In occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Le differenze che stiamo attraversando, Silvia Grasso torna a riflettere sui temi di La filosofia di Barbie nel corso di un’intervista con Elena Saggini, approfondendo contraddizioni, rappresentazioni e prospettive femministe emerse dal film di Greta Gerwig.
Elena Saggini: Nel terzo capitolo del suo libro fa riferimento al monologo di Gloria quando verso la fine del film Barbie riflette sulla condizione femminile nella società attuale e i ruoli di genere. Questa parte è stata considerata divisiva tra gli spettatori: c’è chi ha apprezzato enormemente e lo ha considerato forse il momento più alto del film e chi invece, giudica il monologo piuttosto superficiale e un po’ da “femminismo all’acqua di rose”. Cosa ne pensa di queste due posizioni?
Silvia Grasso: Partiamo da un presupposto: tutto il film di Barbie è stato divisivo. Quando ho iniziato a fare un po’ di ricerche per il libro, la prima cosa che ho notato e che mi ha motivato ancora di più, è stata proprio la reazione divisiva che Barbie scaturiva, e in particolare, me lo ricordo proprio come se fosse ieri, avevo letto due articoli, uno sulla Stampa e uno su Repubblica, quindi due testate molto autorevoli, scritti entrambi da uomini che presentavano un’analisi del film negativa in tutto e spietata! Ma senza aver davvero visto il film! Ricordiamoci che il film Barbie è un blockbuster, quindi è un prodotto culturale che deve arrivare a più gente possibile. Personalmente non mi schiero per nessuna delle due opzioni, che hanno diritto di esistere, io mi posiziono un po’ in mezzo. Io studio e insegno teoria e filosofia femminista ormai da tanto tempo, e alcune cose le do per scontate. Uno degli aggettivi che è stato più usato per descrivere il monologo di Gloria è “didascalico”, ma riflettiamo un momento: da che punto di vista diciamo che qualcosa è didascalico?
Io personalmente non credo che sia didascalico per gli uomini, perché, molto banalmente, non sanno che cosa voglia dire avere un corpo da donna, non sanno che cosa voglia dire socializzarsi nella nostra società in quanto donne. Il monologo, scritto, a mio parere, in maniera molto chiara, se per gli altri era didascalico, per me era cristallino, va considerata la difficoltà di fare arrivare un messaggio a un grande pubblico in una forma che deve essere la più comprensiva possibile. Possiamo ribaltare anche il punto di vista: didascalico vuol dire per forza negativo? Per me nel monologo stanno dentro tutte le contraddizioni possibili, e questo tipo di contraddizioni non possono essere intese da tutti. Da tutte sì, ma da tutti no.
E.S.: Dopo l’uscita del film è stato riportato un boom di relazioni finite, fenomeno che è stato chiamato “Barbie break up”, ovvero molte giovani donne, dopo aver visto il film al cinema hanno deciso di lasciare i propri ragazzi. Cosa ne pensa? Davvero serviva un film della portata di Barbie per lasciare il proprio ragazzo?
S.G.: In breve: evidentemente sì. A volte noi abbiamo bisogno di vedere rappresentate delle cose, di farcele spiegare e farci mostrare che il possibile va oltre quello che conosciamo già per renderci conto della nostra condizione. È indubbiamente una cosa molto femminista. Negli anni ’70, sappiamo che l’autocoscienza femminista consisteva in questo, cioè, scoprire e rendersi conto fino in fondo della propria condizione sociale. La presa di coscienza è una tappa fondamentale da sempre, non soltanto negli anni ‘70, ma anche tuttora. Il fenomeno che mi hai riportato è un po’ indicativo del fatto che noi abbiamo ancora bisogno di vedere dei meccanismi e di capire che quello che noi conosciamo non è l’unica realtà. Esiste e resiste ancora un’idea di amore romantico, anche tra i giovanissimi, è un fenomeno trasversale che vale sia per mia madre e per mio padre, ha avuto un valore anche per me, e vedo che continua a persistere. Le ragazze ancora crescono con il sogno dell’altra metà, cioè della persona che ti completa, e questa è una cosa che ci allontana dal fatto che noi in realtà siamo l’intero e non abbiamo davvero bisogno di qualcuno che ci completi.

