Meditazione Kaneane. Il teatro di Sarah Kane: la malattia nell’essere e la psicopatologia fenomenologica

Una me che non ho mai conosciuto, il volto impresso sul rovescio della mia mente

Per favore aprite le tende

Sarah Kane, Psicosi delle 4 e 48

Nei confronti del teatro di Sarah Kane si può provare affetto, né intellettuale, come quando la curiosità trova soddisfazione, e neanche accademico, come quando si ottiene supporto per la propria ricerca. Parlo dell’affetto verso un amico o un’amica. È affetto come volere bene: non volere il bene di qualcuno, ma volere bene nel senso del fare esperienza del bene attraverso qualcosa o qualcuno. Partendo da questo affetto, voglio condurre un’indagine fenomenologica in una forma perlopiù auto-etnografica se non tradizionalmente meditativa.

Credo che si faccia autentica esperienza del bene quando questo non ha spazio di espressione, nei momenti dove è presente e pare non esserci. Nei momenti in cui è al di là del mentale, oltre il contenuto di pensiero: negli anfratti del possibile, “in the background” (Third Eye Blind, 1997), quando si è occupati in faccende che non lo riguardano – a lavoro, durante una lezione universitaria, mentre si fanno commissioni. Poi lo si può mettere a tema, afferrandolo da dietro le quinte dello scorrere dei vissuti: era lì a disporci affettivamente in un certo modo, era lì che creava spinte motivazionali anche se eravamo occupati nel lavoro, in una lezione di università, a finire una commissione.

Il teatro di Sarah Kane costituisce un mio “dietro le quinte”, un background che ha riempito i miei studi di laurea per poi velarsi, e ora riemergere in quelli di dottorato. Negli anni di laurea triennale e magistrale, ho spesso parlato di Sarah Kane (Santamato, 2023a), anche per queste importanti pagine (Santamato, 2023b). Mi rendo conto che tornare sul teatro di Sarah Kane è per me una ricorrenza, generata da una ciclica sensazione di ritorno. Stavolta voglio vederci chiaro rispetto a questa sensazione. Decido per questo articolo uno stile più classicamente meditativo, e in particolare uno meditativo al modo della fenomenologia: voglio iniziare dalla contingenza di una mia esperienza vissuta per trarre degli assunti essenziali.

Penso alle domande che vorrei esplorare, rievocando un antico ma quanto mai moderno modo di fare filosofia, quello dove “lo sguardo indugia pigramente sulle cose, ne accarezza i contorni, stupisce dell’intensità che la luce, parendo accenderle dall’interno, dona alla loro presenza” (De Monticelli, 1998, p. 21). Le domande sono: cosa ho ancora da dire sul teatro di Sarah Kane, o meglio che cosa ha ancora Sarah Kane da dirmi, tanto da generare una ciclica sensazione di ritorno? E infine: adesso, ho ancora qualcosa da dire sul teatro di Sarah Kane?

Mi metto in atteggiamento riflessivo e scandaglio eideticamente questa sensazione di ritorno: rovisto nel gomitolo degli strati di esperienze che, inscatolate le une nelle altre, costituisce lo scorrere dei vissuti nella mia coscienza. Ma per ora non trovo qualcosa che definisca il senso del mio sentire il ritorno. O forse no: forse, ciò che ho trovato è proprio il non aver trovato nulla nella riflessione – dirigo di là lo sguardo.

Rivolgo la mia attenzione verso la preziosa edizione de Tutto il teatro di Sarah Kane, edita da Einaudi nel 2000. La metto a tema: sfoglio confusamente il libro tra le varie sottolineature che imbrattano il testo; alcune pagine hanno delle orecchie, noto che ce ne sono certe molto ingiallite, e su alcune trovo delle rovinose gocce di caffè. Ci sono delle parti che catturano la mia attenzione. Per esempio la ventesima scena del dramma Purificati, dove Grace/Graham tuona disperata/o:

“Ho sentito male. L’ho sentito. / Qui. Dentro. Qui. / E se non sento male, è tutto inutile. / Pensare di alzarsi è inutile. / Pensare di mangiare è inutile. / Pensare di vestirsi è inutile. / Pensare di parlare è inutile. / Anche pensare di morire è inutile cazzo completamente inutile” (Kane, 2000, p. 139).

