, un luogo, quest’ultimo, che qualifica l’immagine esteriore della narrativa biamontiana quale oggetto penetrato, bucato, ferito appunto, anzi reso edotto da lontane testimonianze, epiche sopravvivenze di un’umanità venuta a rivelarsi, con il suo carico di memorie e segreti, come disastro, catastrofe. Retroscena e avanscena, nell’opera di Biamonti flettono le dimensioni del dolore, del dolore muto della terra. È un patimento che viene sempre da abissi umani, ed è sempre sopravvivenza a un travaglio più radicale, radicale e prossimo, palpabile, incarnato nella Liguria di ponente. Si è insomma dinanzi, con la categoria di David Riesman, a una dolente «folla solitaria», a singolarità, individualità in massa, sia l’invisibile comunità notturna, con il suo carico di speranza ed enigma, sia la comunità diurna, quella che non attraversa la terra sotto le stelle ma cerca un ancoraggio, ad esempio il «bar dell’olandese» nell’Angelo. Un ancoraggio come luogo di fissazione identitaria, un appiglio che reca inscritta nel destino (di Gregorio, Varì, Edoardo e Leonardo) una sospensione equilibrata tra l’inquietudine stanziale e una più evasiva, odeporica brama di abbandonare i luoghi, le persone, per andarsene via. 

      «Così, non si sa come fare per uscire da un mondo impazzito, che non va» scrive Alessandro Gaudio in La visione di Biamonti (Divergenze, Pavia 2025), e ciò perché il «crepaccio entro cui il mondo spariva» dell’Angelo, ancora nel 1983, a distanza di quindici anni, con Le parole la notte del 1998 sembra spiegare la remota sparizione. Ciò accade perché nelle Parole il «mondo» dell’Angelo figurerà infine «edificato sulle rovine e sui delitti». L’opera di Biamonti mette dunque in scena un ideale labirinto, un «labirinto di margini» scrive Gaudio, e più ancora edifica una labirintica dell’essere nello spazio disarticolato del mondo, rivelando in tal modo la forma di un personaggio-sinopia, stanziale o viaggiatore che sia, recluso in uno stato di muta relittitudine. Quando Gaudio isola la cognizione di «limite» nell’Angelo, nel suo latente riferimento a Gregorio – tra la terra abitata come inibizione e il mare sognato a bordo del Nyon, il rebus interpretativo, conoscitivo della morte di Jean-Pierre, la stessa distanza da Ester vissuta come lontananza -, l’esistenza del marinaio è figurata come l’esperienza del «metaxý». È una vita, quella di Gregorio, ridotta a una sosta coatta, a vivere nella prigionia di un intervallo storico e certamente ontologico. Ma l’ostruzione del limite come figura reale e simbolica del romanzo, quasi in maniera bunueliana dissimula il «sogno di vivere» ovvero abbandona a vivere come in un sogno. Gregorio insomma è equidistante da qualcosa e sempre al centro di un nulla che attende di verificarsi. E mai gratifica il desiderio, inibito dall’insostenibile forza della realtà. La cognizione di limite in Biamonti riflette pertanto la condizione dell’indugio, richiama cioè la rifigurazione di essere e nulla (quello sartriano è un libro cardinale per Biamonti), dunque non il piacere, ma lo stato in-umano del «metaxý», anzi lo statuto di chi sta tra due mondi, e in cui la stessa anima oscilla tra due sé. Ora, l’Angelo espone la crisi di un personaggio, una crisi non riguardante l’indecidibilità tra una geografia e l’altra ma relativa a un modo di non esistere nella non vita del mondo. L’umanità che frequenta il «bar dell’olandese» cerca un approdo impossibile, anzi è loro negata proprio l’esperienza del fine. Al bar si giunge solo per ripartirne, ricattati da un eterno ciclo di fuga e controfuga, quasi che l’instabilità sia una vocazione magnetica verso un’alterità impossibile, e anzi costituisca la sosta fittizia di una comunità afflitta, in realtà, dall’horror vacui. E così l’umanità dell’Angelo, che sembra venire da lontano, fa del proprio «sogno di vivere» una sindrome onirica, desiderare il ritorno a qualsiasi altrove, rispondendo così a una legge dell’immaginario personale, il pensiero del «là» che cancella l’annientante stato del «tra». D’altra parte, l’uomo come essere delle lontananze, tra Jaufré Rudel e ancora Sartre, è un topos dell’Angelo e più in generale dell’opera di Biamonti. 

