Luca Taddio, che insegna filosofia all’Università di Udine, ha dato di recente alle stampe un saggio di notevole spessore: Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nel mondo contemporaneo (Il Melangolo). Tra i molti nodi affrontati nel volume, vorrei soffermarmi sulla “Questione della Tecnica” e, più precisamente, sul peso che il digitale avrà nell’avvenire degli esseri umani.
Le neuroscienze non progrediscono soltanto per via di argomentazioni: il loro sapere cresce anche attraverso l’osservazione e la smentita sperimentale. Lungo tutto il Novecento antropologi, neurologi e psicologi si sono interrogati sul motivo per cui gli scimpanzé – che condividono con noi oltre il 98 per cento del corredo genetico – non riescano né parlare, né a costruire una tecnologia paragonabile a quella umana.
A lungo si è pensato che tutto dipendesse dall’educazione: il bambino impara a parlare e a fabbricare oggetti perché qualcuno glielo insegna. Per mettere alla prova questa idea, due psicologi statunitensi dell’Università dell’Indiana, i coniugi Kellogg, “adottarono” Gua, una cucciola di scimpanzé di sette mesi, crescendola come una “sorella” accanto al loro figlio Donald, allora di dieci mesi. L’esperimento durò nove mesi e venne sospeso quando ci si accorse che era Donald a imitare la scimpanzé, e non il contrario.

Molte ricerche etologiche hanno documentato come gli scimpanzé sappiano servirsi di pietre per spaccare le noci e costruiscano rudimentali attrezzi per pescare formiche o termiti. Si è però osservato che si tratta sempre di comportamenti puramente individuali: ogni esemplare «reinventa» da capo l’uso dello strumento, senza apprenderlo dagli altri né trasmetterlo. L’uomo, al contrario, è capace di assimilare le invenzioni altrui e di perfezionarle senza sosta, di generazione in generazione.
Esempi di questo tipo suggeriscono che la vocazione tecnologica dell’uomo non nasca da una “esteriorizzazione del corpo” – come sosteneva l’antropologo francese André Leroi-Gourhan – bensì da una costante propensione alla “interiorizzazione culturale”, secondo quanto avevano già messo in luce, nel secolo scorso, due grandi neuroscienziati russi, Lev Vygotski e Alexander Luria. Fare propria la cultura circostante è un’attitudine radicata in capacità neuropsicologiche che appartengono soltanto alla nostra specie: sono queste a permetterci di parlare e di realizzare strumenti via via più sofisticati.
Tra queste facoltà ce n’è una, indagata da Michael Tomasello, che prende il nome di “attenzione condivisa”. Fin dalla nascita il piccolo dell’uomo sa orientare l’attenzione sullo stesso oggetto su cui è rivolta quella della madre; lo scimpanzé non ne è capace. È proprio l’attenzione condivisa a rendere possibile la cooperazione tra gli individui, che negli scimpanzé manca: in decine di migliaia di ore di riprese etologiche non si è mai visto uno scimpanzé piegare un ramo per consentire a un suo simile di raccogliere i frutti.
Un altro tratto squisitamente umano è l’“insegnamento”. La madre umana istruisce i propri figli, quella dello scimpanzé no; trasmettere il linguaggio e le conoscenze e pratiche della tecnologia resta dunque una prerogativa esclusiva dell’uomo. Attenzione condivisa, cooperazione sociale e insegnamento sono i pilastri su cui poggia l’intero edificio della cultura umana. E le sue fondamenta – come ha mostrato il neuropsicologo scozzese Ian Robertson – risiedono in un “cervello plastico”, votato soprattutto a “interiorizzare” l’ambiente sociale in cui ciascuno di noi cresce e vive.
Un esempio particolarmente eloquente di apprendimento è la deambulazione bipede, comportamento tipico dell’uomo (lo scimpanzé non cammina mai in modo pienamente eretto). Camminare su due gambe non è qualcosa di innato: va imparato. I bambini cresciuti fuori da ogni contesto sociale – i casi di piccoli smarriti e allevati dagli animali – non acquisiscono questa capacità e, per muoversi, ricorrono a tutti e quattro gli arti.
Negli ultimi decenni la tecnologia è cresciuta a un ritmo mai visto prima. L’ibridazione tra uomo e macchina e il digitale – con dispositivi tecno-digitali ormai innestati nel corpo – stanno raggiungendo una soglia critica, oltre la quale diventerà sempre più arduo separare ciò che è umano da ciò che è artificiale: nel lavoro, nell’arte, perfino nell’intimità dell’amore. È su questo destino dell’umano nell’epoca della tecnica digitale che riflette il saggio di Luca Taddio.
Si tratta di un passaggio critico, analogo ad altri momenti di svolta che hanno segnato la storia dell’uomo. Si pensi alla “nascita” del linguaggio, avvenuta circa ottantamila anni fa: trasformò i nostri antenati da “primati afasici” in “esseri parlanti” e rese possibile una fitta rete di legami sociali, ma allargò al tempo stesso lo spazio della menzogna. Con le parole, infatti, si scambiano informazioni, si raccontano storie, si recitano poesie, ma si possono anche fabbricare illusioni e convinzioni, ipnotizzare e manipolare folle intere.
Una seconda rivoluzione fu innescata, dodicimila anni fa, dalla comparsa dell’agricoltura. Da allora l’uomo abbandonò poco alla volta l’esistenza naturale del cacciatore-raccoglitore per “concentrarsi” nelle prime città, nei primi stati e imperi. È risaputo che la concentrazione, di per sé, fa crescere violenza, malattie, disuguaglianze e solitudine: tratti problematici che spesso si attribuiscono allo sviluppo tecnologico. Eppure, secondo Pier Paolo Pasolini, in casi del genere il vero problema non è la tecnologia, bensì la “concentrazione” di esseri umani in spazi ristretti e innaturali.
Oggi, con l’esplosione del digitale, siamo arrivati al terzo grande momento critico della nostra storia. Viviamo immersi nel linguaggio, ammassati in metropoli sempre più popolose, mentre le tecnologie digitali e le tecniche di ibridazioni uomo-macchina stanno espandendosi senza precedenti. Di fronte a trasformazioni di questa portata, Luca Taddio si domanda quale sarà la sorte dell’essere umano. Come ci ha insegnato Primo Levi è proprio la facoltà di porsi domande – anche nelle situazioni più dure o disperate – a definire ciò che siamo.

