Una filosofia della superficie. Recensione di “Che cos’è la filosofia della moda?” di E. Chiais e S. Marino

«She’s playing her game, and you can hear them say / She is looking good, for beauty we will pay» cantavano I Kraftenwerk nel 1978 per descrivere The Model, la “modella”, la cui naturale bellezza d’aspetto è tutta artificialità. A ben rifletterci, il testo potrebbe essere una buona definizione della Moda stessa, il fenomeno che per eccellenza “superficiale”, e anche una possibile risposta al Che cos’è la filosofia della moda? di Eleonora Chiais e Stefano Marino (Carocci 2025).

Invero, sembra piuttosto strano pensare che qualcosa di superficiale possa stare in prossimità della filosofia; in effetti, sembra vergognoso che pensatori e pensatrici affermino che le proprie ricerche riguardano un involucro – cosa è un abito, del resto? – e non la sostanza dell’umano, ben più gettonata per gli esperti del mestiere. Ebbene, di fronte a questo pregiudizio gli autori ribattono senza timore che la filosofia della moda è una filosofia della superficie, una filosofia dell’involucro, ma non per questo una filosofia frivola o da prendere poco sul serio. Di fatto, a quella tremenda «paura filosofica della moda» – così la aveva definita Karen Hanson (1990; cit. p.8, 11) – Chiais e Marino calano definitivamente la maschera e, nelle loro analisi, dimostrano che la moda è un terreno oltremodo fertile indagare l’umano sotto nuove prospettive.

Da parte loro, gli autori si sono avvicinati alla filosofia della moda da percorsi diversi. Eleonora Chiais è infatti ricercatrice in cinema, fotografia e televisione all’Università di Torino, con interessi nelle fashion theories e nell’analisi delle tendenze tramite metodologia semiotica; Stefano Marino è invece professore associato di Estetica all’Università di Bologna e si occupa principalmente di ermeneutica, teoria critica, pragmatismo e filosofia della musica. Tali percorsi sono significativi in un’indagine di questo tipo; infatti, essi mostrano di riflesso che la moda investe tanti settori del pensiero anche fra loro così differenti. Ciò è sottolineato soprattutto nei primi capitoli del volume, dove gli autori riprendono molte riflessioni sul fenomeno “nascoste” – più o meno consapevolmente – fra le righe di molti pensatori riducibili alla storia della filosofia e in testi spesso dedicati ad altri argomenti. 

L’indagine si apre all’insegna sulle “inaspettate” indagini sulla moda di Immanuel Kant. In effetti, egli non ha mai dedicato un intero saggio all’argomento, ma in più di un testo riporta alcune osservazioni significative che costituiscono una buona introduzione alla lettura del fenomeno. Nella modernità, infatti, la moda viene a costituirsi con una forma precisa – per Kant, essa è una «vanità» da cui ci lasciamo «condurre servilmente», tanto da entrare tramite essa nella gara del superarci vicendevolmente (Kant, 2009, par. 71, pp. 134-5; cit. p. 26). In tale analisi, Kant dedica una particolare attenzione al carattere imitativo della moda, un aspetto battuto anche da altri filosofi a lui coevi, come Christian Garve, che al fenomeno ha invero dedicato un vero e proprio Saggio sulla moda, dove quest’ultima veniva definita «l’opinione dominante, in ogni tempo, su ciò che è bello» (Garve, 1985, pp. 121-122; cit. p. 28), introducendo un focus esplicito sul carattere sociale della moda.

Fra i “grandi nomi” della storia della filosofia, oltre a Kant gli autori menzionano anche Hegel, che nella sua Estetica sottolineava soprattutto il carattere contingente della moda; essa è talmente volubile che da un momento all’altro fa di un oggetto prezioso un qualcosa da nulla. Sulla scia hegeliana, il coevo Friedrich Theodor Vischer ne parlava nei termini di un «gioco pericoloso» (Vischer, 2006, p. 57; cit. p. 33), non solo perché non dura che un secondo, ma soprattutto perché livella le culture, le rende uguali – Vischer si riferiva invero alle mode che venivano dalla Francia e che impoverivano il Regno di Prussia, ma di certo anticipava alcune tendenze del capitalismo. Altri pensatori, fra cui Herbert Spencer, criticavano tale livellamento da una prospettiva meno patriottica e più sociologica – egli in particolare non concedeva buone parole a coloro i quali cercavano attraverso gli abiti di imitare i più forti e operare una “scalata sociale”. Curiosamente, un altro pensatore dal calibro di Friedrich Nietzsche si riferiva al medesimo carattere imitativo come a qualcosa di virtuoso: perlomeno, attraverso la moda, ci si poteva liberare da quel costume nazionale che è, dal punto di vista nietzschiano, da considerarsi un limite e non un orizzonte. 

