Nel mondo di oggi, in cui chi fa professione di cinico e spregiudicato realismo passa per spirito pratico e concreto, evocare l’utopia equivale a proporre sogni astratti e irrealizzabili, se non pericolosi. Il rifiuto collettivo di una visione considerata, quando va bene, come un impulso irresponsabile della fantasia, non nasce certamente dal nulla. L’utopia ha un passato oscuro: alcuni dei tentativi di creare una società rispondente a degli ideali utopici hanno dato luogo a esiti spaventosi – basti pensare alla Russia comunista o alla Germania nazista. Tanto Stalin quanto Hitler, sebbene fossero agli antipodi dal punto di vista ideologico, condividevano il desiderio di dare vita a una organizzazione sociale perfetta, razionale e ordinata. Accanto a un passato problematico, l’utopia deve inoltre fare i conti con un presente altrettanto gravoso. Quasi per una sorta di legge del contrappasso, è la distopia – per molti versi il fratello antonimico dell’utopia – a trovare ampia risonanza nel discorso politico moderno. Dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane del 2024, i notiziari e i social media sono traboccati di riferimenti al romanzo di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella (1985) per caratterizzare un clima di paura e disperazione che circonda la vita delle donne.
E tuttavia, il pensiero utopico è un promemoria cruciale di qualcosa che viene spesso dimenticato. Anzitutto, all’immaginazione utopica è connaturato un carattere critico rispetto alla visione dominante del reale che serve a mettere in discussione il presente, non un modello perfetto da realizzare alla lettera. In secondo luogo, che, al di là del suo contenuto specifico, ha valore in ragione dello spaesamento mentale che produce, ossia la presa di distanze dalla realtà immediata in nome dell’apertura al cambiamento. Inoltre, in linea con l’etimologia del termine, coniato da Tommaso Moro nel suo libro, Utopia, il “non-luogo” non indica la sua inesistenza, ma uno spazio critico da cui osservare il mondo per rendere visibili le alternative. E per questo, infine, l’utopia è legata alla speranza attiva: non è una forma di evasione dalla realtà, ma una spinta alla sua trasformazione. È una forza che permette di immaginare il cambiamento sociale, anche quando sembra impossibile, poiché incoraggia una dimensione di speranza nella politica moderna.
Visto il clima politico e sociale in cui stiamo vivendo, la popolarità della distopia è comprensibile. Eppure, il pensiero utopico appare come una forma di speranza radicale, che confida nella possibilità di un futuro migliore anche se non è qualcosa che possiamo ancora immaginare o comprendere in ogni suo profilo. L’utopismo è una sorta di resistenza a una politica che impedisce ogni possibilità di trasformazione. Quindi, il ruolo dell’utopia nell’incoraggiare l’immaginazione, la creatività e la speranza opera come un fattore essenziale alla prospettiva di un qualsiasi cambiamento. Non sorprende perciò il fatto che l’utopia si ritrovi con particolare frequenza nelle opere d’arte, nella musica, nei film e nella letteratura.
L’utopia dovrebbe essere perciò l’inizio della discussione politica piuttosto che la sua fine. Quando ci impegniamo in un dibattito politico cerchiamo di sostenere quelle che crediamo dovrebbero essere le nostre priorità e di stabilire i vincoli della realtà. Il problema è che l’utopia sfida ciò che consideriamo realistico. E quindi la rottura tra utopisti e non utopisti non riguarda la questione se siamo destinati a obbedire ai vincoli della realtà; il dibattito politico riguarda ciò che è inalterabile e ciò che è mutevole nella nostra vita sociale.
La metà del XX secolo ha visto filosofi come Friedrich Hayek, Hannah Arendt e Karl Popper combattere la mescolanza della politica reale con stati finali utopici. Questi autori miravano a combattere ogni suggestione di tipo totalitario (che associavano soprattutto al comunismo), che temevano si stesse insinuando nel pensiero e nella pratica politica. Al di là delle rispettive differenze politiche circa le priorità che ritenevano andassero perseguite, concordavano sul fatto che la realtà doveva essere protetta dall’immaginazione distruttiva dell’utopia. Ma è giusto limitare l’utopia al gioco della nostra immaginazione? Dovremmo accettare una divisione del lavoro stando alla quale i non utopisti si impegnano nel duro e pragmatico lavoro della politica, e gli utopisti propongono ideali fantasiosi che servono unicamente a nutrire sogni inappagati?
