Un nuovo repubblicanesimo? Dalla polis greca alla sfida del presente

Vi sono diverse tradizioni “repubblicane”: dal mazzinianesimo alla République parigina, fino all’elefantino a stelle e strisce. Vi è uno “spirito repubblicano”? E, in particolare, cosa può suggerirci la tradizione italiana? Non sono mancati conati neorepubblicani, quali, ad esempio, il Manifesto di ottobre (soprannominato “rosso-nero”) del 2010, firmato fra gli altri da filosofi come il compianto Giulio Giorello e Giacomo Marramao e salutato con simpatia da Gianfranco Fini. Vi si legge: «Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante cliché di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi». E ancora: «Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. La migliore garanzia contro l’ingerenza arbitraria del potere nella sfera della libertà personale è infatti l’attiva partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: ‘La libertà politica significa infatti il diritto di essere partecipe del governo oppure non significa nulla’ (Arendt). Per questo è essenziale assicurare ai cittadini gli strumenti utili a ‘conoscere per deliberare’ (Calamandrei). La politica vive nel nesso inscindibile tra pensiero e azione, tra cittadinanza e partecipazione politica, non nella rigida ‘divisione del lavoro’ tra rappresentanti e rappresentati, che aliena gli uni e gli altri e degrada la vita pubblica, spingendola alle opposte derive tecnocratiche e populistiche. La politica laica protegge, custodisce, riveste la nuda persona di tutti i diritti civili che vanno precisamente declinati e garantiti: ma afferma anche il valore dei diritti politici che fanno di una persona un cittadino attivo. Patriottismo repubblicano è anche coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà, secondo la lezione che Machiavelli desume dall’esperienza della repubblica romana».

Ecco, si tratta ancora di un sentiero promettente o di un mero esercizio retorico? Nadia Urbinati, ad esempio, in Liberi e ugualiContro l’ideologia individualista, un libro del 2011 nel qualerispetto dignità sono fra le parole che più ricorrono, si fa carico del carattere almeno in apparenza paradossale di tanti concetti legati al nostro vivere associato. Li rivisita con sapienza, restituendoli al lettore nella loro ricchezza e complessità, e fa cenno, qui è il punto, alle virtù e al senso civico vissuti a tempo pieno, «come proposto dai repubblicani». A tal riguardo, però, il compianto Salvatore Veca, dal canto suo, ebbe ad affermare: “Il repubblicanesimo ha qualcosa da dirci a proposito delle motivazioni e delle ragioni per agire, cooperare e dissentire come cittadini attivi e riflessivi, ma non molto altro, mi sembra. È una buona retorica del sentimento democratico”.

Magari anche una sana retorica del riformismo di matrice liberalsocialista. Eppure, rispetto a quest’ultimo, si tratta di un discorso più radicale: si guardi al grande tema dello ius soli, considerato decisivo.

Perché non tornare a riflettere, dunque, sul senso di una democrazia repubblicana?

Come è noto, la polis greca – e Atene in particolare – si caratterizzava per una funzione pubblica e istituzional-statuale della religione. Più che di un semplice corpo politico, dunque, si trattava di un’entità o di un complesso politico-religioso. Lo ha sottolineato, fra gli altri, il pensatore tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde. Il quale aggiungeva: «La domanda circa le forze vincolanti si ripropone quindi di nuovo, e ora nel suo vero nucleo: Lo Stato liberale [freiheitlichsecolarizzato vive di presupposti che non può garantire. Questo è il grande rischio che esso si è assunto per amore della libertà. Da una parte esso può esistere come Stato liberale solo se la libertà, che esso garantisce ai suoi cittadini, si regola dall’interno, cioè a partire dalla sostanza morale del singolo e dall’omogeneità della società. D’altra parte, però, se lo Stato cerca di garantire da sé queste forze regolatrici interne, cioè coi mezzi della coercizione giuridica e del comando autoritativo, esso rinuncia alla propria liberalità e ricade – su un piano secolarizzato – in quella stessa istanza di totalità da cui si era tolto con le guerre civili confessionali».

E se si perseguisse una sorta di terza via, nella quale diverse autorità morali (chiese, partiti, altri soggetti sociali e politici, quali le “comunità” etniche, linguistiche e religiose), per il tramite della moral suasion, fungessero da “forze regolatrici”, in società complesse e disomogenee come le attuali? Del resto, un liberale come Marco Pannella, evocando la lezione di Benedetto Croce, provava a mettere in tensione la religione della libertà e la libertà di religione. Ed Emma Bonino si richiama a “una grande religione laica”, come forza di coesione e di salvaguardia di principi e valori quali la libertà, la democrazia, la stessa laicità. Qualcosa di analogo alla civil religion nordamericana.

A leggere il Libro IX dell’Etica Nicomachea di Aristotele, dedicato, come l’VIII, all’amicizia, in senso lato, si ha l’impressione di una concezione profondamente laica, in senso etimologico, della polisLa concordia viene infatti ritenuta espressione non di una medesima opinione, bensì di un’intesa di fondo su alcune grandi scelte e azioni. «Sono concordi, quindi, sulle cose da farsi, almeno su quelle importanti e che possono soddisfare le due parti o tutte le parti interessate. Per esempio, le città si dicono concordi quando tutti i cittadini ritengono opportuno che le cariche siano elettive, o che ci si allei con gli Spartani, o che Pittaco eserciti il potere per tutto il tempo che anch’egli lo voglia». Vi è quindi una concezione plurale della politica, e lo Stagirita coglie la tendenza a dividersi in due schieramenti. Poi, però, sulle grandi questioni, invoca la concordia, intesa come una forma di amicizia politica, pena la guerra civile e lo smembramento. 

Come non ricordare al riguardo, in un contesto ovviamente assai diverso, le riflessioni di Giorgio Napolitano, già nei primi anni Ottanta, sull’accordo di fondo, nelle grandi democrazie, sulle scelte decisive della politica internazionale e della stessa politica economica? Non voleva essere consociativismo, quanto il tentativo di contribuire all’affermazione di una democrazia matura. E lo stesso “compromesso storico” può esser letto come lo sforzo di colmare l’abisso che aveva diviso le forze dell’arco costituzionale, per realizzare un’intesa di massima sulle grandi questioni.

E poi Aristotele sottolinea l’importanza, ai fini di una buona convivenza, dell’accordo di ciascuno con se stesso. Altrimenti possono aversi delle vere e proprie guerre interne. Guerre civili del sé, come diremmo noi oggi. 

Invece, un sano conflitto fra le parti non è affatto rovinoso. Ai nostri giorni, tuttavia, assistiamo non di rado proprio al disaccordo dei singoli con loro stessi, a un deficit della capacità di rappresentare i conflitti sociali reali e al sopravvento, al livello pubblico e politico, di una sorta di gioco delle parti, sul modello dei “giochi di ruolo”. Oppure, quasi increduli, scorgiamo la prospettiva della guerra civile in un tempio della democrazia liberale come gli Usa. Per non dire delle dichiarazioni di Donald Trump sull’annessione del Canada o della Groenlandia o dell’America Party di Elon Musk.

Sapremo uscire da queste secche, recuperando davvero le virtù repubblicane? 


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