L’immigrazione occupa ormai da tempo un ruolo cruciale nell’agenda politica, domina le campagne elettorali e incide sul loro esito. Serve infatti a movimenti e partiti per suscitare il clima di allarme sociale necessario a procacciarsi il consenso di una opinione pubblica che si sente minacciata sotto diversi punti di vista. I fantasmi agitati dal marketing della paura sono numerosi, ma quello prevalente, e che fa da cornice giustificativa alla volontà di mettere al bando categorie di persone ritenute inammissibili perché inassimilabili, è di ordine ‘culturale’. La paura del nuovo e del diverso trova una forma di giustificazione nell’idea che i migranti siano culturalmente troppo diversi dalla popolazione ospitante, per cui la loro integrazione passa necessariamente per loro assimilazione. Dal momento che gli esseri umani sono portatori di una cultura legata al luogo di provenienza, e le culture sono espressione di visioni del mondo reciprocamente incommensurabili, i rapporti tra coloro che ne sono implicati risultano inevitabilmente conflittuali. La sola forma di integrazione possibile passa dunque per l’assimilazione, un processo in virtù del quale i migranti perdono i propri marcatori identitari originari e vengono incorporati nella comune vita culturale della società di arrivo.
Questo approccio si basa su un’idea di cultura immaginata in termini di omogeneità nella composizione etnica, concepita in termini di lingua, usi, consuetudini, storia e tradizioni immutabili e immodificabili e tale da condizionare, in negativo, i regimi migratori, le politiche per l’integrazione e le regole per l’accesso alla cittadinanza. Un approccio da cui derivano alcune inevitabili conseguenze. Anzitutto che le differenze culturali rappresentino un dato oggettivo, per cui è possibile misurare con una qualche pretesa di precisione il grado di estraneità o di (eventuale) prossimità tra portatori di una cultura legata al luogo di nascita e la cultura del Paese d’arrivo. Poi che la differenza culturale contribuisca a identificare gli immigrati come un problema, anziché come soggetti capaci di individuare e promuovere il proprio percorso inclusivo. E, infine, che la soluzione consista nell’imporre ai nuovi arrivati l’obbligo di rinunciare ai vincoli della cultura d’origine e di abbracciare la cultura del Paese d’insediamento in ogni suo aspetto.
Ora, il senso di distanza e di estraneità che i cittadini autoctoni percepiscono nei confronti di chi arriva da realtà per lo più sconosciute o ignorate non si basa su criteri oggettivi; ciò che è “oggettivamente” distante è, di fatto, una costruzione sociale. Di conseguenza, i marcatori “culturali” selezionati per identificare l’altro come Altro possono variare a seconda del luogo, del tempo e del gruppo di riferimento, e favorire, o sfavorire, i percorsi e gli indicatori di integrazione. Riconoscere la natura socialmente costruita della “differenza culturale” è importante per molte ragioni, ma due sono prevalenti. La prima: riconoscere il carattere relativo e contingente con cui si giudica la diversità permette di vedere come i confini tra migranti e società di arrivo non siano immutabili, ma evolvano nel tempo e con il succedersi delle generazioni. La seconda: serve a richiamare l’attenzione sul fatto che considerare la differenza culturale come un problema è un’operazione politica, e che la sua percezione non scaturisce in modo spontaneo da una qualche caratteristica ascritta, ma dal peso e dal significato che le si attribuisce. Individui e gruppi, a cominciare dai politici e dai partiti impegnati a guadagnarsi il consenso dei potenziali elettori, tendono ad accentuare la rilevanza di questo fattore a prescindere dalle reali caratteristiche etnico-culturali dei migranti.
Un ulteriore elemento discutibile è che sia la differenza culturale, comunque la si veda, a rappresentare il principale ostacolo all’integrazione. In realtà, i progressi realizzati sul fronte dell’integrazione culturale e il senso d’appartenenza alla società dipendono piuttosto da fattori socio-economici come la povertà o la discriminazione, istituzionale e sociale. La diversità è un costrutto che si costruisce socialmente e politicamente, poiché anche le differenze visivamente percepibili sono condizionate dai rapporti sociali e dalle scelte politico-istituzionali che contribuiscono a caricarle di valenze negative. Se le persone hanno pari opportunità e diritti, le differenze culturali smettono di essere viste come distanze insormontabili e diventano parte della normale varietà della vita sociale. Le culture non sono entità ermetiche e sigillate. Sotto la superficie di usanze, abitudini, lingue o cibi differenti esistono valori universali condivisi: non esiste cultura in cui le persone si astengano dall’interrogarsi su ciò che sono in grado di fare, su quali opportunità di vita possano aspirare, dal desiderio di sicurezza alla speranza in un futuro migliore per i propri figli. È sulla base di questi valori comuni che diventa possibile costruire la coesione sociale, non sull’omologazione o sull’azzeramento di caratteristiche che imprigionano un individuo in un ruolo precostituito per il solo fatto di essere nato in una qualche parte di mondo. Anche perché, va sottolineato, le persone non hanno un’unica appartenenza culturale univoca e monodimensionale. Ognuno di noi vive all’interno di “identità multiple”, legate al lavoro, agli interessi, alla generazione di appartenenza.
