Il tramonto dell’umano: una filosofia del mondo digitale

L’ultimo libro di Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, non è un semplice saggio sull’intelligenza artificiale. È un’opera filosofica ambiziosa che prova a fare qualcosa di molto più difficile: comprendere la trasformazione della nostra forma di vita a partire da una domanda radicale, quella sul rapporto tra mondo, realtà e senso.

Negli ultimi anni il dibattito sul digitale si è concentrato soprattutto sulle conseguenze delle nuove tecnologie: automazione, algoritmi, sorveglianza, disinformazione, intelligenza artificiale. Taddio sceglie invece una prospettiva differente. Propone, prima ancora di chiedersi quali effetti producano le nuove tecnologie, di domandarsi quale idea di mondo esse presuppongano e quale mondo stiano contribuendo a costruire.

L’originalità del volume risiede proprio in questa strategia dello sguardo, con lo spostamento che ne consegue.

Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, Il Melangolo, 2026, pp. 230

Quello di cui l’autore si fa interprete è l’esigenza di una distinzione destinata a orientare tutta la riflessione successiva. Il mondo non coincide con la realtà, e quest’ultima non coincide con il Reale. Il mondo è il luogo del senso, l’orizzonte entro cui una forma di vita fa esperienza, attribuisce significato e orienta il proprio agire. La realtà è l’oggetto delle scienze naturali. Il Reale rappresenta invece quel fondo ontologico che rende possibile la realtà senza mai esaurirsi nelle sue descrizioni. Questa tripartizione costituisce la chiave interpretativa dell’intero libro e permette di affrontare in modo nuovo il rapporto tra analogico e digitale. 

Da questa prospettiva scaturisce infatti la consapevolezza che analogico e digitale non sono proprietà originarie dell’essere, né semplicemente caratteristiche delle tecnologie. Sono modalità differenti attraverso cui la realtà viene organizzata e resa accessibile all’esperienza. L’analogico conserva la continuità del vissuto, la trama di relazioni entro cui il senso emerge spontaneamente. Il digitale, invece, interviene scomponendo questa continuità in elementi discreti, formalizzabili, computabili.

Qui emerge la tesi forse più innovativa del libro.

Secondo Taddio il digitale non si limita a elaborare informazioni. Esso tende progressivamente a computare l’ordine del senso, cioè quell’insieme di relazioni simboliche attraverso cui il mondo diventa abitabile per una determinata forma di vita. La questione non riguarda quindi soltanto la crescente potenza degli algoritmi. Concerne la possibilità che ciò che per secoli è stato costruito dall’arte, dalla religione, dalla filosofia e dalla politica venga progressivamente ricondotto entro procedure operative e computazionali.

È una proposta teorica originale che modifica profondamente il modo abituale di discutere dell’intelligenza artificiale. Il digitale non appare più come uno strumento tra gli altri, ma come un ambiente capace di riorganizzare le condizioni stesse entro cui il senso prende forma.

Particolarmente convincente è anche la riflessione sul mito. L’epoca digitale ama rappresentarsi come il trionfo della razionalità e della trasparenza. Taddio mostra invece come questa promessa produca un nuovo mito: quello secondo cui esiste realmente soltanto ciò che può essere registrato, misurato, calcolato e ottimizzato. La neutralità tecnologica diventa così una nuova forma di sacralizzazione dell’operatività.

Il testo dialoga costantemente con la fenomenologia, in particolare con Merleau-Ponty, ma intreccia questa tradizione con la filosofia della tecnica, la teoria dei media e la riflessione contemporanea sul digitale. Ne nasce un percorso teorico originale che evita sia il tecnottimismo sia il catastrofismo. L’autore non invita infatti a rifiutare la tecnologia, né a celebrarla. Invita piuttosto a comprenderne il significato ontologico.

Proprio per questo il libro si distingue nel panorama degli studi contemporanei. Mentre molti lavori descrivono gli effetti dell’intelligenza artificiale, Il tramonto dell’umano prova a comprenderne le condizioni di possibilità. Non si limita a discutere le applicazioni della tecnica, ma interroga la trasformazione del mondo entro cui la tecnica diventa possibile.

Il volume costituisce inoltre il primo momento di un progetto più ampio. L’autore annuncia infatti un secondo libro nel quale la distinzione tra mondo, realtà e Reale verrà ulteriormente sviluppata anche attraverso il confronto con la filosofia della matematica e con alcune acquisizioni della fisica contemporanea. Questa prospettiva conferisce all’opera un carattere programmatico che raramente si incontra nella produzione filosofica recente. Si può discutere qualche passaggio, come è inevitabile per un lavoro tanto ambizioso. Ma resta il fatto che il libro introduce una categoria — quella dell’ordine del senso — destinata a entrare nel dibattito filosofico sul digitale. È questo probabilmente, il suo messaggio più significativo: aver mostrato che la questione decisiva non consiste semplicemente nel capire come funzionino gli algoritmi, bensì nel comprendere come stia cambiando il mondo nel quale essi operano e, insieme, il modo stesso in cui gli esseri umani abitano il senso delle proprie esperienze.



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