Senso e tecnica. Sul tramonto dell’umano di Luca Taddio

Viviamo immersi nel digitale, un ambiente fattosi trasparente come l’acqua per i pesci che vi nuotano all’interno e che costituisce oggi ormai la condizione stessa della nostra esperienza in un mondo sempre più interconnesso. Da decenni la rivoluzione digitale riconfigura il nostro stare al mondo, trasformando i rapporti con gli altri, sul piano affettivo, sociale e politico, insieme anche a quello con se stessi. Rinegoziato è il concetto di identità, posto a confronto con le immagini di un’alterità vissuta come sempre più vicina, un confronto perenne che si correla all’esigenza di costruire un’immagine da presentare. Si tratta soltanto di un cambiamento tecnologico, di uno sviluppo? Certamente anche di questo, ma non solo. Il passaggio dal mondo analogico a quello digitale, transizione che procede da anni con velocità esponenziale, non rappresenta una semplice sostituzione di strumenti, ma coinvolge un modo di esistere e pensare. Se noi e il mondo non esistiamo come atomi separati, ma soltanto all’interno di un sistema relazionale nel quale l’uno rinvia costantemente all’altro, allora la trasformazione dell’uno implica inevitabilmente quella dell’altro.

Questa è la tesi sostenuta in Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, ultimo lavoro del professor Luca Taddio, docente di estetica presso l’Università di Udine. Il volume rappresenta, inoltre, il prodotto più maturo del centro di ricerca udinese che, dal corso di laurea al master, porta avanti da anni non soltanto una proposta formativa, ma un vero e proprio progetto culturale. Il libro intende offrire una analisi e descrizione del cambiamento, ricostruendo entrambi le facce del fenomeno, a partire da una prospettiva interna, quella di chi, come ciascuno di noi, è già collocato dentro questa trasformazione e vede modificarsi insieme il mondo e l’umano.

Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era digitale, Il melangolo, 2026, pp. 230

Il testo propone una ricostruzione ampia e, si potrebbe dire, caleidoscopica delle trasformazioni in atto, discutendo di come la fantascienza e il cinema abbiano intuito e rappresentato i cambiamenti ora vissuti, di come l’educazione e la cultura stiano modificandosi, insieme a qualunque attività formatrice di senso, quale la politica ad esempio, diretta verso una cinica operatività neoliberale. L’arte e la religione seguono un medesimo percorso di svuotamento di senso, trasformandosi il sacro nel mero progetto di incremento di potenza di un uomo che si vuole fare dio, trascendendo i propri limiti e opacità. L’esposizione non è casuale, ma alla sua base vi è una esplicita tesi teoretica: il digitale non è uno strumento neutro, né semplicemente un insieme di tecnologie, ma un nuovo modo di esistere che assume la forma di un sistema. Le singole innovazioni, dall’intelligenza artificiale, ai gemelli digitali, alla blockchain e alle criptovalute, non possono essere comprese come fenomeni isolati, bensì come manifestazioni di una medesima linea di sviluppo: quella della totalità digitale, un nuovo ambiente che sostituisce progressivamente il precedente orizzonte analogico e naturale, integrandone diversi componenti all’interno di un unico discorso e linea di tendenza.

La trattazione dell’opera riflette la necessità di descrivere in modo adeguato il fenomeno in esame: la filosofia deve pensare in modo digitale per comprendere come ogni singolo elemento assume il suo pieno significato se posto in prospettiva rispetto al fenomeno considerato come un intero. Vi è bisogno di un pensiero della complessità, che comprenda la logica delle relazioni e dei sistemi, non però dati metafisicamente una volta per tutte, esauriti in un fondamento immutabile. Pensare il cambiamento digitale significa non perdere il quadro teoretico generale, non isolare il digitale per una sua unicità o dismettere lo sguardo di una filosofia della tecnica, guardando non però secondo categorie cristallizzate e inattuali ma che sappiano invece cogliere in modo adeguato l’immanente e dinamica impermanenza caratteristica di questo nuovo fenomeno. Pensare non per essenze ma per stati metastabili, considerando il digitale come una nuova e centrale vibrazione all’interno della nostra storia.

Con la medesima logica sistemica si sviluppa anche la tesi centrale del libro: ciò che tramonta non è un singolo aspetto dell’umano, ma l’umano stesso come forma di vita. Se è l’ambiente a riconfigurarsi in senso digitale, allora anche l’umano, suo correlato fondamentale, subisce una trasformazione profonda, restringendosi la propria dimensione di senso. Occorre però evitare a riguardo un equivoco, in quanto l’Autore non assume una posizione nostalgica o reazionaria, contrapponendo la tecnica a una presunta purezza originaria della natura umana, un senso della tecnica che starebbe minando il senso dell’umano. Al contrario, uno degli aspetti più interessanti del volume consiste proprio nel concepire la tecnica non come alterità aliena, ma come possibilità costitutiva dell’umano, una virtualizzazione della propria corporeità in relazione al proprio mondo. L’uomo esiste infatti solo in quanto tecnologicamente codeterminato. Fin dagli albori della specie, la tecnica ha rappresentato una forma di esteriorizzazione delle funzioni corporee: il graffiare si è trasformato nella lama, il camminare nei mezzi di trasporto, la digestione nella cottura dei cibi. La tecnica porta all’esterno del corpo alcune sue funzioni, le potenzia e successivamente le reinteriorizza, modificando così il modo stesso di esistere dell’essere umano. È in questo processo che si inscrivono l’agricoltura, la nascita della città, la scrittura, le forme della vita sociale e della civiltà. L’umano non è originalmente manchevole, come neppure dotato di un’essenza sua propria e intima, ma è una forma di vita tecnicamente plastica e in costante dialogo prassico col mondo: non esiste una natura immutabile da difendere, ma un processo continuo di trasformazione nel rapporto con il mondo. Tuttavia, ciò non significa assumere un atteggiamento relativistico o acritico nei confronti di ogni cambiamento tecnologico, farsi portare dalla corrente del cambiamento sarebbe una forma di dannosa resa.