Oppure Febbre, quando i personaggi parlano l’uno sull’altro, costruendo una linea di dialogo che non ha nessuno come vero parlante e nessuno come vero interlocutore. Dove si crea un soliloquio a più voci spezzate che intrattengono una conversazione rotta, il cui senso è la sua rottura:

“C: Sono così. Esisto in questo oscillare. Mai ferma, mai solo una cosa o un’altra, mi muovo costantemente da un lato al limite più estremo dell’altro.

[…]

C: Dov’è finita la mia personalità?

[…]

A: Quella che certe volte mi sembra estasi è solo assenza di angoscia.

M: Non temere niente.

B: Tutto o niente.

C: Niente di tutto ciò,

B: Tutto quanto,

M: Niente.

C: Sono un pirata delle emozioni, che ruba il dolore degli altri, e lo nasconde sotto il suo finché

A: Non ricordo più

B: Di chi è

C: Ormai” (Kane, 2000, pp. 174-175).

Rileggere queste pagine genera emozioni confuse non perché queste emozioni siano sciape, ma perché invece sono catastroficamente impetuose. Che ci sia l’appagamento estetico-letterario dietro la sensazione di ritorno? Vale la pena continuare.

C’è uno spezzone di un film molto importante, 8 ½ di Federico Fellini, dove si dice che nell’attività creativa si gettino fuori i brandelli della propria esistenza. Credo valga soprattutto per il teatro di Sarah Kane – ma si badi, non in una forma semplicemente auto-biografica. Nel teatro di Sarah Kane, almeno così mi pare, si dispiega l’esistenza della sua autrice: la sua storia di vita, le sue emozioni e le sue peculiarità personali o proprietà di carattere (Husserl, 2002, §57). Io faccio conoscenza di Sarah Kane grazie al suo teatro, ed è per questo che si può volere bene, in senso pienamente realizzato, alla sua produzione, perché leggendola faccio esperienza dell’individuo psico-fisico “a cui abbiamo dato il nome di” (Binswanger 2011, p. 51) Sarah Kane.

In tal senso posso dire qualcosa della storia della vita di Sarah Kane, dei vissuti di Sarah Kane, e cioè delle salienze affettive, emotive e motivazionali che costituiscono l’unicità delle sue esperienze, ma soprattutto dei suoi modi di sentire. Sarah Kane parla delle sue sensazioni, delle sue emozioni, della sua vita motivazionale – o forse dovrei dire che lascia parlare le sue sensazioni, le sue emozioni e la sua vita motivazionale. Si tratta delle forme della presenza che porta il nome di Sarah Kane, e cioè le “forme dell’essere-nel-mondo e dell’essere-oltre-il-mondo” (Binswanger, p. 53) dell’individuo psico-fisico Sarah Kane: nel teatro di Sarah Kane si fa la conoscenza della sua persona. E quindi, non è il teatro di Sarah Kane nel senso della produzione teatrale di Sarah Kane, ma è di Sarah Kane come genitivo soggettivo, ovvero è la persona Sarah Kane che si narra in un genere di teatro che chiamerei teatro di vissuti.

Continuo nella mia riduzione: voglio afferrare questi vissuti che si danno in teatro. Metto tra parentesi tutto ciò che può mandarmi fuori strada – le mie conoscenze sulla storia del teatro inglese al tempo di Sarah Kane, le mie convinzioni teoriche sul suo teatro, la critica letteraria e teatrale che conosco al riguardo, e così via. Ciò che trovo è una rivoltante vertigine di sprofondamento: la malattia nell’essere.