E. Chiais e S. Marino, Che cos’è la filosofia della moda?, Carocci, Roma 2025.

Pur tuttavia, se si dovesse indicare un vero e proprio iniziatore alla filosofia della moda, si dovrebbe partire da Georg Simmel, che per primo riconosce nella moda un vero e proprio carattere dialettico, dal momento che incorpora all’imitazione il momento della distinzione. Questo secondo elemento aggiunge un grado di complessità che è seguito anche da Walter Benjamin, che arricchisce le analisi di Simmel con una provocazione: chi conoscesse qualcosa in più della moda, potrebbe comprendere più a fondo il mondo (pp. 51-52). Da parte sua, Egen Fink insiste sulla moda come qualcosa di esistenziale, come un gioco a cui tutto l’umano partecipa semplicemente perché appartiene alla dimensione pubblica e al mondo e tramite cui rincorre un senso per la propria vita. Anche un autore contemporaneo come Yves Michaud afferma circa la moda che essa consente all’umano di appagarsi di un qualche senso.

Come mostrano Chiais e Marino, il fatto che la moda sia un fenomeno totalmente superficiale non deve ingannare. Riferendosi in particolare all’abito di moda, ci si trova di fronte a un involucro che è quasi una seconda pelle, perché si dà insieme al corpo stesso. Non è qualcosa di cui si può fare a meno – in quasi tutte le culture, i vestiti si indossano da appena nati e si portano persino sottoterra. Di fatto, il trittico abito-corpo-società è inscindibile e va indagato nella sua complessità da qualsiasi prospettiva filosofica.

Di più, se è vero che l’abito presenta il corpo, si può anche fare riferimento alla moda come ad un linguaggio, un sistema di comunicazione. È stato Roland Barthes ad applicare per primo le categorie linguistiche a questo fenomeno, focalizzandosi anche sulle divergenze che scaturiscono da questo paragone (pp. 74-83). Soprattutto, se attraverso un sistema finito di segni la lingua ha possibilità infinite per affermare qualcosa, il vincolo corporeo non sembra permettere la stessa libertà. Per questo la moda sfocia inevitabilmente in campo sociologico (solo per fare qualche nome: Simmel, Vebel, Baudrillard, Bourdieu, Blumer, Hebdige) e psicologico (soprattutto Flügel e Reinach). 

Questi, di certo, sono solo alcuni dei tanti fili utilizzati degli autori per cucire una risposta alla domanda proposta dal titolo. Il lavoro che Chiais e Marino consegnano a lettrici e lettori non è che un modello di indagine; il taglio aperto e coinvolgente è senza dubbio apprezzabile. Del resto, il volume non aspetta altro che ulteriori drappeggi e rifiniture da parte coloro che vorranno proseguire la ricerca nei settori interni della caleidoscopica filosofia della moda. 

Bibliografia

Garve C. (1985), Ueber die Moden, in Id., Gesammelte Werke, Bd. 1, Versuche über verschiedene Gegenstände aus der Moral, der Literatur und dem gesell schaftlichen Leben. Teil 1 und 2, Georg Olms Verlag, Hildesheim-Zürich New York, pp. 117-294 

Hanson K. (1990), Dressing Down Dressing Up: The Philosophic Fear of Fash ion, in “Hypatia”, 5, 2, pp. 107-21.

Kant I. (2009), Antropologia pragmatica, Laterza, Roma-Bari. id. (2013), Riflessioni sul gusto, Aesthetica, Palermo.

Vischer F. T. (2006), Wieder einmal über die Mode, in Id., Mode und Cynis mus. Beiträge zur Kenntniß unserer Culturformen und Sittenbegriffe, Kul turverlag Kadmos, Berlin, pp. 11-82.


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