Per un canone mancato dell’arte e della prosa d’arte italiana: i volumi Electa di Ungaretti e Volponi

Nella letteratura italiana del Novecento, un folto gruppo di autori ha scritto, accanto alla loro principale produzione a seconda dei casi romanziera o di critica letteraria, anche un buon numero di scritti occasionali d’arte. Si tratta di un gruppo eterogeneo di scrittori, che spazia da Arbasino a Testori, da Pasolini – l’introduzione alla prima mostra ferrarese su Warhol del 1975 fu uno degli ultimi scritti composti prima del suo assassinio – a Calvino, da Montale a Sciascia, da Manganelli – di cui l’Adelphi nell’ultimo periodo ha dato alle stampe di questo filone Emigrazioni oniriche – a Giovanni Macchia. A tal riguardo Electa Editore ha recentemente inaugurato la collana Scritti, con l’esplicito obiettivo di “riscoprire la prosa d’arte”, riproponendo nel mercato editoriale italiano “testi, ritrovati e riscoperti, riuniti in un corpus consistente, che propongono letture talvolta difficili e sfidanti, a cui rivolgersi e tornare anche oggi ‘in un momento di crisi della critica d’arte nel nostro Paese’”. I ricchi volumi finora pubblicati in questa collana recuperano gli scritti sull’arte – e sull’architettura – di personaggi variegati della cultura italiana quali Paolo Fossati, Roberta Valtorta Marco Vallora e Lea Vergine, ma soprattutto due, entrambi realizzati con la curatela di Luca Cesari, fanno luce sul fenomeno specifico dei poeti che scrivono delle arti visive, nel senso più ampio del termine: il volume di Paolo Volponi Scritti di critica 1956 – 1994. Il principio umano dell’arte, pubblicato nel 2024, e quello di Giuseppe Ungaretti Pittura cosmopolita. Scritti sull’arte 1910-1969. 

Paolo Volponi, nato ad Urbino nel 1923 e morto nel 1994, fu uno dei molti personaggi della cultura italiana orbitati attorno alle industrie Olivetti, dove lavorò per un quindicennio prima di passare alla Fiat; brevemente direttore della Fondazione Agnelli, fu costretto a lasciare l’incarico per la sua adesione al Partito Comunista Italiano; al momento della crisi della Prima Repubblica fu per un paio d’anni anche deputato per Rifondazione Comunista. Parallelamente al suo percorso manageriale e, sul finire della sua vita, politico, Volponi era stato attivo sul piano letterario sin dal finire degli anni quaranta, con una serie di raccolte poetiche a cui si alternarono, a partire dal 1962, anche alcuni romanzi; vinse due volte il premio Strega, con La macchina mondiale nel 1965 e La strada per Roma nel 1991, anche se forse oggi il suo romanzo più ricordato è Le mosche del capitale, pubblicato nel fatidico 1989. 

Gli scritti d’arte di Paolo Volponi prendono le mosse da una appassionata attività da collezionista, che accompagnò lo scrittore per tutta la sua vita e il cui frutto, la ricca collezione Giovina e Paolo Volponi, è stata in buona parte donata alla Galleria Nazionale delle Marche ad Urbino. È proprio il rapporto con la città di Urbino a rappresentare il “secondo polo” attorno a cui ruotano i suoi scritti d’arte: nei testi raccolti nel volume Electa curato da Cesari, a partire dalla metà degli anni settanta più volte Volponi rivolge lo sguardo alla città natale, spesso scritti con toni polemici – Un anno fa lo stupro di Urbino, pubblicato sul Corriere della sera a inizio 1976, per ricordare il furto di due quadri di Piero della Francesca e di uno di Raffaello, recuperati poi pochi mesi dopo in Svizzera – ma redatti anche in modalità più storiografiche – Urbino e l’anno di Raffaello, pubblicato sul Corriere nel 1983 – o con l’obiettivo di far riscoprire talenti locali – Uno di Fano venuto da ragazzo a Urbino, scritto lo stesso anno della morte, era la presentazione di una mostra dell’incisore e pittore marchigiano Arnaldo Battistoni. 

A cura di Luca Cesari, Paolo Volponi. scritti di critica 1956-1994, Electa Edizioni, 2026.

