Gli anni Ottanta sono stati probabilmente il decennio del Novecento che ha lasciato di sé l’immagine più kitsch e contraddittoria soprattutto in ambito musicale, dove sono stati numerosi i protagonisti rimasti indimenticabili. Ma tra i tanti cantanti e le band che hanno segnato questa fase, vi è stato un caso assai particolare che ebbe grande successo pur sfuggendo a logiche più mediatiche o chiassose tipiche dell’epoca: i Tears For Fears. Costituiti dal duo di cantanti Roland Orzabal e Curt Smith, giovanotti dall’aspetto riservato, nati in una cittadina dell’Inghilterra occidentale nei pressi di Bristol, i Tears For Fears si affermarono grazie a una serie di hit di grande impatto, con una sonorità decisa e solenne, accurata e armoniosa: da Pale Shelter a Head Over Heels, a Shout e Everybody Wants To Rule The World, passando per Change, Mad World, Advice For The Young At Heart, solo per fare esempi indicativi dei loro primi album.
Pochi mesi fa, in pieno autunno 2024, i Tears For Fears, sono tornati con un nuovo doppio disco, contenente sia quattro brani inediti sia una raccolta del loro celebre repertorio in versione live in occasione del loro tour mondiale. Il loro nuovo lavoro si intitola emblematicamente Songs For A Nervous Planet. Tale ritorno, attraverso un album che in effetti già dal titolo sembra esprimere una sorta di dichiarazione d’intervento musicale rispetto a un mondo che attraversa un passaggio d’epoca insidioso, in cui molti sono smarriti e snervati da una condizione di continua transitorietà di desideri, lavori, capacità, piaceri, stili di vita scopi e sogni (sulle questioni di tale condizione si vedano le incisive risposte di Bauman, Z., Tester, K., Società, etica, politica. Conversazioni con Zygmunt Bauman, Raffaello Cortina, Milano, 2000), può meritare forse qualche riflessione che intreccia la loro musica più ampiamente con i processi socio-culturali dell’ultimo quarantennio.
Sin dal loro avvento negli anni Ottanta, i Tears For Fears hanno avuto una produzione che ha dato loro ampia visibilità e seguito e che si caratterizzava per un canone non banale e per una sonorità articolata e decisa, ma al contempo toccante: essi si determinavamo come fenomeno musicale poco etichettabile. Infatti, le due voci che si alternavano nei vari brani avevano stili distinti: più delicata, quasi angelica quella di Smith, più roboante, forte e decisa quella di Orzabal; anche l’indole dei due cantanti era diversa: paradossalmente, rispetto ai loro stili canori, più riservato e introverso appariva Orzabal, mentre più spavaldo Smith. Ne risultava una singolare musicalità dialettica che si accompagnava a testi riflessivi (in genere opera di Orzabal, che appariva la “mente” del gruppo), frutto di una dimensione anche terapeutica della loro musica: si deve infatti ricordare che il nome stesso Tears For Fears deriva da una idea di Orzabal, ispirata dalla lettura del testo The primal Scream, opera dello psicoterapeuta Arthur Janov, in cui è trattato appunto il metodo per liberarsi delle paura attraverso l’impulso naturale del pianto (si veda Coscione, E. S., Tears For Fears, Fratelli Gallo editori, Roma, 1985, specialmente p. 12). Già da questi semplici presupposti, che li distanziano da canoni inaugurati dagli anni Ottanta, è possibile comprendere che i Tears For Fears, restii (soprattutto Orzabal) alle promozioni e alle campagne pubblicitarie, non sembrano molto interessati al discorso di pura immagine: i loro spettacoli appaiono «curati, ma semplici, privi di alcuna forzatura estetica» (Ivi, p. 32) e i testi dei loro brani trattano idee mature anche con ritornelli di facile ascolto. Insomma, è come se il duo, in cui si possono vedere influenze di Simon & Garfunkel o dei Beatles, distinguendosi nettamente da altre band dell’epoca, avesse in qualche modo traslato o fuso negli anni Ottanta la tradizione di pensiero sottesa agli anni Sessanta-Settanta: e così i loro toni delicati e le loro atmosfere soffuse, pur nella ritmica mai cedevole, ripongono il proprio segreto in una semplicità compositiva di raro effetto. In questa loro prima fase, i Tears For Fears, sorprendentemente, se si guarda un passaggio storico come gli anni Ottanta caratterizzati in genere dal disimpegno e dal distacco politico (segno della “condizione postmoderna” priva di “grandi narrazioni”: si veda Lyotard, J.-F., La condizione postmoderna, Felrinelli, Milano, 1981), non di rado richiamano il valore della coscienza critica e della responsabilità, basti ricordare come nella loro hit del 1985, Shout, vero grido liberatorio degli animi più introspettivi di una generazione, si afferma: In violent times You shouldn’t have to sell your soul (che potremmo tradurre indicativamente: In un’epoca violenta, non dovreste vendere la vostra anima), oppure basti ripensare semplicemente al titolo della loro trascinante Everybody Wants To Rule The World, senza dimenticare che Sowing The Seeds Of Love, fu scritta in polemica col successo in Gran Bretagna di Margaret Thatcher e del Partito conservatore e contiene un riferimento chiarissimo alla vittoria della Thatcher e alle sue disastrose politiche di austerità: “Politician granny with your high ideals. Have you no idea how the majority feels? So without love and a promise land, We’re fools to the rules of a goverment plan” (che potremmo tradurre indicativamente: Nonnina politica( ossia la Thatcher) con i tuoi alti ideali, non hai alcuna idea di come si sente la maggioranza della gente? Così, senza amore e senza una terra promessa, noi siamo solo stupidi per le norme di un piano di governo).
