“Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio.”
– Philip Dick
Le tre stimmate di Palmer Eldritch
Introduzione
La digitalizzazione dell’Africa è spesso raccontata attraverso numeri e grafici: curve di crescita, percentuali di penetrazione, mappe di connettività e via dicendo. Eppure, ridurre questo processo a una sequenza di dati rischia di oscurarne la dimensione più interessante: quella umana, sociale e perfino immaginativa. In Africa occidentale, e in particolare in Senegal, la trasformazione digitale non è soltanto un fenomeno tecnologico, ma una narrazione collettiva che intreccia aspirazioni, disuguaglianze e nuove forme di cittadinanza. Per comprendere il caso senegalese, bisogna partire da una caratteristica più ampia del continente africano: la cosiddetta leapfrogging, il salto tecnologico. Molti Paesi africani non hanno sviluppato infrastrutture analogiche diffuse – linee telefoniche fisse, reti cablate estese, ecc. – e proprio per questo hanno adottato rapidamente tecnologie mobili. In questo senso, la digitalizzazione africana non segue la traiettoria europea o nordamericana: la reinventa.
Come evidenziato dalla letteratura esistente sull’alfabetizzazione digitale, per lungo tempo l’Africa ha sofferto di un accesso limitato a Internet, con percentuali molto inferiori rispetto ai cosiddetti Paesi sviluppati. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, l’espansione della telefonia mobile ha cambiato radicalmente il panorama. Oggi, in molti contesti africani, lo smartphone è il primo – e spesso unico – dispositivo digitale. Questa trasformazione ha implicazioni profonde. Il digitale non è solo un mezzo di comunicazione, ma uno strumento di inclusione economica, soprattutto attraverso servizi come il mobile money, che hanno ridefinito l’accesso ai servizi finanziari in regioni storicamente escluse dal sistema bancario tradizionale.

Senegal: un laboratorio digitale dell’Africa occidentale
All’interno di questo quadro, il Senegal emerge come un caso particolarmente significativo. Il Paese ha costruito negli ultimi anni una strategia esplicita di sviluppo digitale, sintetizzata nel programma Sénégal Numérique 2025. Questo piano mira a rendere il digitale un motore di crescita economica, aumentando il contributo del settore fino al 10% del PIL nazionale e creando decine di migliaia di posti di lavoro. Già oggi, l’economia digitale rappresenta una componente non trascurabile del sistema economico senegalese, stimata intorno al 3,5% del PIL, ma ciò che colpisce non è solo la dimensione economica, bensì la velocità del cambiamento: nel 2025, infatti, il Senegal ha contato circa 11,5 milioni di utenti con accesso a internet, pari a circa il 60% della popolazione. Le connessioni mobili superano addirittura il numero degli abitanti, con una penetrazione superiore al 120%. Questo dato, apparentemente paradossale, racconta una realtà quotidiana: molti senegalesi utilizzano più sim, adattandosi a tariffe, coperture e opportunità diverse. La copertura 4G ha raggiunto livelli molto elevati – circa il 97% del territorio abitato – rendendo il cosiddetto mobile internet il vero pilastro della connettività nazionale. E molto di recente si è parlato anche del futuro di Starlink di Elon Musk nel paese.
La digitalizzazione senegalese ha una geografia precisa. Dakar, la capitale, è il cuore pulsante dell’innovazione: hub tecnologici, incubatori, spazi culturali digitali – come Kër Thiossane – testimoniano un ecosistema creativo in espansione. Qui, il digitale si intreccia con l’arte, la politica e, soprattutto, l’imprenditoria. Allo stesso tempo, nelle aree rurali, la situazione è più complessa. Le infrastrutture elettriche e di rete restano fragili, e il costo della connessione rappresenta ancora una barriera significativa. Questo divario urbano-rurale non è solo tecnologico, ma sociale: riflette e amplifica disuguaglianze preesistenti.
Un altro aspetto cruciale della trasformazione digitale in Senegal è il suo impatto sulla sfera pubblica. Organizzazioni come AfricTivistes utilizzano strumenti digitali per promuovere la partecipazione civica, la trasparenza e i diritti umani. Questo tipo di attivismo digitale rappresenta una nuova forma di cittadinanza, in cui il confine tra online e offline diventa sempre più sfumato. Le piattaforme digitali non sono solo spazi di espressione, ma veri e propri strumenti politici. In questo contesto, figure come Fatimata Seye Sylla hanno svolto un ruolo fondamentale nel promuovere l’uso delle tecnologie dell’informazione, in particolare nel sistema educativo. La sua attività evidenzia come la digitalizzazione non sia un processo neutro, ma il risultato di scelte politiche, culturali e pedagogiche.
Dal punto di vista economico, la digitalizzazione apre nuove opportunità, ma anche nuove incertezze: settori come il Business Process Outsourcing (BPO) e i servizi digitali permettono al Senegal di inserirsi nei mercati globali, tuttavia allo stesso tempo la crescita di piattaforme digitali crea nuove forme di lavoro, spesso precarie e poco regolamentate.

