Alchimia estetica. Sulla mostra di Anselm Kiefer a Palazzo Reale di Milano

Ci sono luoghi in cui la storia non è semplicemente passata, ma è entrata fin dentro le pareti, sgretolandole. La Sala delle Cariatidi (prima Sala degli Specchi) di Palazzo Reale, ferita dal bombardamento del 1943, e che ospita da sabato 7 febbraio 2026 la mostra di Kiefer, è uno di questi: uno spazio mutilato, in cui la violenza del Novecento si è depositata, stratificata, nelle mura, nelle decorazioni, nelle assenze. Una simile atmosfera è ulteriormente amplificata dal ricordo dell’esposizione in questa stessa sala nel 1953 del famoso quadro Guernica (1937) di Pablo Picasso, simbolo per eccellenza della perdita della bellezza (intesa come forma), travolta dalla guerra. Ma lo sguardo di Anselm Kiefer, che pure parte dagli “spazi vuoti” è obliquo e sa rintracciare le scintille che si nascondono sotto la coltre di devastazione.

La sua attenzione deve essersi posata sulle figure spezzate delle Cariatidi, donne di pietra che resistono al tempo e alla distruzione, e che fanno di questo ambiente una traccia materiale della memoria bellica. Sono loro, le Cariatidi, a testimoniare l’orrore delle guerre, e sono ancora loro a introdurre come “consorelle” le “Alchimiste” di Anselm Kiefer. È questo il titolo del ciclo presentato dal noto artista tedesco a Palazzo Reale di Milano. L’opera consiste di quasi quaranta teleri, disposti uno accanto all’altro, che ritraggono altrettante figure di donne. Sono trentotto scienziate e filosofe di diversi periodi storici. Alcune sono più note, altre ai più sconosciute; alcune sono storicamente esistenti, altre invece appartenenti al mondo mitico e simbolico; alcune emergono dalla pittura materica di Kiefer, e spesso dall’oro, altre s’immergono in esso.

Eppure, nonostante le differenze, le alchimiste non sono mai indifferenti l’una all’altra, e anzi si collocano in costante dialogo tra di loro. Queste silhouette femminili non solo si relazionano allo spazio circostante, ma chiamano in causa anche i visitatori e le visitatrici, come a ricordare che la loro storia non si lascia mettere in sordina per sempre perché ci riguarda. Gli specchi intorno alle tele svolgono proprio questa funzione, amplificando il gioco di sguardi, risucchiando chi guarda, con la complicità dell’oro, fin dentro la tela. Sono figure che Kiefer vuole sottrarre dall’oblio, e che cerca in qualche modo di redimere, di trasfigurare. E la prima cosa da fare è ricordare al pubblico il loro nome, facendolo emergere, spesso in oro, dalla tela. Questa attenzione è in linea con la frase attribuibile alla tradizione talmudica/ebraica, che recita: «Una persona è dimenticata solo quando viene dimenticato il suo nome». Dopo il nome a emergere dall’oblio è il loro volto e il loro corpo, spesso offeso, schiacciato, annichilito. 

Le alchimiste di Kiefer provengono da paesi e tempi diversi, ma le accomuna (come un’affinità di famiglia) il fatto di aver lavorato alla trasformazione dei metalli. Tra i nomi di questo “pantheon” ideale e utopico figurano alcuni riferimenti precisi: Isabella Cortese, esperta di erbe e alchimia; Maria la Giudea, figura alchemica e stoica della tradizione; la chimica Marie Meurdrac, del XVII secolo; Rebecca; la scrittrice Mary Anne Atwood (XIX-XX sec.); Anne Marie Ziegler, alchimista di corte della Germania riformata; Sophie Brahe, figura collegata all’alchimia e all’astronomia.

Tra tutte spicca però il nome di Caterina Sforza, scienziata e condottiera, politica di primo piano di fine Quattrocento, autrice di un manoscritto di formule alchemiche. Come in un coro dell’Antica Grecia a lei, signora di Milano, è affidato il ruolo di messaggera della città che ospita la mostra. 

Non è la prima volta che Kiefer omaggia le donne. Si è rivolto all’universo femminile già in diverse occasioni, come ad esempio nella serie “Le donne della rivoluzioni (1989-1990)”, in cui focalizza l’attenzione sulle tante figure di mogli, sorelle, amiche che hanno sostenuto, da eroine invisibili, la svolta storica epocale, e che sono stare escluse ingiustamente e arbitrariamente dalla gloria imperitura. Ma nella poetica kieferiana un ruolo centrale è occupato anche da quelle figure quasi mitiche che sono le Trümmerfrauen, le donne delle macerie, che, alla fine della Seconda guerra mondiale, si aggiravano tra le città bombardate per recuperare con fatica le tracce dell’umano, per ricostruire il nuovo dalle ceneri della distruzione, a partire da ciò che è sopravvissuto.

Sono “forme di vita” quasi mitologiche che Kiefer, nato alla fine della seconda guerra, aveva ben presenti, perché da bambino le vedeva in azione nei paesaggi bombardati della Germania. Sono anche loro, a modo loro, alchimiste, intente a trasformare, a recuperare, a mettere in collegamento il non-più con il non-ancora. E allora ecco il filo rosso tra queste figure di donne e Kiefer stesso. Se l’alchimia è la scienza della trasformazione della materia e della rigenerazione dello spirito, l’arte di Kiefer non può che essere alchemica, anche e soprattutto in questo ciclo. Se Picasso con il suo capolavoro Guernica ha messo in opera la distruzione, le “Alchimiste” di Kiefer vanno oltre: le loro biografie parlano di rimozione (concetto a sua molto legato al bombardamento), i loro ritratti alludono al cambiamento, alla trasfigurazione, alla ricostruzione possibile e necessaria.

 


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