Si tratta della malattia nell’essere a cui abbiamo dato il nome di Sarah Kane. Una malattia mentale, lo sappiamo bene, ma cos’è la malattia mentale? Perché malattia mentale e non, invece, anche (o provocatoriamente, solo) malattia nell’essere, in quell’essere che ha un nome, e quindi un’identità: un essere del quale concepiamo la vita emotiva, le spinte motivazionali, gli stati affettivi se non addirittura i progetti di vita, le tensioni alla realizzazione personale? E se la malattia mentale non fosse malattia di tutto questo, e quindi, di nuovo, malattia nell’essere che ha un nome?

Ma allora che cos’è il “tutto questo” della malattia mentale, che è malattia nell’essere (o provocatoriamente, il “tutto questo” della malattia nell’essere, che noi comprendiamo nella forma della malattia mentale)? La mia è una domanda ontologica sull’oggetto della psichiatria, nella convinzione che non possiamo fare un’epistemologia dell’oggetto della psichiatria senza avere, o almeno presupporre esplicitamente, un’ontologia dell’oggetto della psichiatria. E cioè: non possiamo studiare il modo di conoscere (epistemologia) l’oggetto della psichiatria, senza passare da un’analisi del cosa è (ontologia) l’oggetto della psichiatria. Forse, il “tutto questo” è il modo di espressione dell’essere a cui si dà ogni volta un nome: quello stile unitariamente personale, fatto di vita emotiva, spinte motivazionali e stati affettivi che costituiscono il soggetto personale, il suo sistema. E allora: cosa succede quando la malattia perverte “tutto questo” sistema personale? – “Diagnosi: Stato di sofferenza patologico” (Kane, 2000, p. 201).

“Sertralina, 50 mg. Peggioramento dell’insonnia, ansia grave, anoressia, (perdita di peso 17kg.,) aumento di pensieri, intenzioni e progetti di suicidio.

[…] Zopiclone, 7.5 mg. Ha dormito. Terapia interrotta a seguito di una eruzione cutanea. La paziente tenta di lasciare l’ospedale contro il parere medico. Trattenuta da tre infermieri il doppio della sua taglia. La paziente minaccia e non collabora. Pensieri paranoidi – crede che il personale dell’ospedale stia cercando di avvelenarla.

Melleril, 50 mg. Collabora.

Lofepramina, 70 mg, aumentato a 140 mg, poi a 210 mg. Recupera 12 kg. di peso. Perdita della memoria a breve termine. Nessun’altra reazione.

Lite con il dottore giovane che ha accusato di tradimento dopo di che si è rasata la testa e si è tagliata il braccio con una lametta.

La paziente viene dimessa e affidata alla comunità all’arrivo al pronto soccorso di un paziente in crisi psicotica acuta che ha più bisogno di lei di un letto di ospedale.

Citalopram, 20 mg. Tremito mattutino. Nessun’altra reazione.

Lofepramina e Citalopram assunti in modo disordinato dopo che la paziente si è stufata degli effetti collaterali e dell’assenza di miglioramenti tangibili. Sintomi da crisi di astinenza: vertigini e confusione. La paziente ha continuato a cadere, svenire e correre davanti alle macchine […].

Fluoxetina cloridrato, […] 20 mg., aumentati a 40 mg. Insonnia, appetito irregolare, (perdita di peso di 14 kg,) ansia grave, incapacità di raggiungere l’orgasmo, pensieri omicidi nei confronti di molti dottori e produttori di medicinali. Cura interrotta.” (Kane, 2000, pp. 201-202).