Il principio umano dell’arte raccoglie scritti brevi ma contraddistinti da una profonda eleganza stilistica, e da una notevole competenza in fatto di storia dell’arte, che si estende dal Basso Medioevo fino alle correnti contemporanee a Volponi. Fatto atipico anche nel “sottogenere” delle prose d’arte composte da poeti, più di una volta Volponi lascia anche dei versi nei suoi articoli o nei suoi testi di presentazione, come la lunga poesia che chiudeva un catalogo di disegni di Pericle Fazzini: “Perché domani e oltre nel tempo dovresti vedere uguale/questo stesso albero? Secondo quale legame…?/Se tu, tu sai, tu senti che intorno muta l’aria e dentro il male,/e tu stesso?…”. Interessanti anche le sue considerazioni sul senso profondo dell’operazione urbanistica di Olivetti, da Volponi ricondotte, in un articolo del 1976 per il mensile di Bruno Zevi L’architettura, a una forma di “architettura sociale: di apprestamento cioè di un edificio che non impone regole e sistemi di vita o di abitazione, ma che si propone all’uso delle diverse dotazioni che lo compongono e che lo muovono anche al di là della sua stessa portata. Davanti alle sue fervide linee si può parlare di laicità e di democrazia, di gruppi, di discussione, di ricerca, e anche di divertimento e di distrazione”. Anche in un’intervista di un paio di anni dopo condotta da Enrico Regazzoni per Modo. Mensile di informazione sul design, Volponi auspica una “grande battaglia culturale e politica per costruire il nostro Paese in modo diverso”, avendo anche il “coraggio di abbattere, di bonificare certe periferie anche se hanno solo vent’anni”; e, venuta meno l’esperienza olivettiana spontaneamente estintasi negli anni successivi alla morte del fondatore, e scottato ancora dalla controversia politica con la Fiat, Volponi indica come unica possibile fonte di questa battaglia la cultura di opposizione, “la quale è viva, coraggiosa, anche se fa piccoli passi, anche se oggi dà una grande precedenza – è forse questo il suo sbaglio – al politico”. È così che nel peculiare profilo autoriale di Paolo Volponi anche in questi scritti d’arte, d’urbanistica e di architettura può emergere, in filigrana ma con forza, una sorta di cronistoria à rebours dell’Italia dal dopoguerra alla fine della Prima Repubblica, in cui le belle arti vengono implicitamente ricondotte in una sorta di empirico sistema olistico capace di spaziare dalle lucide considerazioni economiche a una politicizzata storia del paesaggio. 

Diverso è il caso di Giuseppe Ungaretti, tra i massimi poeti italiani del Novecento, ben più distante, rispetto a Volponi, alle battaglie politiche del suo tempo. Il volume Pittura cosmopolita si distanzia da Il principio umano dell’arte sia per l’estensione temporale degli scritti, che nel tomo ungarettiano va dal 1910 al 1969 sovrapponendosi cronologicamente alla produzione di Volponi in materia per meno di un quindicennio, sia per un’attenzione maggiormente ma non esclusivamente concentrata sull’arte dei suoi tempi. Pittura cosmopolita inoltre contiene, oltre ai soliti articoli per giornali e riviste e alle tradizionali introduzioni a mostre o cataloghi d’arte, anche frammenti dell’epistolario ungarettiano, con lettere e cartoline rivolte a pittori, critici e letterati come Carlo Carrà, Enrico Pea, Ardengo Soffici, Gino Severini e Tullio Garbari. Nella prima parte, la figura inevitabilmente dominante è quella di Guillaume Apollinaire, che aveva colpito il giovane Ungaretti nel suo soggiorno parigino d’anteguerra per la sua attenzione all’arte del periodo non meno che per la sua concezione di poesia: in un lungo e peculiare articolo pubblicato su L’Azione di Genova a dicembre 1919, Ungaretti si abbandona a una curiosa fantasticheria di fantasmi, immaginando una passeggiata in una Parigi deserta, nebbiosa e notturna, in cui “Guillaume Apollinaire, mi era compagno una notte, in questa visione”, rievocando anche il loro ultimo incontro a ridosso della morte del più anziano poeta vittima per la spagnola, negli stessi giorni in cui la Francia celebrava il termine della Prima guerra mondiale: “sul capezzale, poggiato alla parete, un quadro di Picasso vegliava. Due mesi prima, Apollinaire me l’aveva indicato, a quello stesso posto: ‘è bello, no?’. Apollinare aveva inventato il cubismo; moriva con lui – chi poteva avere il soffio di Apollinaire? Poi mi vidi per le strade, tutte imbandierate perché era il giorno dell’armistizio, e s’era scatenato un grande urlo. Macchinalmente presi il pacco di sigari che mi era rimasto sotto il braccio; accesi mezzo sigaro; attraversai la folla impazzita, come uno scemo…”. Ungaretti aveva ancora compiuto trent’anni, e la lezione poetica, critica e stilistica di Apollinare sembra irradiarsi su tutti gli scritti del periodo. 