   Lontananze vissute come sogno diurno e nuovo «limite» – qui cade il primo marcatore critico di Gaudio -, e lontananze vissute invece nel «cammino», tra le pagine critiche della Visione riguardante la seconda opera di Biamonti, Vento largo. Seguendo le rotte odeporiche del passeur Varì, nel Vento camminare è anzitutto superarsi, ritrovarsi nell’illimitato. Sulla terra è possibile tracciare viatici di liberazione, di emancipazione dal viaggio mentale e dal mito del limite. Nella pratica quotidiana, reale, il viaggio accade entro più immediati dintorni, si svolge in cammini da cui sembra bandita la misura dell’alterità immaginaria. Chi nel Vento ha varcato il confine della terra, Sabèl, è ricercata più nella terra dove non è più che in quella dove realmente è. Che è un’isola religiosa, un monastero, un brano di spiritualità inscritto in un’oasi sacrale: veramente l’altrove. E il vero «sentiero» di Varì è un arabesco che trattiene, un circuito chiuso, anche quando Varì è passeur e dunque cammina, costruendo destini, verso Occidente. «C’è, poi, un’ultima domanda alla quale rispondere: che vita c’è, su quei sentieri?» scrive Gaudio. E la vita che incontra Varì ripropone l’umanità dell’Angelo, quella dislocata nella profondità di campo e che ha nome Dragomir, Danila, Antalya o il nutrito gruppo di clandestini affidatigli da Ferid. «Andiamo andando» non è solamente l’atto o l’esperienza di camminare camminando entro la rete di mulattiere e vie campestri di Luvaira e di Aùrno. Il solitario promeneur vive il paesaggio – lo testimonia Corrado Bologna -, lo vive come «ragionamento». Varì cammina e camminando si fa agente di salvezza, figura soteriologica (e nondimeno auto-salvifica) perché salda l’avanscena del Vento (Sabèl, Albert, Virgin, Marthe, Sara, Arnold) al suo personale retroscena, appunto Dragomir, Danila, Antalya e i clandestini di Ferid, lì salda cioè sotto il segno di una sola umanità che per un momento abita una sola terra. Se in Varì «camminare» è «abitare il tempo», così scrive Gaudio, nel Vento il nome del tempo equivale a un destino, personale e collettivo, poiché nel cammino del passeur, nel suo girovagare, nell’esercizio involontario della týche, costruisce e salva mondi. 

