L’architettura e l’origine del senso

Il recente volume di Renato Capozzi, Sull’origine. Architettura come archè, affronta una delle questioni più antiche e radicali della tradizione occidentale: il problema dell’origine. Non l’origine intesa come semplice antecedente cronologico, come primo momento di una successione storica, bensì l’origine come principio generativo, come archè capace di continuare ad agire nel presente e di rendere possibile l’emergere di nuove forme. L’intero libro è attraversato dalla convinzione che l’architettura, prima ancora di essere una tecnica del costruire o un’arte della composizione, sia un modo privilegiato di interrogare il rapporto tra caos e ordine, tra informe e forma, tra mondo e significato.

La riflessione di Capozzi si sviluppa attraverso una vasta ricognizione che attraversa il mito, la filosofia, la storia, la psicologia degli archetipi e la teoria dell’architettura. Il concetto di archè viene ricondotto alla sua matrice originaria di principio, fondamento e sorgente, mentre l’archetipo viene interpretato come struttura permanente capace di orientare la formazione delle opere e di garantire la continuità del senso attraverso le trasformazioni storiche. L’autore difende così l’idea che ogni autentica innovazione architettonica debba confrontarsi con un livello più profondo e originario rispetto alle singole configurazioni formali: quello degli archetipi che rendono possibile il formarsi stesso delle forme.

La lettura del volume suggerisce una questione ulteriore che meriterebbe di essere sviluppata ancora più radicalmente. La domanda sull’origine dell’architettura rinvia infatti a un problema più generale: quello dell’origine del senso. Negli ultimi decenni alcune scoperte archeologiche hanno modificato profondamente il modo in cui siamo abituati a pensare la nascita dell’architettura. Il caso più emblematico è quello di Göbekli Tepe. Questo straordinario complesso monumentale, databile a oltre undicimila anni fa, precede la città, l’agricoltura e persino le prime forme statali. Ciò significa che grandi costruzioni collettive e rituali sono sorte prima della sedentarizzazione stabile e delle strutture economiche che tradizionalmente si ritenevano loro presupposto.

Renato Capozzi, Sull’origine. Architettura come archè, Mimesis 2026, pp. 174.

La conseguenza teorica di questa scoperta è rilevante. L’architettura non nasce anzitutto dall’esigenza di proteggersi dalle intemperie o di rispondere a bisogni puramente funzionali. La costruzione di spazi simbolici, rituali e comunitari appare precedente rispetto alla costruzione di semplici luoghi di abitazione. Prima ancora di costruire case, gli uomini hanno costruito mondi. L’architettura si presenta fin dall’origine come un dispositivo di istituzione del senso: non organizza soltanto lo spazio fisico, ma stabilizza un ordine simbolico, rende visibile una gerarchia di significati, separa il sacro dal profano, il centro dalla periferia, l’interno dall’esterno. Costruire significa innanzitutto rendere abitabile un mondo.

La domanda sull’archè dell’architettura si trasforma allora in una domanda più generale sull’origine di ogni forma. L’intera realtà sembra attraversata da processi analoghi di emergenza dell’ordine. Il cosmo nasce quando dal caos emerge una configurazione stabile. La vita appare quando la materia si organizza in strutture capaci di mantenere la propria identità. La coscienza emerge quando il flusso sensibile si articola in figure dotate di significato. Il linguaggio nasce quando il rumore diviene parola. La politica prende forma quando una comunità istituisce norme e confini. La filosofia stessa nasce quando il mito lascia il posto alla ricerca dell’archè.
L’architettura partecipa di questa medesima logica originaria. Essa si manifesta quando una porzione di spazio viene sottratta all’indistinzione e diventa luogo, quando un territorio diventa città, quando uno spazio diventa dimora, quando un insieme di relazioni materiali si trasforma in un ordine del senso.

Da questo punto di vista il libro di Capozzi può essere letto come un contributo a una più ampia fenomenologia dell’origine. L’architettura non rappresenta semplicemente uno dei campi in cui si manifesta l’archè. Costituisce una delle modalità fondamentali attraverso cui l’archè diventa visibile. Resta aperta una questione teorica decisiva: gli archetipi precedono le forme o emergono con esse? Esiste un modello originario che l’architettura riproduce nel corso della storia, oppure il modello viene continuamente istituito dagli stessi atti fondativi?

La tradizione architettonica ha spesso risposto alla prima domanda richiamandosi a figure archetipiche quali la capanna, il recinto, il tempio o la soglia. Queste configurazioni sembrano esprimere costanti antropologiche che ritornano in epoche e culture differenti. È possibile però avanzare un’ipotesi diversa. Forse l’archetipo non è una forma determinata. Forse coincide con la capacità stessa di generare forme. Quando una comunità fonda una città o costruisce un tempio non si limita necessariamente ad applicare un modello preesistente. Produce una differenza, istituisce un nuovo ordine, genera una configurazione che diventa a sua volta esemplare. In questa prospettiva l’archetipo non sarebbe un oggetto originario collocato all’inizio della storia, ma una potenza generativa che continua ad agire in ogni autentico atto di fondazione.

L’architettura assumerebbe così una funzione autenticamente cosmogonica. Non costruirebbe soltanto edifici, ma mondi. Il suo archè non coinciderebbe con una particolare forma originaria, bensì con il gesto stesso della fondazione, con quell’atto attraverso cui una forma di vita separa il significativo dall’insignificante, il luogo dallo spazio, il cosmo dal caos.
La questione dell’origine dell’architettura coincide allora con quella dell’origine dell’abitare. Non abitare nel senso riduttivo dell’occupazione di uno spazio fisico, ma nel senso più profondo dell’appartenenza a un mondo condiviso. L’uomo non costruisce perché possiede già un mondo; costruisce perché deve continuamente istituirlo. È forse questo il contributo più fecondo che la riflessione di Capozzi offre al dibattito contemporaneo. In un’epoca dominata dalla tecnica, dalla velocità dell’innovazione e dalla produzione incessante di immagini, il richiamo all’origine non assume il significato di un ritorno nostalgico al passato. Invita piuttosto a interrogare le condizioni che rendono possibile la comparsa stessa del senso.

L’architettura appare allora come una delle espressioni più profonde della condizione umana. Essa testimonia che il mondo non è semplicemente dato, ma continuamente istituito; che ogni ordine nasce da una differenziazione; che ogni dimora è il risultato di una fondazione. L’archè dell’architettura, prima ancora di essere una forma, coincide con il gesto originario mediante cui il caos diventa cosmo e lo spazio diventa mondo.



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