Au bout de la langue: linguaggio, scrittura e l’arte di arrivare al confine

Con il suggestivo titolo Au bout de la langue, Martin Rueff (Calgary, 1968) – poeta, filosofo e traduttore, attualmente docente presso l’Università di Ginevra, dove ricopre la cattedra Jean Starobinski, a seguito di un periodo di insegnamento a Bologna e a Parigi– convoca nel volume edito per Nous del 2024, purtroppo ancora non disponibile in traduzione italiana, il problema della fondamentale ambiguità semantica del termine ‘lingua’ (in francese langue). Nella maggior parte delle lingue di derivazione latina, in particolar modo nel caso in questione del francese, ‘lingua’ denota al contempo l’organo contenuto nella bocca e la capacità espressiva, con cui in genere si formulano pensieri, li si comunicano o li si tacciono. La peculiarità di tale ambivalenza risulta oltremodo significativa ed enigmatica se confrontata ad altre lingue più o meno prossime a quelle romanze, come ad esempio l’inglese o il tedesco, ove questa doppiezza del significato non sembra porsi, allorché esse differenziano rispettivamente tra tongue, language o speech, oppure tra die Zunge e die Sprache. Se non è quindi sufficiente appellarsi alla categoria dell’omonimia per dirimere il confuso rapporto tra lingua-organo e lingua-facoltà, occorre allora indagare il senso equivoco della langue in modo da distinguerne le principali accezioni, per poterle pensare insieme (p. 15). Pertanto, nei quindici capitoli che compongono il libro in oggetto, Rueff porta avanti il faticoso sforzo di pensare la lingua jusqu’à son bout, ovvero di riflettere sulla lingua attraversandola come si attraversa una strada, per farle dire ciò che senza di essa non si può dire e per sfruttare la sua forma e materia (p.22). Ma, del resto, arrivare fino alla fine della lingua, raggiungere il confine e cercare di superarlo, è proprio ciò in cui consiste il mestiere dello scrittore, dal momento ch’egli, pur misurandosi con i limiti del linguaggio, prova nondimeno ad esplorare sentieri espressivi impervi o poco battuti, al fine di esaltare il potenziale della parola. Analogamente, anche il traduttore per Rueff si impegna nella difficile opera di far toccare la punta di una lingua con quella di un’altra, secondo la metafora erotica del bacio che ben esemplifica quel contatto e quello scambio tra lingua di partenza e lingua di destinazione messo in moto dal processo traduttivo. Tuttavia, non bisogna dimenticare l’elemento privativo racchiuso nell’uso ordinario e quotidiano della formula «au bout de la langue». In effetti, come in italiano così anche in francese, «avere qualcosa sulla punta della lingua» (p.23) equivale ad esprimere una dimenticanza, talvolta frustrante, che però rende in modo efficace l’immagine di una parola sfuggevole che si tenta di afferrare. A ben vedere, già a partire da quanto preposto emerge in maniera patente il nesso tra il duplice rimando all’organo di senso e alla funzione comunicativa racchiuso nella significazione di ‘lingua’. Stando a Rueff, tale legame non è da intendersi secondo la figura retorica della catacresi, la quale mette in relazione un significato proprio ad uno figurato (e.g. “il collo della bottiglia”), istituendo tra i due una gerarchia che, nel contesto della nostra problematica, rischierebbe di dare un valore centrale unicamente all’organo della lingua. In quest’ottica, anche la sineddoche, la quale descrive la pars pro toto, e la metalepsi, che invece nomina la causa per l’effetto, conferirebbero un primato alla lingua come parte del corpo, da cui solo successivamente deriverebbe il talento espressivo (p.37). Per contro la figura retorica del chiasma, così cara a un filosofo come Merleau-Ponty, restituisce per Rueff il senso della reversibilità tattile della lingua, poiché essa quando percepisce un sapore, in vero non fa che altro sentire che sé stessa (p.46). Passando dunque in rassegna la letteratura incentrata sul tema, Rueff intreccia al tenore speculativo del proprio discorso un rigore filologico nient’affatto tedioso, che valorizza, conservandolo, il senso plurivoco della lingua.