Questa malattia, che è la malattia nell’essere che porta il nome di Sarah Kane, e cioè malattia di chi dice: “questo non è un mondo in cui ho voglia di vivere” (Kane, 2000, p. 188), e che però non ha “nessuna voglia di morire / nessun suicida ne ha mai avuta” (Kane, 2000, p. 219) ma anzi “Ti prego salvami da questa follia che mi divora / una morte preterintenzionale” (Kane, 2000, p. 203, corsivo mio), questa malattia, dicevo, proprio perché malattia nell’essere, è malattia mentale ma non solo mentale – o è mentale rispetto al luogo dove verifichiamo il cambiamento patologico, ma forse non patogenico – espressa nelle forme dell’esistenza. E allora di nuovo: qual è l’oggetto della scienza psichiatrica (Parnas et al., 2013)? Dalla risposta a questa domanda, che presuppone una tesi filosofica sulla natura del mentale (possiamo ridurre il mentale al neurofisiologico?), e una tesi metafisica sulla natura della malattia (la follia è neuropatologia?), ne va del trattamento dei pazienti.

Samuel Guze – che con Wilson Compton ha inaugurato ciò che chiamiamo neo-kraepelinismo (Compton & Guze, 1995) – affermava che non esiste una psichiatria che sia troppo biologica, e cioè la psichiatria è solo biologica “e il continuo dibattito sulle basi biologiche della psichiatria deriva più da questioni filosofiche, ideologiche e politiche che non da quelle scientifiche” (Guze, 1989, p. 322, trad. mia, corsivi miei). Ma allora “Perché non mi chiedi perché? / Perché mi sono tagliata il braccio? / Ti va di dirmelo? / Sì. / Allora dimmelo. / CHIEDI / ME / LO” (Kane, 2000, p. 195). C’è qualcosa che non va nella testa e allora si ha questa reazione emotiva, e allora si ha questo appassimento della motivazione, e allora si ha questo pervertimento della disposizione affettiva; e allora si ha la malattia mentale. C’è un problema nella testa: va aggiustata (per approfondire vedi Costa, 2023) – ma allo stesso tempo, “Per favore. Non spegnete la mia mente cercando di rimettermi a posto. Ascoltate e capite” (Kane, 2000, p. 197, corsivi miei).

Finisce che “mi offrono cure chimiche per combattere un’angoscia congenita” (Kane, 2000, pp. 188, corsivi miei), con “la voce della ragione dello psichiatra [che] mi dice che c’è una realtà oggettiva in cui il mio corpo e la mia mente sono una cosa sola. Ma io non sono qui e non ci sono mai stata” (Kane, 2000, p. 187). Deflagrazione dell’animo, e intima e inestirpabile corrosione del senso: ogni intenzione diretta verso il mondo è bucata, strappata, dilaniata. Angoscia, allora, di essere gettati in un mondo che gocciola di senso, dove “sento che il futuro è senza speranza e le cose non possono migliorare” (Kane, 2000, p. 184). E alla fine “Tutto passa / Tutto muore / Tutto viene a noia” (Kane, 2000, p. 196).

Il mondo non cade a pezzi, il mondo sta. Ma sta informe, come materia morta in un sentiero senza meta. Ogni esperienza è cieca, sorda, inodore, insapore, insensibile; è inespressiva, amorfa, e allora “okay, va bene, mi faccio le medicine, […] forse così sarò un po’ più capace di vivere” (Kane, 2000, p. 199). Il dottore diventa il “mio salvatore, il mio giudice onnipotente, il mio prete, il mio Dio, il chirurgo della mia anima” (Kane, 2000, p. 209). La chirurgia dell’anima: bisturi, forcine e medicine per aggiustare l’anima. Ma sarà mai lo psichiatra un salvatore (può uno psichiatra salvare?) (Moncrieff, 2008; Ivanov & Schwartz, 2021)? Sarà mai uno psichiatra Dio per i suoi pazienti? Colui che porta pace e salvezza, Colui che restituisce serenità a chi soffre e felicità a chi è disperato, e Colui che cura “un’angoscia che i dottori non riescono a curare / e non vogliono capire” (Kane, 2000, p. 215, corsivi miei)? Forse è nello scarto tra divinità e chirurgia, tra Verbo e farmacologia (Lopes & Messas, 2023), che si apre la possibilità al riscatto dell’animo umano. Un riscatto che viene da una domanda, anzi no: da una richiesta d’aiuto – ma che dico, da una preghiera, perché dietro a un “caro Dio, caro Dio, cosa devo fare?” (Kane, 2000, p. 216):

 “NON LASCIATE CHE QUESTA COSA MI UCCIDA / MI UCCIDERÀ MI SCHIACCERÀ E MI MANDERÀ ALL’INFERNO” (Kane, 2000, p. 203).