   Il terzo tempo del libro di Gaudio dedicato all’opera di Biamonti è scandito, in parallelo, dal terzo romanzo dello scrittore: Attesa sul mare. Il limite, il cammino, è ora la «polarità terra/mare», una diade che richiama sia il topos critico del «limite» sia quello del «cammino» o del viaggio. D’altra parte, la «polarità» è per Gaudio «concretezza del limite» e «necessità di superarlo», non confine ma frontiera, ma soglia, pertugio. Il problema del marinaio Edoardo di Pietrabruna, con la nota categoria di Vito Teti, riguarda il tema della restanza. Ed esso è problema ambiguo perché la restanza, che per Edoardo significa essenzialmente terra e amore di quella terra, Clara, contiene in sé il suo opposto, la melanconia o l’inclinazione, ancora, all’altrove (a bordo dell’Hondurian Star), proprio come Gregorio e il suo Nyon nell’Angelo. Il limite, dunque, e il suo attraversamento. Perché addomesticare il desiderio, violare la sua sindrome contro-nostalgica, per Edoardo è un mito resistente. Terra, amore e mare. È nel mare, al di là del mare che Edoardo fa esperienza del retroscena, simbolicamente identificato nel mondo creaturale del contrabbando, i destinatari del «carico» illegale di armi. La frontiera che separa la terra di Pietrabruna dal mare aperto, nell’Attesa prende il nome di Clara, un autentico katéchon, non però nella femminina valenza ibseniana di donna salvifica che frena la perdizione, ma quale ente di «terribile dannazione» secondo l’ipotesi di lettura fornita dallo stesso Biamonti. Clara inibisce in Edoardo il desiderio di mare perché Edoardo è un’anima anelante. Percepisce il dolore del metaxý, l’insostenibilità, non tanto della terra, ma appunto di quella zona finisterrae, che espone e vieta l’aperto del mare. Al di là del suo valore simbolico negativo (il viaggio in Bosnia è illegale e rischioso), Edoardo si impone e così alimenta il rifiuto della terra. Il marinaio dunque esprime, giuste le parole di Gaudio, la «presa dell’io sulla propria esperienza», in altre parole la desublimazione del desiderio liberato nel viaggio al di là di ogni meta possibile, ancora una volta nel viaggio in sé. Ma nell’Attesa, viaggiare significa andare letteralmente incontro al retroscena, incontro alla bruciante realtà bosniaca. Essa non appare più come l’impalpabile orizzonte di clandestini, disperati d’Africa, insomma dei vinti della notte in cammino verso la salvezza (Vento largo), non è più l’orda indistinta che resta al margine ma si qualifica come il problema del nostro tempo. È la vera ferita che solca e si fa corpo sociale, un’umanità, nei fatti, avulsa – perché essa stessa addolorata -, indifferente al dolore del mondo, un’umanità insomma che gravita attorno a Gregorio, Varì ed Edoardo, così come gravita attorno a Leonardo, il protagonista di Le parole la notte

A proposito delle Parole, Gaudio scrive di «poetica del vuoto». Essa però va nominata o pensata anzitutto come movimento, per così dire alla stregua dell’espressione girare a vuoto, o meglio implica il compiersi di uno svuotamento del sé collettivo (e individuale), realizzando quasi l’avverarsi di una profezia michelstaedteriana, in specie relativa alla Persuasione, e riguardante l’uomo che si verserà. Gaudio tuttavia prospetta, nella sua raffinata interrogazione dell’opera di Biamonti, un antidoto alla liquefazione antropologica del personaggio indicando nel «sogno» e nel «ricordo» le vie di fuga dell’«immaginazione» ovvero la portata salvifica dell’immaginario. Anzi, nel personaggio è isolata l’esistenza di un immaginario. Così Leonardo, nel nome di tutti i personaggi di Le parole, affronta lo scacco tragico eludendone però lo sguardo di rimando, tanto da incrociare volontariamente la «superficie» e la «forma» della vita e del mondo, non l’opposto: la «profondità» e la sua «sostanza». Leonardo è dunque solo all’apparenza lontano e forse per ciò è più prossimo a quelle «radici dell’Essere» che restano la domanda necessaria, si direbbe l’ultima, della letteratura di Biamonti. Quando infine Gaudio scrive di «modernità in rovina», nella valutazione critica del non finito e postumo Silenzio, il problema del naufragio epocale e secolare di un’umanità irredenta in un mondo esso stesso irredento, non è posto, per come emerge dall’opera di Biamonti o dalle poche pagine dello stesso Silenzio, in termini assoluti ma è risignificato in termini di soteriologia ontologica. In altre parole, qui si allude a un’imperterrita verifica egoica, a un permanente principio di autoanalisi, a un esame di coscienza personale e collettivo compiuto sempre, ed è una costante dialettica nell’opera di Biamonti, nella luce scabra e cupa di un mondo allo scacco. È una prova ontologica che sta in un alveo – colto da Gaudio nella polarità Biamonti-Morlotti – già tracciato da Sartre, quel «désir d’être» che all’essere dà non tanto la ragione per capire sé e il mondo, ma proprio attraverso il desiderio regala qualcosa di più: la formula del vivere.



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