Il fenomeno è anche un po’ divertente a mio parere, devo essere sincera, fa sorridere immaginare un movimento di ragazze che nel guardare un film “didascalico e troppo rosa” ha preso coscienza. Per quanto mi riguarda è sempre una vittoria. Io sono una persona che guarda i trend con occhio critico e molto spesso situazioni come queste ci dicono tanto della società in cui viviamo e dello stato di salute di una determinata generazione. C’è da chiedersi che effetti possa avere questo tipo di trend invece sulla sfera maschile, e forse è il tema più urgente del nostro presente, viste anche le notizie di cronaca.
E.S.: Nel film vengono rappresentati vari personaggi, oltre a Barbie Stereotipo, ad esempio la Barbie stramba, poco piacevole alla vista ma molto saggia, i Ken, che non sono subordinati a Barbie ma hanno sicuramente un ruolo più marginale, Gloria l’essere umano che affronta l’età adulta e l’essere mamma, o ancora Sasha e le sue amiche, le teenager che disprezzano Barbie (e fanno l’occhiolino al mondo delle Bratz!). Qual è, secondo lei, il personaggio più interessante e che offre più spunti di riflessione?
S.G.: Innanzitutto, per essere stato giudicato come filmetto, c’è un lavoro di scrittura dei personaggi immenso. In particolare, penso che Ken sia quello più riuscito ed è per questo il mio preferito. C’è anche un equivoco per tutta la metà del film: in realtà Ken siamo noi. La condizione dei Ken non è altro che la condizione di noi donne nella nostra società, esistiamo soltanto se l’uomo ci guarda. Trovo estremamente divertente il momento in cui Barbie e Ken arrivano nel mondo reale e Ken, scoprendo il patriarcato, scopre effettivamente il grande privilegio, ovvero che cosa voglia dire essere un uomo ancora oggi nel 2025.
Stessa cosa per quanto riguarda il personaggio di Barbie, in fondo siamo tutte un po’ Barbie, a prescindere dalla nostra manifestazione estetica, ma nel nostro sentire la pressione di dover essere necessariamente belle, brave, educate, composte, insomma, la pressione di essere lo stereotipo perfetto, lo viviamo tutte, e viviamo tutte anche quel momento di rottura. Ovvero il momento in cui si spezza qualcosa e accettiamo di essere semplicemente umane.
E.S.: C’è un momento nella vita di tutte le ragazze (più o meno verso l’adolescenza) in cui rinneghiamo quello che ci piaceva da bambine: prima di tutto il colore rosa, le bambole, i glitter, il make-up… insomma tutto ciò che è associato all’universo femminile. Qual è, secondo lei, la causa di questo?
S.G.: Perché dobbiamo essere credibili. Ti dico subito, è solo un caso che tu in questo momento mi stai vedendo vestita di blu, in realtà io sono un tipo di donna che si è riappropriata della sua femminilità, a me piace il rosa, i glitter, insomma apprezzo tutte queste manifestazioni.
Di contro, però, io sono una persona che opera nell’ambito della cultura, scrivo, faccio podcast e insegno, e queste cose ancora non coincidono. E non se ne parla mai abbastanza, del fatto che, se io vado all’università vestita di rosa o con un trucco particolare, anche se non me lo si dice espressamente, c’è il rischio che io non venga presa sul serio. Allo stesso tempo, quando una giornalista, che svolge un lavoro serissimo, magari non dedica abbastanza tempo al suo aspetto fisico e si presenta come la società non si aspetta, viene comunque criticata. Questa è di nuovo la dimostrazione del fatto che la società ci tratta ancora da oggetti e la mia proposta è: prendiamoci il nostro corpo e viviamolo per come vogliamo. La riappropriazione della femminilità, tra l’altro, ha anche una valenza storica.
Nel momento in cui le donne ripudiano la loro femminilità, non lo fanno per rivendicare la loro differenza ma per essere uguali agli uomini, e così, si riconosce il potere che ancora detengono. Perché dobbiamo essere come loro per poter essere riconosciute socialmente e politicamente.