Martin Rueff, Au bout de la langue, Nous, Antiphilosophique Collection, 2024, pp. 240.

Si comincia dalla parte dell’organo, con Aristotele che rileva anzitutto gli scopi biologici della lingua: la lingua serve a mangiare, masticare, deglutire, gustare, leccare, finanche a respirare. E, perché no, la lingua serve anche a baciare come dimostra il peculiare studio di antropologia comparata del danese Kristoffer Nyrop, vertente appunto sulla storia del bacio (p.52). Dalla parte della capacità di parola, è di nuovo Aristotele ad esaltare la forma altamente funzionale della lingua umana per l’evoluzione del linguaggio. Poiché infatti il muscolo della lingua può liberamente muoversi dentro la bocca, esso permette per Aristotele la pronuncia delle lettere, il che invece non accade negli esseri animali, per ragioni non soltanto strutturali. A detta del filosofo greco, il verso indistinto degli animali non è infatti assimilabile alla voce umana, giacché, al di là della mancata articolazione, l’azione di emissione del loro suono non è accompagnata da un’immagine o da una rappresentazione (pp.75-76). In realtà, la straordinarietà del nostro apparato fonatorio risulta tale se si prende in considerazione il fenomeno dell’apparizione del linguaggio nell’età infantile. Al riguardo, Rueff cita Roman Jakobson, il quale quando osserva in Linguaggio infantile e afasia i diversi stadi dello sviluppo del linguaggio nel bambino, dal pianto fino a forme prelinguistiche come il «“babillage” (babbling)» (p. 97), constata con una certa sorpresa come l’infante manifesti all’inizio un’estensione sonora tale da non poter essere ricondotta né a un’unica lingua né ad un gruppo di lingue. Tale vastità di suoni viene però in seguito abbandonata, a favore dell’acquisizione dell’uso adulto e standardizzato del linguaggio di appartenenza. Ma come si origina la lingua? È questo il quesito che in primis assilla Rousseau nel suo secondo Discorso, allorché egli incorre nel seguente paradosso: per costruire una società c’è bisogno di una lingua che permetta l’unione tra uomini; tuttavia, affinché questi ultimi dispongano di una lingua occorre che si leghino in società (p.103). Da qui, Rousseau ribadirà come ogni problema sull’origine in filosofia sia vano e pernicioso; a differenza di Rueff che si avvale di tale argomento per esplorare l’antico contrasto tra una prospettiva «internalista» ed «esternalista». Secondo la prima, infatti, la lingua è già in noi e da noi fuoriesce, al contrario della seconda, che ritiene invece che la lingua sia un qualcosa che proviene da fuori e che solo in seguito interiorizziamo (p.104). Forse la relazione «du dedans et du dehors» nella lingua rimane irriducibilmente una relazione insieme di identificazione e di differenza (p.109), o forse ogni opposizione risulta nella sua astrattezza per sé stessa fragile. Certo, oltre ai vizi e ai peccati censurati dalla religione, la lingua evoca metaforicamente la libertà d’ espressione e l’autodeterminazione del singolo, principi che appaiono negati ogniqualvolta si cerca di mettere a tacere quest’ultima. Lo testimonia in particolare il mito di Filomela narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, dove la turpe vicenda di una lingua tagliata rinvia all’esperienza dolorosa della violenza sessuale e alla conseguente perdita di parola nelle vittime di stupro (p.143). A conclusione del suo bel saggio, Rueff si rifà non da ultimo alla poetica di Paul Valèry, per tornare con una prospettiva più consapevole al titolo del volume. Mostrando con Valèry come contro la presunta sovranità dell’intenzione di scrittura, sia invece l’opera nel suo farsi a disvelare all’autore un senso sconosciuto e ad essa non preesistente, per Rueff scrivere au bout de la langue vuol dire non tanto cercare le parole giuste, quanto cercare la lingua tastando con le parole (p. 205). Sicché il lavoro dello scrittore, ma altresì del filosofo, implica un costante movimento di andata e ritorno, da un punto all’altro della lingua, in virtù del quale si genera ogni volta e sempre di nuovo il suo momento espressivo. 


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