Come è noto, il duo Orzabal-Smith si divise dopo l’album di Greatest Hits del 1992 e da allora Orzabal mantenne il nome dei Tears For Fears facendo uscire due album senza la partecipazione di Smith: Elemental nel 1993 e Raoul And The Kings Of Spain, nel 1995, anche questi entrambi ottimi lavori, forse meno celebrati e con una risonanza mediatica più ridotta rispetto agli album degli anni Ottanta, ma certamente amati e apprezzati dai fan, che in essi riconoscono ancor più il grande talento artistico di Orzabal, capace di portare avanti la band mantenendo un livello di qualità musicale sorprendente in assenza della voce notevole di Smith. Orzabal, vale la pena ricordarlo, farà uscire anche un album da solista, nel 2001, Tomcats Screaming Outside, pure questo mediaticamente meno noto (uscì peraltro in USA in una data infausta, quell’11 settembre del famoso attentato alle Torri gemelle di New-York, evento spartiacque che forse sgretolò la grande illusione della “fine della Storia”, affermatasi negli anni Novanta: si veda naturalmente su questo concetto Fukuyama, F., La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992), ma in questa sede meritevole di citazione specifica, perché colmo di ritmi e atmosfere capaci di catturare l’animo dell’ascoltatore e alimentare l’immagine di genialità musicale che accompagna Orzabal. Gli anni Novanta in definitiva vedono i Tears For Fears (o forse la “mente” Orzabal) “galleggiare” senza Smith, e pur senza l’impatto debordante del decennio precedente, la loro produzione mantiene un registro di sonorità e testi dal tratto quasi ipnotico.
Il duo tornò a riunirsi per un album congiunto solo nel 2004 (intitolato Everybody Loves A Happy Ending) e, prima del doppio cd del 2024, i Tears For Fears avevano pubblicato nel 2022 l’album Tipping point, in cui era presente, tra l’altro, l’omonimo brano che Orzabal compose in seguito alla morte della moglie, con la quale era sposato da ben 35 anni. Questa canzone, impeccabile e potente, poi ricompresa anche nel doppio cd del 2024, conferma nuovamente, ora in modo ora adulto, l’idea dell’elaborazione di una malinconia e di una ferita esistenziale attraverso la musica.
Con Songs For A Nervous Planet, i Tears For Fears, come detto, aggiungono al loro repertorio quattro nuovi brani che si accompagnano alla raccolta di molti loro successi in versione dal vivo (mostrando una vocalità non sbiadita degli anni). I nuovi brani non cercano di ridare vita a un passato che non esiste più, ma denotano la completa maturità e accettazione di Orzabal e Smith, capaci di mutare il dolore in un’esperienza liberatoria per trasmettere ancora nel XXI secolo un senso “catartico” con la loro musica. I nuovi brani come Astronaut o Say Goodbye To Mum And Dad, sembrano così rivolgersi agli attuali abitanti del nostro mondo chiamati a muoversi in un sentiero pieno di incertezze e senza più punti di riferimento (appunto quasi come astronauti nel cosmo; e non a caso un astronauta campeggia sulla copertina stessa dell’album), esprimendo tuttavia una musica sempre edificante in cui si coglie ancora la visione di un’ideale al di là delle malinconie e delle difficoltà. Ecco, proprio questa dimensione di visuale, di prospettiva e orizzonte di senso, di elevazione dello spirito attraverso la musica, che sin dai loro inizi accompagna i Tears For Fears, costituisce probabilmente la cifra della ancora attuale loro rilevanza, sia nei pezzi più recenti sia in quelli più datati che non hanno perso nulla del loro smalto e della loro eleganza, tanto più rispetto alla condizione della civiltà occidentale globalizzata che appare troppo spesso, per richiamare il monito di una recente e potente lettura, “senza pensiero”, in cui cioè viene sempre più clamorosamente a mancare l’insieme di quell’impianto intellettuale che contribuiva a mantenere vivo un rapporto tra razionalità e presente, fra giudizi politici e riflessione morale, che determinava il clima di un’intera stagione (si veda Schiavone, A., Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna, 2025, specialmente p. 16).
Attraverso i decenni, i Tears For Fears, rifuggendo facili apparenze e affrontando i vuoti esistenziali della modernità, affermano una musica coinvolgente ma introspettiva, non lungo una produzione massiccia e forzata, ma che è frutto di un naturale tempo artistico con le pause che la vita inevitabilmente comporta; questa musica intensa e sobria, non ha bisogno di provocazioni volgari o eccessi vistosi, e tocca anche dimensioni sentimentali senza però alcun effetto morboso o appiccicoso, ma sottendendo uno spirito terso e sincero, come chi ha in mente semplicemente i brani Pale Shelter o Head Over Heels testimonierà senza indugi. Naturalmente, il “soccorso” di questi cantanti non risolve la situazione del nostro “pianeta nervoso”, ma di fronte a una società omologata in tanti aspetti, esso semplicemente ci ricorda la complessità e l’ineffabilità dell’esistenza, la ricerca del valore, lo sforzo di attraversare il dolore della perdita, del trauma e dell’abbandono, la fatica della resistenza, sublimati attraverso canzoni: tutti elementi che oggi si vorrebbero rimuovere nell’esaltazione delle pure apparenze di modi di essere superficiali e colmi di vanità, che celebrano solo il dominio e l’affermazione. Non è poco per gli ormai sessantenni Tears For Fears e, vedendo Orzabal il cui aspetto ormai ricorda a molti fan il saggio Gandalf comparso nel celebre film Il Signore degli Anelli, chi condivide lo spirito di questa musica si può un po’ illudere che un altro scenario, o un altro modo di essere, anche nell’ora più buia, è ancora possibile.