Anche per questo le politiche volte ad assimilare gli stranieri chiedendo loro di abbandonare i riferimenti culturali d’origine per assimilare quelli del Paese ricevente non rappresentano un requisito necessario per un’integrazione riuscita, intendendo l’integrazione nella sua accezione normativa, quale aderenza a un sistema dato di valori e regole sociali. Anche quando ci si imbatte in idee o comportamenti che suscitano disapprovazione non si pretende di abolirli per legge, tranne quanto violano la legge o le norme sociali. Sarebbe dunque sufficiente adottare l’universalità dei diritti e l’uguaglianza di fronte alla legge a criterio di riferimento. Per fare alcuni esempi: imporre un matrimonio forzato alla figlia non consenziente, impedire alla moglie di uscire di casa o sottoporla a violenze domestiche oppure incitare alla guerra santa rappresentano comportamenti da sanzionare anche penalmente. In tutti questi casi non è la differenza culturale a essere in gioco, ma soltanto le interpretazioni e le applicazioni che ne danno padri o mariti autoritari o fondamentalisti religiosi in funzione dei loro inammissibili interessi. E che, naturalmente, vanno punite a termini di legge. Non è, quindi, la differenza culturale a compromettere gli esiti del processo d’integrazione, ma solo gli aspetti o le circostanze che si scontrano con il diritto e con le regole della civile convivenza.
I processi di inclusione nel tessuto sociale possono essere, allora, favoriti dalla disponibilità a prendere atto che l’integrazione non indica lo stato finale di un processo d’incorporazione, ma si articola attraverso forme, modalità, esperienze di appartenenza graduale, più o meno vicine alle caratteristiche associate alla piena appartenenza. L’inclusione può essere parziale o condizionata, a seconda degli indicatori adottati quali criteri di riferimento come, per esempio, nel caso di un migrante irregolare che abbia un lavoro e che parli correntemente la lingua del Paese d’arrivo. Non si tratta perciò di un fenomeno declinabile nei termini dicotomici di un “noi” contro un “loro”, ma di un costrutto relazionale che varia a seconda delle situazioni e delle circostanze.
Negli approcci assimilazionisti all’immigrazione, ci si aspetta che i migranti acquisiscano e condividano le norme, i valori e i principi della società di destinazione allo scopo di essere membri indistinguibili di una comune vita culturale. Si potrebbe allora pensare che ne derivi una spinta favorevole alla partecipazione alla vita politica, dato che prendere parte al processo democratico può rappresentare un forte incentivo per integrarsi. In realtà, accade il contrario. A fronte delle aspettative di un rapido apprendimento della lingua maggioritaria, di una pronta integrazione nel mercato del lavoro e di una veloce adozione delle pratiche culturali locali, l’acquisizione della cittadinanza prevede invece percorsi lenti e faticosi. Sono ancora molti i Paesi in cui la naturalizzazione è regolamentata da un regime restrittivo, poiché i new comers sono non-nazionali e in quanto tali sfidano l’idea di omogeneità culturale della nazione. Eppure, si tratta di un approccio controproducente. Nel breve periodo perché equivale a creare un regime di subalternità ed esclusione, nel lungo periodo perché sfavorisce proprio quel processo di adesione alla cultura maggioritaria che guida l’approccio assimilazionista.
Eppure, l’esperienza di Paesi che hanno dovuto affrontare questi problemi prima del nostro insegna che, laddove la naturalizzazione è più facile da acquisire, le visioni stereotipate dello straniero tendono a fare sempre meno presa e il problema culturale passa in secondo piano. Non mancano neppure vantaggi pratici legati alla cittadinanza, in grado di promuovere dinamiche inclusive tali da alimentare un senso di appartenenza alla società di insediamento. La cittadinanza garantisce infatti la sicurezza giuridica che può motivare i nuovi arrivati a investire nel Paese in cui risiedono, sia da un punto di vista economico, impegnandosi nell’acquisto di un’abitazione oppure nel dare avvio a un’attività imprenditoriale (emblematico in questo senso è il caso della comunità cinese), sia da un punto di vista più generale, correlato all’istruzione dei figli oppure a un rapporto più stretto e diretto con la popolazione maggioritaria.
Gli economisti hanno dimostrato in modo convincente che la migrazione non deve necessariamente configurarsi come un gioco a somma zero in ambito economico: l’ascesa socio-economica dei migranti non va necessariamente a scapito dei membri della società di destinazione. Lo stesso vale per la sfera socioculturale: un’integrazione sociale riuscita non si misura in base a quanto o a quanto rapidamente gli immigrati nascondano o rinneghino il proprio patrimonio culturale e le proprie identità distintive. Una simile visione dell’integrazione sociale come processo a somma positiva è tuttavia possibile solo se si abbandona l’idea che la “differenza culturale” costituisca un dato oggettivo e un ostacolo intrinseco all’integrazione.

