«Che cosa significa “pensare” nell’epoca del digitale?». Questa domanda rappresenta il punto di partenza del testo scritto da Roberto Masiero e Luca Taddio; una domanda che ricalca il titolo di un recente saggio di Maurizio Ferraris (2025), in cui il filosofo torinese si chiede cosa significhi pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, il presente libro adotta una prospettiva più ampia: se Ferraris si concentra quasi esclusivamente sul rapporto tra anima e automa, Masiero e Taddio riflettono sulle implicazioni ontologiche, epistemologiche ed etiche della rivoluzione digitale. L’obiettivo è quello di tracciare una mappa introduttiva per orientare i lettori sulle ricadute di questa tecnologia nel mondo contemporaneo; mappa che designa «un nuovo concetto di orientamento teorico: non più una rappresentazione statica, ma una cartografia flessibile, capace di adattamento e apprendimento continui. In questa prospettiva, [essa] diventa un processo più che un oggetto: una costruzione condivisa e rivedibile» (p. 12).
Il digitale rimette in discussione la distinzione tra discreto e continuo (Zellini, 2022). Per secoli una buona parte della filosofia e della scienza ha privilegiato una visione della realtà basata sulla continuità, basti pensare, ad esempio, al Peri Physeos di Parmenide, alla Monadologia di Leibniz e a L’origine delle specie di Darwin. Oggi, invece, i fenomeni sembrano traducibili in sequenze di parti finite combinate tra loro: la logica computazionale riscrive la realtà in termini discreti, totalmente isolabili e conoscibili. Ciò ha importanti implicazioni a livello ontologico: siamo di fronte a tecnologie in grado di rimodellare il mondo in cui viviamo, ridefinendo le classiche dicotomie tra soggetto e oggetto, tra forma e contenuto e tra atto e potenza. «L’ambiente digitale, in questa prospettiva, non può più essere inteso come uno spazio neutro, ma come un campo di forza attivo, che interviene sulla configurazione dell’agire, modifica le soglie percettive e ristruttura le condizioni stesse del sapere» (p. 75). Tale ambiente è foriero di un nuovo spazio relazionale.
Ed è in questo spazio che nasce l’opportunità per una filosofia del – ma anche nel – digitale; una filosofia che non si limita a riflettere sulla robotica e sull’intelligenza artificiale, ma interroga criticamente i presupposti stessi dell’ambiente tecnologico in cui siamo immersi. Non si tratta di guardare il digitale dall’esterno in senso strumentale, bensì di attraversare «le trame dell’informazione per restituire complessità all’intelligenza, alla memoria e densità temporale all’esperienza» (p. 78). La filosofia, da sempre, interroga l’invisibile e problematizza l’evidente, e ciò emerge chiaramente dalle considerazioni sul tempo. Una lunga tradizione filosofica – che parte dai sofisti e giunge a Henri Bergson e Maurice Merleau-Ponty – ha distinto tra Chronos e Kairos, tracciando una netta distinzione tra un tempo misurabile oggettivamente e un tempo instabile che varia da soggetto a soggetto. In un’epoca in cui tutto sembra computabile e quantificabile, il compito della filosofia è quello di riaffermare questa distinzione: «pensare ciò che sfugge alla quantificazione, ciò che resiste alla trasparenza del dato, ciò che eccede l’ordine della funzione» (ibidem). A tal proposito, Masiero e Taddio richiamano la figura di un monaco, un tempo fisico teorico e diventato successivamente uomo di fede. Questa figura è il simbolo del dialogo tra strumenti scientifici e dispositivi narrativi, il cui incontro produce un sapere basato sulla relazione, la possibilità e la trasformazione.
Dopotutto, la filosofia e la scienza contemporanee condividono la medesima Weltanschauung: l’idea di una realtà interactiva (Montani, 2025). L’attuale distinzione tra analogico e digitale richiama quella più antica tra discreto e continuo, descrivendo, in apparenza, una dicotomia irrisolvibile. In realtà, i due elementi sono tra loro complementari: «L’idea stessa di una realtà quantizzata non coincide con una mera digitalizzazione del mondo, bensì con una tensione tra ciò che può essere misurato e ciò che sfugge alla misura. […] Ciò che emerge è un passaggio epistemico in cui discreto e continuo si inseguono, si traducono, si contestano, senza mai esaurirsi l’uno nell’altro» (p. 112). Parallelamente, anche l’analogico e il digitale si integrano a vicenda: la svolta hardware (Floridi, 2025, pp. 282-292) chiarisce come non si possa assimilare il primo all’immediatezza del reale e, contemporaneamente, come sia impossibile concepire il secondo prescindendo dalla materialità del mondo fisico.
