Il tramonto delle essenze

Che cosa significa oggi parlare di tramonto dell’umano? L’espressione evoca immediatamente scenari postumani, dove le intelligenze artificiali conquistano ogni ambito che finora era considerato esclusivamente dell’uomo e costruiscono un nuovo ambiente in cui l’umano, così come è stato conosciuto, tramonta, cioè decade, soccombendo alle macchine che lui stesso ha costruito. In altre parole, non è difficile trovare all’interno del dibattito sulla natura e il ruolo delle AI nelle nostre società chi sostiene la fine inesorabile del naturale a discapito dell’artificiale. Nel nuovo libro di Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale (il melangolo, 2026) la questione assume invece un significato più complesso. A tramontare, secondo Luca Taddio, è anzitutto una certa immagine dell’uomo, quella che per secoli ha accompagnato la filosofia occidentale e che ha trovato nelle idee di identità, di coscienza e di soggettività il proprio fondamento. Nelle parole dell’autore: “dalla filosofia trascendentale alla fenomenologia, il concetto di mondo subisce una trasformazione profonda […] una progressiva deontologizzazione oggettiva e, insieme, […] una riontologizzazione relazionale” (p. 36). Il tramonto dell’umano e del mondo che questi abita coincide così con il progressivo venir meno di una specifica metafisica delle essenze, ovverosia con il tramonto di una determinata rappresentazione dell’uomo inteso come soggetto speciale inserito in un mondo da cui resta distinto in virtù di una supposta differenza ontologica inalienabile. Non tramonta quindi l’uomo, ma cominciano a cadere i presupposti di una riflessione secolare che ha permesso di concepire L’Umano come un nucleo solido, inamovibile e separato – quando non superiore – rispetto a ciò che lo circonda. Le Intelligenze Artificiali e la tecnologia, al contrario, ci starebbero costringendo a ripensare in modo più profondo e meno polarizzato il rapporto tra l’uomo, l’ambiente e le sue creazioni, riattivando (come ci mostra Taddio) una concezione più plastica e relazionale di come le nostre identità si co-costituiscano con ciò in cui sono immerse. Tramontano le idee di natura e di verità, ma, per questo, non quelle di realtà e di processo.

Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, Il Melangolo, 2026, pp.230

Per questo motivo, i trenta capitoli che compongono il libro prendono avvio da una domanda che accompagna gran parte della filosofia contemporanea, dove già la questione è stata posta da numerosi pensatori con cui Taddio si confronta continuamente (Nietzsche, Husserl, Deleuze, a solo titolo di esempio): che cosa resta del pensiero quando vengono meno i fondamenti che ne hanno guidato il percorso per secoli? In gioco non c’è soltanto la sorte della metafisica e di una specifica immagine dell’uomo, ma il modo in cui concepiamo la nostra relazione con il mondo. Le grandi categorie che hanno organizzato l’esperienza occidentale – identità, verità, soggetto, natura, storia, artificiale – stanno perdendo progressivamente la loro apparente evidenza e ciò che per lungo tempo era sembrato stabile, permanente, garantito da un fondamento, si rivela attraversato dal tempo, esposto alla trasformazione, immerso in una rete di relazioni che ne condiziona l’emergere e lo sviluppo. La riflessione filosofica si trova, proprio per questo, su un fronte che la rende quantomai necessaria e radicale: è proprio la filosofia quel tipo di sapere che ha il compito di immaginare e re-inventare categorie che ci permettano di navigare in questo nuovo “cielo vuoto”, affrontando il tramonto con gli occhi già rivolti al mattino successivo. Riuscire, oggi, a cogliere in modo nuovo e coerente ciò che accade alle nostre società e alle nostre identità è infatti fondamentale per poter immaginare un nuovo tipo di politica (cioè di rapporto con gli altri soggetti), di ecologia (cioè di rapporto con il mondo) e di etica (cioè i parametri che guidino l’utilizzo della tecnologia). Per farlo, è tuttavia necessario utilizzare lenti che ci permettano effettivamente di cogliere la portata della tecnologia e del digitale, che sfuggono per potenza, capacità e radicalità a ogni riduzione a meri “strumenti” (categoria tipica della metafisica classica, di stampo moderno) o a semplici “nemici” dell’umano.

Il titolo e il sottotitolo del volume trovano così, secondo noi, il loro significato più profondo: il tramonto dell’umano coincide con il tramonto delle essenze, quindi di una specifica immagine del pensiero (nichilismo) e non con quello dell’uomo e del suo futuro. Le pagine di Taddio non annunciano la fine dell’uomo né indulgono alle immagini apocalittiche spesso associate al dibattito sul postumano. A entrare in crisi è una precisa figura dell’umano, quella che la tradizione aveva pensato come centro del mondo, principio di organizzazione del senso e fondamento privilegiato di ogni esperienza. Il focus della riflessione, invece, è ora costretto a spostarsi verso qualcosa di più inafferrabile e dinamico, ma non per questo di meno reale: ovvero le relazioni, i processi e le trasformazioni che stanno coinvolgendo le nostre soggettività e modificando i nostri ambienti oramai sempre più ibridati con elementi digitali che hanno assunto un ruolo molto più che centrale, addirittura trascendentale (nelle parole dell’autore) – ovvero condizione stessa di possibilità delle nostre esperienze. Taddio, nelle pagine finali del libro, non a caso utilizza categorie che già altri pensatori hanno mosso proprio per riuscire a immaginare una relazione dinamica di questo tipo: virtuale, per esempio.