Ma cosa ho ancora da dire sul teatro di Sarah Kane? Mi ritraggo dalla meditazione, le cose appaiono nuovamente all’orizzonte: la tazza di caffè qui vicino, il pacco di sigarette poco più in là, i libri in disordine sulla scrivania, il sole che filtra fioco dalle finestre, ormai verso il tramonto. Poso la penna, e do un’occhiata a questo foglio. Mi sembrano delle riflessioni sul contenuto della sensazione del ritorno. Mi sembrano come finestre di senso o finestre sul senso, oppure finestre verso forme di senso diverse, se non finestre su diverse forme del senso. Mi pare che tutto il testo sia un’introduzione, sì. Un continuo e ogni volta abortito tentativo di cominciare a vederci chiaro. Arrivo alla fine, e capisco: era il cominciare stesso il punto di rischiaramento.

Bibliografia

Binswanger, L. (1944). Il caso Ellen West. Torino: Einaudi, 2011.

Compton, W. M., Guze, S. B. (1995). The neo-Kraepelinian revolution in psychiatric diagnosis. European Archives of Psychiatry and Clinical Neuroscience, 242, 4/5, pp. 196-201. DOI: 10.10007/BF02191797.

Costa, V. (2023). Teorie della follia e del disturbo psichico. Brescia: Morcelliana.

De Monticelli, R. (1998). La conoscenza personale. Introduzione alla fenomenologia. Milano: Angelo Guarini.

Guze, S. B. (1989). Biological psychiatry: is there any other kind? Psychological Medicine, 19, pp. 315-323.

Husserl, E. (1913). Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. Torino: Einaudi, 2002.

Ivanov, I., Schwartz, J. M. (2021). Why Psychotropic Drugs Don’t Cure Mental Illness–But Should They? Frontiers in Psychiatry, 12, 579566. DOI: 10.3389/fpsyt.2021.579566.

Kane, S. (2000). Tutto il teatro. Torino: Einaudi.

Lopes, M. V., Messas, G. (2023). Towards a phenomenological approach to psychopharmacology: drug-centered model and epistemic empowerment. Phenomenology and the Cognitive Sciences. DOI: https://doi.org/10.1007/s11097-023-09921-2.

Moncrieff, J. (2008). The Myth of the Chemical Cure. A Critique of Pyschiatric Drug Treatment. Londra: Palgrave Macmillan. DOI: https://doi.org/10.1007/978-0-230-58944-5_14

Parnas, J., Sass L. A., & Zahavi, D. (2013). Rediscovering psychopathology: The epistemology and phenomenology of the psychiatric object. Schizophrenia Bulletin, 39, 2, pp. 270-277. DOI: 10.1093/schbul/sbs153.

Santamato, S. (2023a). Soggettività rotte ed individui bucati in Crave di Sarah Kane. Pagine Filosofali. URL: https://www.paginefilosofali.it/soggettivita-rotte-ed-individui-bucati-in-crave-di-sarah-kane-simone-santamato/ (ultimo accesso: 12 dicembre 2025).

Santamato, S. (2023b). L’individuo è morto. Scenari. URL: https://www.mimesis-scenari.it/2023/06/15/lindividuo-e-morto/ (ultimo accesso: 12 dicembre 2025).

Third Eye Blind. (1997). In the background [Canzone]. In: Third Eye Blind. Elektra.


Tagged: ,


Scenari. Il settimanale di approfondimento culturale di Mimesis Edizioni Visita anche Mimesis-Group.com // ISSN 2385-1139