Quasi in contrappunto rispetto al primo romanzo, Gelo (1963), Bernhard scelse di mettere mano al secondo libro, “il più difficile”, al mare, in Istria, tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964. Il risultato di questa fatica fu un capolavoro in miniatura, un’opera riuscita sia nel giudizio del mondo editoriale, sia agli occhi dell’autore, che lo definirà il suo libro prediletto.
Il plot narrativo è ridotto all’essenziale: dopo il suicidio dei genitori, due fratelli sopravvissuti vengono isolati in una torre ad Amras, che poi sarebbe da rintracciare (come spesso accade in Bernhard) nella località di Ambras, nei pressi di Innsbruck. Questa torre tirolese – proprietà dello zio – si rivela essere al contempo rifugio e prigione, eremo e carcere. È il simbolo, la traccia di una genealogia che si estingue (per riferirsi al suo ultimo romanzo Estinzione, appunto). Come lo stesso Bernhard scrive in un appunto: Amras descrive “una minima parte di un processo di dissoluzione di una genealogia familiare tirolese”. L’estinzione di una famiglia: un tema che viene trattato dal regista austriaco Michael Haneke nel suo film Der siebente Kontinent (1989).
In Bernhard i due fratelli sono opposti nelle passioni (Walter è appassionato di musica, K. è invece cultore di scienze naturali), ma anche immagini speculari. All’interno della torre vivono in simbiosi, fino alla rottura definitiva, che avviene quando Walter, il più fragile, decide di mettere fine alla propria vita gettandosi dalla torre. K, il superstite, entra nel mondo, ma porta con sé le ferite della scissione. Un essere lacerato, a cui è rimasto solo un frammento del nome, l’iniziale, e che si fa portavoce dei pensieri del fratello. L’autodistruzione come destino inscritto nella genealogia della famiglia, e che è metaforizzato dalla malattia. L’“epilessia tirolese” che attraversa le generazioni, è sigla di una colpa ereditaria, di un male inscritto nel sangue e nella storia.

Ma la novità di Amras non è soltanto tematica, dal momento che investe anche la forma narrativa. Bernhard organizza il libro come un montaggio di frammenti: lettere, pagine di diario, appunti, “frasi” di Walter, riflessioni saggistiche. La frammentarietà non è effetto di casualità: è principio costruttivo. “La consapevolezza che tu non sei che frammenti”, si legge nel testo, “che l’interezza non esiste”.
È qui che si avverte il dialogo sotterraneo con il primo romanticismo (l’epigrafe è di Novalis) e con Monsieur Teste di Valéry, libro fondamentale per Bernhard: la sfiducia verso la narrazione lineare, l’ostilità verso la “chiacchiera” romanzesca, la convinzione che solo la descrizione di una superficie sia possibile. Non la totalità, ma la scheggia; non la sintesi, ma la tensione tra opposti.
La torre di Amras non è soltanto spazio fisico: è dispositivo mentale. I fratelli, ritirati “sempre più profondamente nelle loro teste”, vivono in uno stato di percezione estrema, dove il mondo esterno filtra come un’eco deformata. Le parole, a loro volta, si fanno sospette, si irrigidiscono, “ergono un muro invalicabile di opacità”. Bernhard mette in scena la crisi dell’individualismo moderno: l’Io non è centro stabile, ma scarto continuo da se stesso. “Io sono il limite, in continuazione, la morte”, annota Walter nei suoi appunti. Anche l’intelligenza altissima che attraversa il libro – scientifica, musicale, filosofica – non salva; esaspera. La cultura non è consolazione, ma strumento di amplificazione del dolore.
Il racconto si snoda in un’alternanza tra freddezza analitica e vibrazione emotiva, in un continuo rimanda tra anima ed esattezza. Con le parole di Ingeborg Bachmann, la voce poetica più amata da Bernhard: qui “l’inquietudine è ancora più forte del controllo dell’inquietudine”. In questo contesto acquistano un significato particolare anche le enigmatiche citazioni dai Quaderni di Leonardo da Vinci che compaiono nel testo, tra cui la frase “Batteranno il grano”. Se la si considera nel suo contesto originario – “Li omini batteranno aspramente che fia causa della lor vita. Batteranno il grano” – essa allude alla violenza esercitata proprio su ciò che rende possibile la vita. In forma quasi lapidaria, la formula leonardiana sembra così condensare il destino che attraversa Amras: una ribellione che si rivolge contro le proprie stesse origini, una genealogia che finisce per colpire le fonti della propria esistenza. Come spesso accade nella scrittura di Bernhard, il sapere del passato non illumina pienamente il presente, ma lo restituisce in forma enigmatica, quasi oracolare. Così le parole di Leonardo offrono una figura simbolica, nella quale la costruzione della vita appare inevitabilmente intrecciata alla propria correzione, o anche distruzione.