Bisogna allora interrogare, sempre tenendo presente l’ancoraggio offerto dal corpo proprio, cosa significhi e come si istituisca il senso per la nostra forma di vita. Da un lato, il corpo rappresenta il luogo originario da cui la tecnica si esteriorizza, dall’altro questo è il punto zero del nostro orientamento nel mondo. Il senso emerge precisamente dall’interazione corporea e prerazionale con ciò che ci circonda: alcuni elementi dell’esperienza acquistano valore perché orientano l’azione, selezionano direzioni possibili, strade che ci interrogano esistenzialmente e per le quali vale la pena di impegnarsi, cioè di scegliere a cosa dedicare il proprio tempo, ovvero noi stessi. Con “senso”, l’autore non indica quindi un significato astratto o puramente teorico, ma quella dimensione originaria che rende il mondo abitabile e significativo. Arte, religione e filosofia sono state storicamente le forme attraverso cui l’essere umano ha custodito, nella forma del sacro e del vero, e rielaborato, nella dimensione creativa, questo ordine del senso.

È proprio questa dimensione, secondo Taddio, a entrare oggi in crisi. Il nucleo teorico più forte del volume coincide con ciò che l’autore definisce “nichilismo digitale”: nell’ambiente digitale il senso tende a comprimersi, sostituito da un orizzonte di possibilità neutre e computabili. Non ci troviamo più di fronte a scelte che emergono da un mondo carico di significatività, ma davanti a opzioni equivalenti elaborate dal calcolo digitale. La razionalità si ipertrofizza nella forma della computazione statistica e tutto diventa visibilità da registrare, dato da archiviare, informazione da utilizzare in funzione predittiva. Il presente si riduce così all’immediatezza della selezione, mentre ciò che appare perde progressivamente spessore e necessità. Si assiste a un mondo pieno di informazioni e di cataloghi ricchissimi a cui attingere, senza però una direzione e una spinta per far proprio e ricercare qualcosa che lasci un segno. In questo scenario, il tramonto dell’umano non coincide con la scomparsa biologica dell’uomo, ma con il declino di una forma di vita orientata al senso. Nel nuovo ambiente digitale il senso diviene superfluo: tutto è immediatamente disponibile, ma nulla davvero necessario, tutto appare e scompare con la stessa velocità. Cambiano allora anche il rapporto con il tempo, la funzione della memoria, le forme dell’attenzione e, più in generale, il destino stesso della cultura.

Il libro non invita però a cercare nostalgicamente un fondamento perduto o un impossibile ritorno al passato. La posta in gioco è piuttosto comprendere la correlazione fondamentale tra mondo e umano e interrogare filosoficamente le implicazioni della rivoluzione digitale. La metafora della “tana del Bianconiglio”, utilizzata dall’Autore, esprime bene questa condizione: siamo già dentro il processo di trasformazione, ma corrervi dietro e cadervi all’interno senza consapevolezza significherebbe subirlo passivamente. Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale rappresenta così il tentativo di pensare il digitale tanto dal lato del nuovo ambiente quanto da quello della nuova forma di vita che vi si sta correlando, un testo importante per comprendere il mondo nel quale siamo immersi, per affinare lo sguardo sui singoli cambiamenti senza però perdere la consapevolezza filosofica dello sfondo entro cui, e a partire dal quale, essi operano. Il volume richiama così l’esigenza di una filosofia all’altezza del proprio tempo, capace di partire dalle conquiste già acquisite senza però chiudersi in esse come in una corte sfarzosa con poca contezza di ciò che accade al di fuori del palazzo, mantenendo invece stupore e spregiudicatezza di fronte ai fenomeni osservati. Cosa accade allora al di fuori di queste stanze? Questo un interrogativo centrale, necessario da porsi e che, presto ci rendiamo conto, condensa le nostre inquietudini presenti: ha senso essere inquietati per questo tramonto? La scuola che abbiamo ereditato, ad esempio, sa ancora e riuscirà in futuro ad assolvere a quell’alto compito di promuovere nei ragazzi una cultura, cioè la faticosa eppur significativa cura della propria esistenza? E insieme, l’università aspirerà ancora a essere quella città i cui abitanti sono i saperi in libero dialogo tra loro oppure, oltre la specializzazione, sarà più vantaggioso ed efficiente occupare un posto nel mondo grazie a un corso online per una ritagliata competenza? E ancora, è compatibile la trasformazione digitale con le nostre democrazie liberali, attente, in special modo in Europa, anche a una forma di giustizia sociale, oppure sarà velleitario pensare uno spazio politico di incidenza se abiteremo quei futuri da qualcuno sognati nella Silicon Valley laddove a prendere le decisioni sarà un’infallibile IA? Domande che, concluso il testo di Taddio, sovvengono e si impongono al lettore, che comincia a meditare con nuove coordinate in attesa del secondo volume dell’opera, nel quale a essere esplicitato sarà il più ampio quadro ontologico-epistemologico che lega il Reale, la Realtà e il mondo, di cui il digitale rappresenta una virtualizzazione, l’apertura della nuova stabilità che ridisegna il tempo di homo sapiens.



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