Recensione di “Gadamer on Art and Aesthetic Experience. Rethinking Hermeneutical Aesthetic Today” a cura di Stefano Marino e Elena Romagnoli

Il volume Gadamer on Art and Aesthetic Experience (SUNY Press, New York 2025), curato da Stefano Marino ed Elena Romagnoli, propone numerosi contributi che dipanano gli intricati “fili estetici” delle riflessioni di Hans-Georg Gadamer. 

Considerato l’esponente per eccellenza dell’ermeneutica, Gadamer è stato troppo spesso ri(con)dotto unicamente al pensiero di Verità e Metodo (1960), tralasciando così gli innumerevoli orizzonti aperti dalle riflessioni degli scritti successivi. Proprio questi ultimi potrebbero al contrario rivelarsi rilevanti e preziosi soprattutto per le sfide dell’estetica contemporanea: è all’insegna di questa convinzione che i curatori dell’opera hanno raccolto una serie di studi mirati a valorizzare alcune sfumature inesplorate della filosofia gadameriana per ripensare la sua ermeneutica anche grazie alla sua estetica.

La miscellanea si apre con il contributo di Jean Grondin, (Gadamer’s Understanding of Art as Presentation, pp.13-32) che imposta il dialogo fra estetica ed ermeneutica sotto il segno della Darstellung. Seguendo Grodin, il termine tedesco viene connotato da Gadamer secondo quattro accezioni fondamentali che il tedesco già racchiude – rispettivamente, quelle di performance, interpretazione, rivelazione e festa. In questo modo il saggio mostra che, per Gadamer, l’arte è già interpretazione, perché mette in atto in senso letterale, ovvero performa, per chi ne fruisce, una verità che si manifestaattraverso il linguaggio e che si dà nella partecipazione all’opera. 

Di seguito, il saggio di Stefano Marino (Gadamer’s Hermeneutical Aesthetics as Practical Philosophy, pp. 33-60) si focalizza su alcuni passaggi di Verità e Metodo che hanno portato a dei travisamenti rispetto al rapporto fra estetica ed ermeneutica in Gadamer. Particolarmente interessante, per gli scopi del volume, è la disamina dell’affermazione “Aesthetics has to be absorbed into hermeneutics” con cui è stata spesso riassunta la seconda parte dell’opera, una sentenza di certo radicalizzante rispetto ad alcuni passi in cui il filosofo avanza una sorta di universalità dell’esperienza ermeneutica rispetto alla vita umana. Come fa notare Marino, non si tratta di affermare nichilisticamente per l’estetica che “tutto è questione di ermeneutica” alla stregua del verso nietzschiano “tutto è questione di interpretazione”: accostare Gadamer e Nietzsche in questo modo significa piuttosto appiattire lo sforzo riflessivo dell’uno e dell’altro – senza, d’altronde, alcun tipo di “carità ermeneutica”. Ben diversamente, per Marino, il punto di vista gadameriano, andrebbe compreso sotto la sfumatura pratica e performativa dell’ermeneutica, in linea con la lettura precedente di Grodin. Ciò emerge in particolare in testi come “The Relevance of the Beautiful” (1986), dove Gadamer mostra come la nostra esperienza del mondo ponga radici in aspetti antropologici – giocosimbolo e festa le parole chiave dello scritto – e l’arte è senz’altro uno di questi aspetti. Quindi, accogliendo l’analisi di Marino, l’estetica per Gadamer potrebbe essere considerata come un’affluente dell’ermeneutica: non si annulla in essa ma la arricchisce e la integra. 

Quasi per completare questa tesi, Marianna Failla ribadisce nello scritto la rilevanza della “bellezza” come “senso” che l’esistenza umana trova nell’arte – secondo la doppia direzione del senso percettivo della vista e del senso come significato e interpretazione. Infatti, in The Aesthetics of the Invisible (pp. 61-76) l’autrice presenta il valore anagogico dell’estetica per l’ermeneutica: la bellezza dell’opera d’arte eleva lo sguardo verso ciò che non si può dire; d’altra parte, l’indicibile nell’arte si lascia in un certo modo comprendere perché l’opera lo riesce ad esprimere, anche se in maniera indiretta. 

In linea con questa prospettiva, il saggio di John Arthos (The “Unshapely Form” of the Work of Art, pp. 77-92) affronta il paradosso della forma informe: seguendo Heidegger, anche Gadamer vede nell’opera d’arte la tensione fra finito e infinito – essa è perlopiù una creazione mortale che tenta di vincere la mortalità[1]. Questo è possibile perché, per Arthos, come heideggerianamente «the world wolds», gadamerianamente «the work works» (p. 80): infatti, l’opera d’arte esiste come tale solo davanti a qualcuno; il pubblico in questione, tuttavia, cambia costantemente, e con lui l’interpretazione. Nondimeno, la forma dell’opera d’arte è atemporale ma precisamente perché informe, sempre in (tras)formazione.