A cura di Luca Cesari, Ungaretti. Pittura cosmopolita. Scritti sull’arte 1910-1969, Electa Edizioni, 2026.

Nella seconda parte del volume Pittura cosmopolita per certi versi manca un simile principio unificante, ma nell’occasionalità degli interventi di Ungaretti sono molti i motivi di interesse: un breve testo in lode di Charlie Chaplin, pubblicato sulla rivista Cinema e intitolato succintamente Un poeta, in cui rievocando l’esperienza di rivedere tutti di fila a Buenos Aires i film di Charlot – o di Carlito, come lo chiamano lì – Ungaretti scrive “due cose mi colpirono forte, e la prima sino allora malamente percepita. Voglio dire il carattere umano di Charlie. Charlie è il prototipo dei rigattieri, incarna in sé tutti i rigattieri dell’universo, d’oggi, di ieri e di domani… Ci si aggiunge il ritmo, che consiste nel suo modo di apparire in ogni scena e d’uscirne, cadenza che dà veramente alle diverse scene d’ogni suo film un senso angoscioso di brevità”. La chiusa dell’articolo dà modo a Ungaretti di fare i conti non solo con quello che successivamente si sarebbe imposto nel dibattito critico col nome di specifico cinematografico, ma anche col senso profondo della poesia stessa: “se i limiti dell’arte cinematografica sono veramente quelli che ho detto, vorrei almeno avere, col senso della caducità, il senso incessante della vita. E dico che per il poeta c’è, nell’evocare uniti luoghi e tempi senza ostacoli di distanza, come solo quest’arte può fare, nel fermare il momento unico d’un luogo, nel dare il senso umano della geografia e il senso naturale della storia, gran copia d’incanti”. Allo stesso periodo risalgono “due fogli di diario” del gennaio 1935, pubblicati però su L’Approdo Letterario solo nel 1972, che rievocano la visita di Roma di André Gide; mentre nel dopoguerra leggiamo omaggi e scritti tra gli altri su Giacomo Balla, Fabrizio Clerici, Carlo Quaglia, Guido Gonzato, Roberto Fasola, Edita Broglio, Franco Gentilini, un dialogo tra Ungaretti e il pittore e scultore Jean Fautrier e la trascrizione in inglese della registrazione della visita, da parte di Ungaretti e Piero Dorazio, dello studio della scultrice e pittrice Beverly Pepper, statunitense ma romana d’adozione. 

La vera forza di questi due volumi della collana Scritti di Electa è anch’essa duplice: da un lato, ci trasportano nell’immaginario personale e anche nella quotidianità degli interessi e delle visite a mostre e gallerie dei due poeti, rivelando così i testi nei due tomi raccolti ben più che scritti d’occasione, ma sintomi e proiezioni dei gusti personali di Ungaretti e di Volponi e, nel caso del secondo, anche degli obiettivi della sua militanza politica. Dall’altro lato, sia Pittura cosmopolita che Il principio umano dell’arte compiono una vera e propria opera rievocativa nei confronti di una costellazione di esponenti di indubbio pregio, tanto da imbrigliare l’occhio di questi due osservatori d’eccezione, ma in una buona parte dimenticati della pittura, della scultura e in generale dell’arte italiana ed europea del Novecento. Se il volume di Ungaretti è del tutto privo di immagini, e affida con successo alla prosa del poeta il compito di rievocare quanto visto, osservato e analizzato, al termine de Il principio umano dell’arte c’è un buon apparato che, attingendo dalla collezione e dalle donazioni dei coniugi Volponi, ci trasporta in una cornucopia visiva che dal Seicento di Salvator Rosa, di Jusep de Ribera detto lo Spagnoletto e di Guido Reni arriva fino al Novecento di Arnaldo Pomodoro, di Eliseo Mattiacci e di Luigi Bartolini, di cui tra queste pagine emerge anche un Ritratto di Paolo Volponi datato 1953. È in questa tensione tra prosa e verso, tra letteratura ed arte visiva, tra ecfrasi e analisi, e in questa notevole capacità di tracciare e far riemergere “canoni mancati” nell’arte italiana dell’ultimo secolo, che questi due volumi della collana Scritti di Electa che ci raccontano l’arte all’occhio dei poeti trovano il loro specifico editoriale: e nella loro sintesi tra sensibilità e stile Pittura cosmopolita e Il principio umano dell’arte risultano più vivi e fruttuosi di molte biografie per capire davvero come sentissero i due rispettivi autori. 


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