Ragione, Grande teoria, Umanità: il congedo di Habermas

La recente scomparsa di Jürgen Habermas non significa solo l’addio a uno dei referenti più presenti e accreditati nel dibattito filosofico, politico, sociologico, culturale, di ultimi sessant’anni. Significa l’addio a un’epoca, a una vicenda di pensiero che è iscritta in una intera tradizione, quella occidentale, novecentesca ma non solo. Erede e trasformatore della teoria critica francofortese, Habermas, attraverso il suo percorso di riflessione, in cui filosofia e sociologia sono sempre in continuo dialogo e supporto reciproco, si imprime nella storia del pensiero per i suoi contenuti, per il suo stile, per la sua straordinaria ampiezza, portata e influenza, per la sua apertura e continuità. Lungo decenni di postmodernismo, pensiero debole, fine delle ideologie, derive tecnologiche, Habermas è stato l’alfiere della Ragione nel senso più pieno, una Ragione quasi dilagante, attraverso una cavalcata incessante. Attento sin da fasi più originarie di sue ricerche alle questioni epistemologiche, egli  desiderava una comprensione dei fenomeni sociali che superasse il riduttivismo di tipo positivistico, da lui avversato anche nella celebre polemica-dibattito che lo vide opposto, negli anni Sessanta, a Popper e Albert (si veda Adorno T. W., Popper K. R., Dahrendorf R., Habermas J., Albert H., Pilot  H., Dialettica e positivismo in sociologia, Einaudi, Torino, 1972), nella convinzione che la tecnica non è mai neutrale ma che è il frutto di una precisa scelta ideologica, che privilegia il momento della manipolazione strumentale della realtà a scapito del momento creativo e espressivo (si veda almeno Habermas, J., Conoscenza e interesse, Laterza, Roma-Bari, 1990). Contro l’agire strumentale, cioè un agire determinato da situazioni particolari e orientato verso fini individuali, considerato dal sociologo come meramente “tecnico” e “non sociale”, Habermas verrà muovendo l’ “agire comunicativo”, visto come la forma di comunicazione che, appunto, può evitare le forme di dominio e la possibile invasione delle pratiche sistemiche su quelle vitali (si veda naturalmente Id., Teoria dell’agire comunicativo, 2 voll., Il Mulino, Bologna, 1997). 

L’obiettivo sociologico di Habermas è stato l’elaborazione di una teoria globale dell’azione e dei sistemi sociali, assimilando dialetticamente (nel solco della tradizione tedesca da Hegel e Marx fino ad alcuni esponenti di spicco della Scuola di Francoforte come Adorno, Horkheimer e Marcuse), anche in modo eclettico, elementi delle più diverse posizioni di pensiero, integrandole con il proprio sistema teorico. Non può allora stupire che nella riflessione habermasiana sia stato cruciale il concetto-programma di una comunicazione senza limiti e non autoritaria. La possibilità che tutti i gruppi sociali, dai politici agli intellettuali, dagli scienziati-tecnocrati all’opinione pubblica in generale, comunichino liberamente e siano partecipi in egual misura del dibattito sui problemi sociali, è vista come la migliore difesa contro fenomeni quali le ideologie, l’alienazione, la sottomissione del momento politico alle logiche della tecnica e dell’economia, la crisi di identità dell’individuo e l’insicurezza ontologica, i rischi della globalizzazione. 