Il testo di Georg W. Bertram si pone invece quasi in “rottura” rispetto alle altre voci: l’autore propone infatti una critica costruttiva all’estetica gadameriana. In Critiquing Gadamer’s Aesthetics (pp. 93-110) non si nega la rilevanza dell’estetica nelle riflessioni ermeneutiche di Gadamer – questo punto, ad esempio, è in linea con quanto già esposto da Marino – tuttavia, si sostiene che queste non valorizzino precisamente la specificità dell’esperienza artistica rispetto ad altre sfumature ermeneutiche. Di certo l’autore non intende contestare il pensiero di Gadamer in sé, ma invitare la tradizione gadameriana contemporanea a confrontarsi con le sfide che l’arte pone – e i contributi di questo volume hanno senza dubbio colto questa sfida. 

Di seguito, ad esempio, James Risser (Language without Sentences, pp. 111-126) si concentra sul tema del ritmo come modalità fondamentale dell’arte. Il linguaggio artistico, sostiene Risser, si struttura in cadenze corporee e temporali che divengono la voce non discorsiva dell’opera: una presenza sensibile che comunica prima del concetto. 

Stefano Marino e Elena Romagnoli (a cura di), Gadamer on Art and Aesthetic Experience. Rethinking Hermeneutical Aesthetic Today, SUNY Press, New York 2025.

A sua volta, Alessandro Bertinetto (Gadamer and Pareyson on Hermeneutics and Improvisation, p. 127-146) propone una riflessione sull’improvvisazione nel confronto con il pensiero di Pareyson, filosofo italiano amico di Gadamer. Questa è una forma d’opera d’arte “eccezionale”: del resto, una performance è sempre diversa, eppure in tutte le sue trasformazioni è sempre rinnovamento e arricchimento dell’opera medesima. Approfondire l’ermeneutica gadameriana in questa direzione potrebbe aiutare a declinarla in una chiave più dinamica, aperta e processuale.

A dare corpo a questa linea interpretativa è anche il contributo di Elena Romagnoli (Playing and Reading, pp. 147-166), che rilegge il concetto gadameriano di Spiel (gioco) alla luce dell’esperienza come Erfahrung. Sotto la sfumatura del viaggio e del trasporto contenuto nella radice tedesca di questa parola, Romagnoli smarca definitivamente Gadamer da ogni interpretazione dualistica: non c’è mai un soggetto-fruitore di un’opera d’arte-oggetto perché la loro opposizione è sempre già una interrelazione. Si può comprendere facilmente prendendo ad esempio la forma d’arte romanzo: quando finiamo un libro, esso lascia in noi un residuo, tanto che nella ri-lettura dello stesso troviamo in esso qualcosa che non avevamo mai visto proprio perché siamo già arricchiti del suo lascito; così, non solo sentiamo di essere cambiati e che il testo stesso è mutato fra le nostre mani, ma avvertiamo anche di avere infinite possibilità di ripercorrerlo e di ri-comprenderlo. 

In linea con gli esiti dello scritto di Romagnoli, Gert-Jan van der Heiden sottolinea le potenzialità del linguaggio poetico per la filosofia e, in particolare, per l’ermeneutica (On the Challenge of Poetry to Thought, pp. 167-186). La poesia, sostiene l’autore, destabilizza e rinnova il logos, resistendo a ogni tentativo di interpretazione; la filosofia, d’altro canto, si nutre delle sfide della comprensione e cerca di avvicinarsi a cogliere il “senso”. Per questo, come già osservava Heidegger, riprendendo un verso di Patmos di Hölderlin, poesia e filosofia si guardano da lontano come «le più remote montagne»: l’inesauribilità ermeneutica della prima alimenta la ricerca della seconda; all’inverso, ogni comprensione sfida positivamente il linguaggio poetico ad aprire nuovi varchi[2].

Infine, Cynthia Nielsen, analizzando la riflessione che Gadamer propone a partire da alcune poesie di Celan, ne mette in luce alcune prospettive etiche (Gadamer Riflections on Celan and The Witness and Wounding of the Poetic World, pp. 187-204) . Nella lettura gadameriana, infatti, le parole di Celan si rivolgono a chi le ascolta sperando di essere accolte pur senza garanzia di riuscita. Con la stessa fiducia con cui si getta in mare un messaggio dentro una bottiglia, la ricerca poetica tenta quindi di rivolgersi a una “regione del cuore” che dia interpretazione e risposta. Le riflessioni sull’ermeneutica di Gadamer raccolte dall’intero volume sembrano confermare che questo gesto, pienamente umano, non è affatto chimerico.


[1] Il saggio di Bertinetto propone rispetto a questa affermazione una alternativa originale: l’arte d’improvvisazione. 

[2] Il bel saggio di Francesco Cattaneo coglie approfonditamente, per Heidegger, il medesimo punto (Cfr. F. Cattaneo, Sulle Più Remote Montagne», Pensare e Poetare in Heidegger, in Estetica. Studi e Ricerche, vol. XII, n. 1/2022, Il Mulino, Bologna, pp. 67-88.ù


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