Posta in questi termini, una simile divisione del lavoro risulta decisamente fuorviante. Le utopie non si sono mai considerate antitetiche all’analisi della realtà sociale e dei limiti che presenta. Le radici dell’immaginazione utopica vanno cercate nei torti, nelle ingiustizie e nei soprusi che dominano la vita sociale mettendone in discussione non solo i principi e le pratiche, ma anche provando a individuare quali possano essere le forze più efficaci per ridurre il disagio e la sofferenza che sono base del disordine e dell’ingiustizia. Le utopie aprono alla possibilità di enunciare bisogni sociali precedentemente esclusi dallo spazio politico e di renderli una questione di interesse pubblico. Il raggiungimento, o addirittura la richiesta, di questo punto di vista diventa una questione alla quale la politica può essere costretta a rispondere. La tensione tra politica e utopia è stata sin troppo spesso interpretata nei termini di un’alternativa tra realismo e immaginazione quando, in realtà, sono entrambe attività formative che si svolgono all’interno delle strutture reali della vita sociale.
L’attività utopica tende a promuovere e articolare nuovi bisogni, non conciliabili e anzi incompatibili con la realtà presente. Tuttavia, proprio l’enunciazione di nuovi bisogni può rendere consapevoli del fatto che alcune – non tutte – forme di supposto ‘realismo’ sono poco più che una forma di acquiescenza allo status quo, un incentivo volto a fare in modo che i subordinati e gli oppressi, schiacciati da iniquità e ingiustizie, se ne facciano una ragione. A differenza delle ideologie, che si limitano a occultare e mistificare la realtà, è possibile che le utopie di oggi divengano le realtà di domani. Come diceva Lamartine, “le utopie non sono sovente che delle verità premature”. I nemici dell’immaginazione utopica spesso si arrogano la capacità di conoscere i duri limiti della realtà sociale e di ciò che è praticabile. I suoi sostenitori non fanno alcun favore alla propria causa quando riconoscono o prendono atto di questa pretesa, poiché gran parte della politica è una competizione su ciò che dovrebbe essere considerato possibile, credibile o realistico, dal momento che non è possibile soddisfare tutti i bisogni vitali contemporaneamente.
Non esiste un accordo unanime su ciò che è inalterabile e su ciò che può essere trasformato per andare incontro alle aspirazioni di equità e di giustizia che gli individui di fatto formulano come proprio ideale. Ma sconfessare l’utopia in nome di una realtà predeterminata e immodificabile è una mossa per chiudere la conversazione, spegnere il pensiero e silenziare le domande. È come se la politica potesse finalmente sfuggire alla esigenza di valutare quali siano le possibilità che si trova di fronte e quali sono i limiti di cui deve tenere conto, e ridurre ogni sua attività e ogni sua iniziativa all’amministrazione dello status quo.
Se è vero che la politica dovrebbe iniziare dal mondo così com’è, allora la politica non può fare a meno di fare i conti con l’eventualità che possa accadere ciò che dovrebbe accadere. L’utopia non è il “non luogo” in cui ogni problema è stato finalmente risolto. È l’orizzonte mentale e immaginativo in cui i problemi possono essere affrontati e discussi acquisendo la carica trasformativa necessaria. In un mondo nel quale varie emergenze si sommano l’una sull’altra, dalle guerre al degrado ambientale all’acefalia politica che produce entropia politica globale, enunciare nuovi punti di vista e immaginare nuove forme della vita sociale appare più che mai necessario, almeno se si vuole essere realistici. L’utopia deve essere riarticolata non come la destinazione di una società perfetta, ma come il toolkit che va maneggiato nel viaggio verso una società migliore. Se c’è una cosa che il pensiero utopico potrebbe offrirci, è la speranza che i mali sociali di oggi non debbano essere i mali sociali di sempre. L’utopia potrebbe essere l’orizzonte della luce in fondo al tunnel. Come aveva osservato Max Weber, un maestro del realismo politico, “il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”.