Da questa prospettiva il digitale acquista un valore paradigmatico. Le reti, le piattaforme e gli ambienti connessi rendono percepibile una realtà sempre più organizzata secondo logiche relazionali, nella quale ogni elemento esiste attraverso i legami che lo costituiscono. La tecnica diventa così il luogo in cui una trasformazione più ampia si manifesta con particolare evidenza: attraverso il digitale emerge un’immagine del reale che non può più essere descritta ricorrendo alle categorie della sostanza, della permanenza o dell’autosufficienza. Ogni identità rinvia a un sistema di relazioni, ogni forma di vita prende corpo all’interno di un ambiente che contribuisce costantemente a plasmarla. Il digitale compare allora come una sorta di laboratorio ontologico: le sue strutture rendono infatti osservabile un mutamento che coinvolge il nostro modo di comprendere interamente il mondo, dal momento che la figura “prometeica” dell’individuo autosufficiente lascia il posto a una soggettività sempre più immersa e determinata dai sistemi di relazioni in cui è inserita e da cui viene modificata. L’ambiente tecnico entra a far parte delle condizioni attraverso cui percepiamo, ricordiamo, comunichiamo e attribuiamo significato alla nostra esperienza: la tecnica cessa di apparire come un semplice insieme di strumenti a disposizione dell’uomo e diventa una componente costitutiva del nostro ordine di senso.

Uno dei meriti maggiori del libro consiste proprio nel tentativo di pensare questa trasformazione senza indulgere né all’entusiasmo né alla nostalgia. Le pagine dedicate al digitale mantengono costantemente una distanza critica che permette all’autore di interrogarsi sulle conseguenze che accompagnano l’affermarsi di una razionalità comunque perlopiù fondata sull’efficienza, sulla velocità e sull’automazione. Emergono così questioni che riguardano la libertà, la formazione del senso, la possibilità stessa di costruire mondi condivisi. La domanda filosofica resta sempre la medesima: quale struttura di vita prende forma all’interno di questi nuovi ambienti tecnici? L’originalità del volume risiede soprattutto nel modo in cui questa domanda viene collocata all’interno di una riflessione più ampia sul rapporto tra mondo, realtà e senso, e non soltanto su uno snodo specifico del problema – ovvero le Intelligenze Artificiali.

In questa prospettiva la filosofia assume un compito diverso rispetto a quello che aveva caratterizzato gran parte della tradizione metafisica. La ricerca di principi immutabili lascia spazio all’analisi delle relazioni. L’attenzione si concentra sui processi di formazione, sui movimenti che attraversano il reale, sulle condizioni che rendono possibile l’emergere di un ordine di senso. Per dirla altrimenti, la domanda sull’essenza viene sostituita da una domanda sulla genesi o, per rifarsi a Simondon (altro autore molto presente nelle riflessioni di Taddio), sull’individuazione. Molti dei riferimenti teorici che attraversano il libro convergono verso questa direzione. Nietzsche, Heidegger, Merleau-Ponty, Deleuze, Simondon (appunto), appartengono a genealogie differenti, eppure condividono una medesima esigenza: sottrarre il pensiero alla rigidità delle sostanze per restituirlo al movimento dell’esperienza. Le loro presenze accompagnano il lettore lungo un percorso che conduce progressivamente verso una filosofia delle relazioni capace di confrontarsi con la complessità del presente senza ricondurla a schemi già dati.

Da questo punto di vista il tramonto evocato dal titolo possiede un carattere sorprendentemente fecondo. Ogni tramonto porta con sé una perdita, ma, così facendo, ogni tramonto modifica anche il paesaggio e apre nuove possibilità dello sguardo. Le pagine di Taddio invitano a leggere il nostro tempo attraverso questa duplice prospettiva. Si chiude una lunga stagione del pensiero occidentale, fondata sull’idea di fondamento e sulla ricerca della permanenza: si apre uno spazio teorico nel quale relazioni, processi, reti e trasformazioni diventano i protagonisti della riflessione filosofica. Proprio per questo, alla fine della lettura resta l’impressione che Il tramonto dell’umano non sia soltanto un libro sul digitale. È un libro sul destino della filosofia nell’epoca successiva alle essenze. La questione dell’umano conduce progressivamente verso una domanda più ampia che riguarda il modo stesso in cui pensiamo il reale.

Restano aperte delle domande, per esempio quale sia il rapporto tra la filosofia e la scienza, nel momento in cui è la scienza a possedere le chiavi effettive dello sviluppo e dell’espansione della tecnologia. È possibile, oggi, pensare filosoficamente senza le scienze e, allo stesso tempo, evitare che la filosofia perda la propria distanza critica rispetto a queste? Il filosofo è costretto a diventare uno scienziato, oppure la riflessione sul senso può prescindere da un’immersione tecnica nello sviluppo delle Intelligenze Artificiali? Quali nuovi legami la filosofia deve stringere, per esempio, con la politica e la critica del sistema economico a cui comunque lo sviluppo tecnologico contribuisce e appartiene?



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