Questa ontologia relazionale dischiude possibilità epistemologiche inedite: la realtà è stratificata e irriducibile a un’unica forma di conoscenza; il sapere è prospettico e plurale. La stessa fisica quantistica evidenzia questo aspetto: la comparsa del qubit, che sembrerebbe negare la logica binaria del bit, crea una logica della possibilità dalla portata più ampia, rinnovando le logiche classiche dell’elaborazione simbolica. La comprensione dei fenomeni sfugge alle dinamiche dell’analogia, fondate sul continuo e sulla relazione qualitativa, e si riferisce sempre di più a quelle della simmetria, basate, invece, sul discreto e sulla capacità di produrre trasformazioni seriali potenzialmente illimitate. L’evoluzione della realtà odierna segue quella di un ecosistema che, lungi dall’essere una semplice somma di parti, si presenta come una struttura aperta, dove l’unità emerge dalle relazioni tra i singoli componenti. «In questo nuovo scenario, il modello di riferimento non è più quello della macchina industriale, bensì quello dell’organismo vivente. Le tecnologie emergenti, dalla cibernetica all’intelligenza artificiale, dalla neuroinformatica alla genetica computazionale, operano secondo dinamiche che ricalcano le strutture auto-organizzative della vita: apprendono, si adattano, retroagiscono» (pp. 18-19). In un tale contesto, il concetto di autopoiesi – ossia la capacità di un sistema di creare e mantenere il proprio equilibrio interno in base agli stimoli esterni – si rivela fondamentale. In una prospettiva che va al di là di qualunque riduzionismo o meccanicismo, i due autori vedono in esso un elemento fondante della realtà odierna, una realtà in cui sia i sistemi naturali sia quelli artificiali attuano processi di adattamento e apprendimento sempre più articolati.
L’avvento del digitale porta nuove questioni anche in ambito etico. Il mondo attuale è governato da algoritmi in grado di modellare la realtà; questi non sono una mera strategia tecnica, bensì si presentano «come spazio di articolazione tra sapere e potere, tra concettualizzazione e trasformazione» (p. 130). Questi binomi vengono ridisegnati proprio dalla potenza algoritmica delle odierne tecnologie: i rapporti socio-economici si ritraducono in blockchain, smart contracts e sistemi automatizzati; la trasmissione del sapere, un tempo affidata alle università e alle istituzioni, viene sempre più decentralizzata dalla pervasività dei media; la partecipazione politica assume nuove forme di sorveglianza e di narrazione persuasiva. In questi mutamenti, l’informazione – vista in un’ottica che si rifà a quella di arche – mostra il suo duplice volto: non si limita a trasmettere dati, ma ha anche la capacità di in-formare il mondo, ovvero strutturarlo, modellarlo e configurarlo. Occorre, pertanto, una nuova forma di responsabilità: «non più fondata sull’identità o sull’intenzionalità, ma sulla capacità di orientare i processi, di assumere consapevolmente la propria posizione in un sistema in cui ogni gesto produce effetti reticolari» (p. 87).
Pensare digitale non è un semplice saggio argomentativo, bensì un manifesto per ripensare la nozione filosofica di differenza; una nozione usata per segnare un limite – logico, organizzativo, etico o culturale – tra i diversi elementi della realtà. Il limite ha solitamente una valenza esclusiva e non inclusiva. Tuttavia, esso può assumere entrambi i significati: da un lato, separa, e, dall’altro, unisce (Scoppettuolo, 2026, pp. 24-30). La differenza, dunque, crea polarizzazioni tra enti diversi e, contemporaneamente, ne evidenzia la complementarità. Il percorso in sei tappe tracciato da Masiero e Taddio segue questo principio: «l’identità non è un dato, ma un effetto sempre più instabile dell’ibridazione tra umano e non umano, tra organico e artificiale» (p. 44). In questa situazione è fondamentale una filosofia della differenza capace di tenere insieme la creatività umana e le capacità computazionali delle nuove tecnologie. Ciò richiede un ripensamento dell’idea di tecnica, che non è più un insieme di strumenti per raggiungere determinati fini, bensì rappresenta l’ambiente stesso in cui viviamo. Ma questa condizione deve spingere l’essere umano ad adottare proprio un pensiero della differenza, poiché «ciò che rende autenticamente umano il nostro pensare è la capacità di agire senza certezze. […] Il digitale, [invece], eccelle negli ambienti chiusi, ma fatica a orientarsi nei territori aperti e indeterminati della vita nel suo farsi» (p. 208). Numerose sfide si stanno presentando, e l’essere umano – grazie all’uso di prospettive interdisciplinari di ampio respiro – è chiamato ad affrontarle. La stesura della mappa per orientarsi nel mondo digitale continua…
Bibliografia
Ferraris, M. (2025). La pelle. Che cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il Mulino, Bologna.
Floridi, L. (2025). La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale, Mondadori, Milano.
Montani, P. (2025). Vita interactiva. Da Homo sapiens all’universo digitale, Einaudi, Torino.
Scoppettuolo, A. (2026). Filosofia del vincolo. Perché nessuno di noi è isolato al mondo, Orthotes, Napoli.
Zellini, P. (2022). Discreto e continuo. Storia di un errore, Adelphi, Milano.