Queste sue idee legate alla epistemologia, alla sociologia, agli studi sul linguaggio e sulla comunicazione, sino alle interpretazioni a esse sottese di etica e modernità, hanno avuto un denso significato politico, esplicito nella riflessione di Habermas, a partire dagli anni Novanta e sino a giorni nostri nel nuovo secolo:  il problema chiave è quello della partecipazione politica e della connotazione autenticamente democratica di una data società e Habermas lo risolve attraverso un modello democratico definito deliberativo, che dipende dalla vitalità del processo comunicativo che conduce alla formazione dell’opinione pubblica e delle decisioni, e che inquadra il rapporto tra nazione, stato di diritto e democrazia, in una versione comunicativa e non nella versione etno-nazionalista (si vedano soprattutto Id., Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini e associati, Milano, 1996 e Id., L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Feltrinelli, Milano, 1998).  Sono assunzioni che segnano il primato che Habermas conferisce al diritto nella società della modernità, comportano una dimensione di cosmopolitismo, e svelano i motivi del sostegno habermasiano all’Unione Europea e del suo convincimento che laici e religiosi debbano imparare vicendevolmente e pariteticamente. La potenza della sua riflessione si è manifestata, sempre in grande stile, anche ormai novantenne, nella sua grandiosa rilettura storico filosofica della civiltà, adoperando la nozione di “genealogia” accanto a quella di “ricostruzione” e delineando la articolata dialettica attraverso cui i processi di apprendimento sono capaci di forgiare nel tempo le strutture di coscienza, le istituzioni e le tradizioni culturali e religiose nel contesto della società occidentale (si veda l’utile e indicativa raccolta: Seminario di Teoria Critica, Genealogia del pensiero post-metafisico. Riflessioni su «Una storia della filosofia» di Habermas, con una Postfazione di Jürgen Habermas, a cura di Calloni, M., Cortella, L., Ferrara, A., Mazzocchi, V., Petrucciani, S., Privitera, W., Mimesis, Milano, 2023). 

Il pensiero di Habermas è stato il crocevia dell’intreccio più vivido e palpitante tra filosofia e scienze sociali e politiche: in esso sono riversati la teoria dell’azione di Weber, il materialismo storico, il funzionalismo e neo-funzionalilismo (Parsons, Luhmann), la sociologia fenomenologica di Schutz, l’interazionismo simbolico di Mead, l’etnometodologia di Garfinkel e Cicourel, la filosofia del linguaggio di Wittgenstein, Chomsky, Winch, Austin e Apel, la stessa tradizione della Scuola di Francoforte (sebbene resti ancora assai dibattuta la questione del rapporto di continuità o meno), fino all’ermeneutica di Gadamer, alle posizioni della psicologia cognitivista e della psicanalisi di Freud e, ancora al dibattito in chiave filosofico-politica delle teorie di Rawls, Taylor e Schmitt. Né si possono dimenticare gli incroci, anche polemici, con il post-strutturalismo e in particolare con Derrida.

Il novero notevole dei suoi spunti ha ovviamente incontrato altrettanto notevoli critiche: molti hanno aggrottato la fronte per il suo eccesso di idealismo rispetto agli orientamenti conoscitivi e etici degli individui, per la sua interpretazione “pacificatoria” del progetto della modernità, per la sua lettura in chiave cosmopolitica dei processi democratici e di quelli della globalizzazione, solo per dirne le più frequenti e macroscopiche. Tutte legittime e sensate osservazioni. Ma, al momento dell’addio, è altro che resta cui pensare maggiormente. Il magistero habermasiano ha insegnato a pervenire a una conoscenza variegata, dinamica e plastica di molte questioni, a evitare che le posizioni scientifiche diventino ideologiche, a non permettere che gli studiosi si chiudano in sé e nelle loro discipline, rinunciando all’arricchimento reciproco e trasformando la conoscenza in una pratica burocratica da ufficio che si sviluppa tenendo le discipline in opportuna quarantena. Ha lasciato una interpretazione dell’uomo che non si riduce mai né a singolo individuo chiuso in se stesso, né all’individuo soggiogato all’immane grandezza della società. Ha mostrato come pensare la modernità senza distorcere i risultati di alcuni suoi processi (razionalizzazione, individualizzazione, industrializzazione, estensione della partecipazione politica, ecc.), per sfuggire un’operazione mentale (e, forse, politica) con cui gli uomini, in definitiva, si sgravano in parte delle proprie responsabilità, cadendo in una forma di reificazione.

Il lascito di Habermas è concretamente una Grande teoria che non vuole disciogliere la riflessione in mere pratiche a-storicizzate di specializzazione e parcellizzazione del sapere e che pensa ancora l’Umanità nella sua pienezza. Una Grande teoria che restituisce una connotazione di solidarietà alle relazioni sociali, una dimensione di coscienza alla Scienza e alla Conoscenza, un approccio di responsabilità alla Morale, e, infine, un contegno intellettuale alla Politica. Dinanzi a ciò una sola domanda forse oggi ha senso: come provare a raccogliere questo enorme testimone, in una fase storica come quella attuale? O meglio: possiamo ancora desiderare di provare a raccogliere questo enorme testimone?


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