Rileggere Toni Negri a partire dal suo confronto con i classici non è un esercizio erudito. È, prima di tutto, una scelta politica. Per Negri la cultura non è un deposito di valori né un consumo colto del tempo libero. È il luogo in cui si incarna il conflitto sociale, in cui prende forma un’identità collettiva, in cui si decide che cosa conta come verità. Interpretare i classici significa allora smascherare i dispositivi che occultano le contraddizioni della modernità e del capitalismo. Non c’è storia monumentale o antiquaria che tenga: la storia è critica, demolizione di vecchie evidenze e costruzione di nuove possibilità.
La cultura non è sovrastruttura. È campo di battaglia. Il punto decisivo diventa allora chi possa riconoscere e diffondere altre verità senza trasformarle in imposizione. Negri non chiede un’egemonia culturale dall’alto, ma un’intelligenza collettiva capace di produrre mondo. È qui che il suo lavoro sui classici si fa pratica costituente. In Impero, scritto con Michael Hardt all’inizio del nuovo millennio, Negri individua tra XIII e XVII secolo un passaggio epocale: gli uomini si proclamano padroni della propria vita, produttori di città e di storia. È l’irruzione dell’immanenza. La modernità nasce come affermazione del potere di questo mondo, non più garantito dalla trascendenza. La conoscenza diventa pratica che trasforma la natura; la scienza empirica separa teoria e prassi, soggetto e oggetto, e proprio grazie a questa astrazione conquista un’efficacia senza precedenti.
Ma questa vittoria ha un prezzo. Come osservava Alexandre Koyré nei suoi studi newtoniani, la scienza moderna unifica cielo e terra sostituendo al mondo delle qualità un mondo di quantità, una geometria reificata in cui non c’è più posto per l’uomo. La natura diventa disponibile, misurabile, calcolabile. L’universalità si impone come criterio di verità e l’irrazionale viene retrocesso a deviazione. La modernità oggettiva il mondo e, insieme, lo totalizza. È dentro questa dinamica che Negri legge il nesso tra modernità e capitalismo. Il primato del valore di scambio sull’uso, l’equivalenza generale che rende tutto intercambiabile, la forza lavoro ridotta a merce: sono figure dell’astrazione immanente. La comunità concreta si scioglie nella società contrattuale; la politica si separa dal sociale; il conflitto si organizza attorno alla coppia capitale-lavoro.
Eppure la storia non si ferma qui. Con la globalizzazione e il lavoro cognitivo, l’astrazione cambia pelle. Il capitale non ha più un “fuori”. La produzione è linguaggio, relazione, cooperazione. Il lavoro immateriale costruisce merci e comunicazione attraverso reti elettroniche e corpi connessi. È una “immaterialità carnosa”, scrive Negri: non spiritualizzazione, ma immersione nei corpi. Qui entra in scena la moltitudine. Non il popolo uno e sovrano, non la massa indistinta, non la sola classe operaia. La moltitudine è pluralità di singolarità produttive, differenze che cooperano senza fondersi in un’unità trascendente. Se il potere moderno si è fondato sull’Uno – sul progetto creativo, sulla linearità della storia – la moltitudine rompe l’ideologia della creazione unica e del fine prestabilito. Non c’è un eskaton che chiude il processo. C’è una creazione continua, immanente, plurale.
Nel tempo del digitale questa intuizione acquista una forza inattesa. L’unificazione tra antropogenesi e tecnogenesi, di cui Negri parla dialogando con Bernard Stiegler e, sullo sfondo, con Leroi-Gourhan e Simondon, descrive un mondo in cui il lavoro cognitivo produce oggetti che modificano il soggetto. Non siamo più davanti a una tecnica esterna, ma a un ambiente che plasma e viene plasmato. Il reale stesso appare come trama di reti linguistiche e relazionali.
Il postmoderno, in questa chiave, non è semplice decadenza. È il moderno che si è staccato dalla modernizzazione, che vive delle proprie contraddizioni introiettandole. Non c’è più un interno e un esterno. C’è un mondo fattizio in cui ogni alternativa è nel mondo, non fuori dal mondo. La verità stessa, privata della sua aura, deve essere attraversata e rovesciata dall’interno.
Che fare, allora? Negri parla di un “passaggio all’etico”: costruire un mondo sensato, un’astrazione liberata, un lavoro liberato. Non si tratta di restaurare comunità perdute né di opporre alla totalizzazione un’altra totalità. Si tratta di ripensare la politica come pratica condivisa, di rimettere in questione categorie come sovranità, rappresentanza, decisione, alla luce della biopolitica.
La domanda resta aperta: esistono le condizioni per un nuovo potere costituente? Forse il kairos non è altrove. Forse abita proprio nel digitale, non come dominio del calcolo, ma come occasione di una nuova alleanza tra biologia e tecnologia. Non medicina né veleno, ma spazio di possibilità. Come Ulisse, non possiamo prevedere tutto; possiamo però rispondere all’imprevisto. È in questa capacità che, ancora oggi, si misura l’attualità politica di Toni Negri.