Da marabout a medical influencer
L’espansione del digitale nel paese della teranga ha dato vita a un fenomeno molto curioso – che certo non vede al momento alcuna regolamentazione – quello della presenza su TikTok, Facebook o Instagram di personaggi comunemente noti come marabout (marabutti, in italiano) o guaritori tradizionali che sponsorizzano la loro attività medica e offrono consulti e rimedi per le più disparate patologie o disfunzioni, prime fra tutte quelle che riguardano la sfera sessuale. Come diversi antropologi hanno mostrato, il Senegal vede un panorama medico composito, caratterizzato dalla compresenza di diversi settori e attori: dalla Sanità pubblica a quella privata, dai guaritori ai marabout, dalle missioni mediche straniere agli studi dove viene praticata la medicina cinese. Questa varietà di settori implica una varietà di attori, che vendono le loro prestazioni in maniera assai differente. Spesso, infatti, la decisione di seguire un itinerario diagnostico e terapeutico piuttosto di un altro è dettata in primis dalle disponibilità economiche della persona malata e della sua famiglia. Così, per diverse patologie, sovente sopraggiungono complicazioni dovute al ritardo diagnostico: non esistendo un’assicurazione sanitaria che effettivamente riesca a coprire le spese, molte persone sono forzate a rivolgersi in prima istanza a individui come i guaritori tradizionali e i marabout. La differenza tra i due attori – detta in modo estremamente semplicistico – è che se i primi ricorrono principalmente all’utilizzo di erbe e piante, i secondi hanno un approccio “magico-religioso” basato su Corano, credenze locali e riti esoterici. Ogni guaritore e marabout ha il proprio studio, la propria specialità e, in linea di massima, una clientela molto eterogenea.
Sebbene vi sia una generale spinta verso la cosiddetta medicina tradizionale, tanto da parte di un certo tipo di istituzioni quanto direttamente dalla popolazione, la questione dell’efficacia e della sicurezza di questo tipo di etnomedicina rimane ancora dibattuto: da una parte chi ne esalta le caratteristiche “bio” in contrapposizione a quelle chimiche dei farmaci occidentali; dall’altra chi pone l’accento sull’inesperienza di marabout e guaritori e i rischi legati a dosaggi erronei. Ciononostante, attorno a questa medicina e a questi attori si è da tempo sviluppata un’economia – non solo di prestazioni, ma anche di erbe, radici, piante, pelli animali, feticci e via dicendo – che da qualche anno conosce un boom mediatico sui social networks. Questi sono diventati una vera è propria arena commerciale dove questi personaggi vantano le proprie abilità di cura, sponsorizzando rimedi la cui efficacia riposa su particolari entità o piante. Senza entrare nel merito della suddetta efficacia, è importante qui notare il rilievo che questi attori ricoprono all’interno delle scelte terapeutiche dei singoli, soprattutto in ambito urbano.
Dal 2024 sto conducendo una ricerca etnografica in Senegal sul rapporto fra diabete e medicina cinese. Durante questi anni, dunque, ho avuto modo di approfondire il tema degli itinerari terapeutici dei pazienti e un dato molto interessante che è emerso è proprio l’influenza dei video di marabout e guaritori a riguardo. Riporto un breve frammento di una conversazione avuta a Dakar nel febbraio di quest’anno:
S: hai mai fatto ricorso a rimedi tradizionali per gestire il diabete?
A: certo, la moringa!
S: e chi te l’ha consigliata?
A: un marabout…
S: …che sta qui a Dakar?
A: no no…su TikTok!
Ovviamente, la storia di A. non è un unicum, ma riflette una tendenza molto diffusa al giorno d’oggi in Senegal. Molti interlocutori mi hanno confidato di seguire diversi personaggi di questo genere nei più disparati social networks, ciascuno con un proprio influencer preferito. Già, influencer. Perché in fin dei conti, di questo si tratta. Certo, fra questi marabout e guaritori ne esistono alcuni che effettivamente praticano e prima di vendere i propri prodotti richiedono di visitare il paziente. Tuttavia, molti sponsorizzano solamente i loro prodotti, che possono anche essere inviati per corrispondenza. Infatti, nel panorama dei social network in Senegal, non si trovano solamente attori senegalesi, ma troviamo anche annunci di guaritori e marabout della Guinea o del Benin, per esempio. In generale, dello spazio CBEAO – la comunità economica dell’Africa occidentale.

Conclusione: una modernità plurale
In definitiva, il caso senegalese mostra come la digitalizzazione non possa essere interpretata soltanto come un processo tecnico o infrastrutturale. Smartphone, reti mobili e social networks non trasformano semplicemente le modalità di comunicazione, ma ridefiniscono anche pratiche sociali, economie locali e forme di autorità. In Senegal, il digitale convive con sistemi di sapere e di cura preesistenti, contribuendo non alla loro scomparsa, bensì alla loro riconfigurazione. I marabout e i guaritori tradizionali che oggi popolano TikTok o Facebook incarnano perfettamente questa continuità nella trasformazione: figure radicate in tradizioni religiose e terapeutiche locali che, attraverso i social media, assumono il ruolo contemporaneo di influencer e imprenditori. Questo fenomeno rivela tutta l’ambivalenza della rivoluzione digitale africana: da un lato, le piattaforme online ampliano l’accesso all’informazione, creano nuove opportunità economiche e favoriscono forme inedite di partecipazione sociale; dall’altro, aprono spazi poco regolamentati, dove si intrecciano pratiche commerciali, credenze terapeutiche e logiche algoritmiche. Il successo dei marabout digitali non può quindi essere liquidato come semplice superstizione o folklore, ma va compreso nel contesto delle fragilità strutturali del sistema sanitario, delle disuguaglianze economiche e della crescente centralità dei social media nella vita quotidiana.
Più in generale, il Senegal rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere le traiettorie della modernità africana contemporanea: una modernità che non imita passivamente modelli occidentali, ma li rielabora attraverso pratiche, immaginari e bisogni locali. In questo senso, la digitalizzazione africana non è soltanto una questione di innovazione tecnologica, ma un terreno di negoziazione culturale e politica, dove tradizione e contemporaneità si incontrano e si sovrappongono. In definitiva, quindi, la digitalizzazione africana non è una copia del modello occidentale, ma un percorso originale, una sorta di modernità che potremmo chiamare plurale.

