Il trilemma climatico

Stando al trilemma di Rodrik, è logicamente impossibile per un Paese perseguire contemporaneamente l’iper-globalizzazione, la democrazia politica e lo Stato-nazione. Possiamo avere al massimo due di questi elementi su tre. Gabriele Giacomini ha ripreso questa impostazione e l’ha applicata al problema della libertà digitale: non è possibile che cittadini, Stati e compagnie digitali estendano simultaneamente i loro margini di libertà. Anche in questo caso, si possono avere al massimo due di questi elementi su tre. Si può estendere ulteriormente questo modello triadico e applicarlo al problema dei costi sociali e ambientali imposti dai fattori antropici sulla biosfera e il cui impatto negativo sulla vita, la salute e la sussistenza di molti milioni di persone è sempre più evidente. Il trilemma potrebbe allora essere così formulato: è possibile combinare provvedimenti volti a contrastare il cambiamento climatico insieme all’esigenza di tutelare i principi della giustizia sociale con le regole della politica democratica oppure è necessario sacrificare una di queste cose? L’Unione europea, che aveva scelto di non rimanere inerte di fronte alle implicazioni socio-ecologiche del cambiamento climatico, sembra attualmente arretrare su questo fronte. Tuttavia, sebbene la policrisi sembri suggerire altre priorità, è  solo incorporando la giustizia sociale e un significativo impegno democratico che l’Ue potrà sostenere e accelerare la transizione climatica e sbloccare la paralisi che il trilemma sembra comportare.

La società europea si è trovata a dover fronteggiare i costi sociali della crisi climatica anche prima che l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 peggiorasse le condizioni materiali di vita dei ceti più esposti e vulnerabili. La guerra ha fatto impennare i costi dell’energia e, di conseguenza, ha ridotto il potere d’acquisto dei cittadini. In questa situazione, i governi nazionali e le istituzioni dell’Ue si sono impegnati sostanzialmente a perseguire due obiettivi: contenere l’aumento dei prezzi dell’energia senza distorcere eccessivamente i meccanismi di mercato e tamponare il disagio sociale che ne è diretta conseguenza. I risultati non sono stati esaltanti e hanno permesso ai partiti populisti di destra, che hanno costantemente dipinto le attività volte a contrastare efficacemente il cambiamento climatico come un complotto ordito dalle solite élite, di proporsi come i soli difensori dei cittadini in difficoltà. Seguendo alla lettera il manuale populista standard,  presentano il cambiamento climatico come una ingiustizia che i ricchi infliggono ai poveri.

Se si guarda alle dichiarazioni dei partiti populisti europei di destra e dei loro leader si può osservare come essi si appellino alla necessità di combattere le ingiustizie sociali per opporsi alle politiche climatiche ed energetiche ormai da diversi anni. Vecchi e nuovi negazionisti si incontrano: i vecchi negazionismi, secondo i quali la scienza del cambiamento climatico è una bufala oppure una cospirazione delle élite liberali, convergono con quelli nuovi, che riconoscono l’esistenza del problema ma ne rimandano la soluzione ritenendo che i costi sociali siano troppo onerosi, ricadono sulle spalle dei cittadini indifesi e sia più opportuno attendere il nucleare o altre tecnologie. Gli argomenti sono diversi, ma il risultato è lo stesso: l’inazione.

In questo contesto politico, l’Ue non si è sempre rivelata all’altezza dei propri impegni. Il Fondo per la transizione giusta ha intensificato il sostegno alle transizioni nelle regioni ad alta intensità di carbonio, ma non si è rivelato adeguato rispetto alla necessità di evitare che i processi di riconversione industriale riproducano vecchie diseguaglianze o ne creino di nuove. È vero che l’Ue ha istituito il Fondo sociale per il clima con un mandato specificamente rivolto alle famiglie e alle microimprese vulnerabili, ma il budget stanziato appare del tutto insufficiente.

Il trilemma, dunque, è ancora ben al di là dall’aver trovato una soluzione. E i governi si trovano ad affrontare il problema di come combinare tre obiettivi: accelerare l’azione per il clima, correggere le disuguaglianze sociali prodotte o acuite dalla crisi energetica e sostenere la qualità democratica in alternativa alla politica illiberale portata avanti dai populisti. Molti governi, e alcune forze populiste sia dentro che fuori dalle stanze del potere, sembrano insistere sul fatto che i tre obiettivi non possano essere portati avanti allo stesso tempo. Sebbene la sfida sia complicata, i governi democratici e liberali non dovrebbero tuttavia cedere alla tentazione di pensare che giustizia sociale e priorità climatiche si escludano vicendevolmente. Anzi, è forse proprio il terzo polo del trilemma, l’apertura democratica, che potrebbe aiutare a sciogliere i nodi.

Le preoccupazioni dei cittadini riguardo ai prezzi dell’energia sono reali, ovviamente, ma sovvenzionare i combustibili fossili e frenare la transizione climatica non può offrire una via d’uscita duratura dall’emergenza sociale. È necessario, piuttosto, rafforzare gli aspetti complementarità tra azione per il clima, politiche sociali e impegno democratico. Questo rafforzamento è stato finora vistosamente carente nelle politiche europee. Mentre la Commissione europea ha riconosciuto l’importanza dell’equità sociale e ha promesso una transizione quanto più possibile indolore, le politiche climatiche e le politiche sociali hanno di fatto proseguito su binari paralleli. La politica climatica non ha sempre dato priorità ai problemi della giustizia sociale, e la politica sociale ha mostrato scarsi segni di convergenza con l’azione per il clima, lasciando così ampio spazio politico alla demagogia dei populisti. Oggi,  che sulle scelte politiche in campo europeo le crisi incombono e si accavallano coinvolgendo emergenze economiche, sociali, ambientali, politiche, sanitarie e geopolitiche, questa omissione è sempre più dannosa. Le agende sociali e verdi non possono essere portate avanti con successo separatamente le une dalle altre. Devono essere concepite e implementate come due facce della stessa moneta, quella di una “transizione giusta”.

L’esigenza di conciliare le iniziative volte a contrastare il cambiamento climatico senza rinunciare a promuovere la giustizia sociale tutelando l’impegno democratico pone la politica europea dinanzi a una sfida esistenziale. Sinora, le istituzioni dell’Ue e i governi europei hanno affrontato la questione cercando di trovare soluzioni di compromesso, rinunciando a impegnarsi per rafforzare i legami strutturali tra le diverse facce del problema. Scollegare clima e giustizia sociale ha reso queste misure poco incisive. Il problema è aggravato dal fatto che la loro gestione sta minando la tenuta democratica, ostacolando una possibile soluzione del trilemma. Non esiste ancora un’agenda politica volta a fondere la giustizia sociale e un’azione ambiziosa per il clima a lungo termine. Tuttavia, è sempre più evidente che i governi devono trovare il modo per sciogliere i nodi di un problema destinato ad aggravarsi nel corso del tempo.

Sino ad oggi, è prevalsa la tendenza la tendenza a vedere il polo democratico del trilemma come il più sacrificabile, poiché appare come l’obiettivo politico meno tangibile e meno urgente. Tuttavia, invece di vedere l’impegno democratico come una soluzione di facile compromesso con gli imperativi più concreti delle misure climatiche e sociali, gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue potrebbero cambiare registro. Se, per esempio, ai cittadini venissero offerte maggiori opportunità di contribuire alla definizione di un’agenda climatica che tenga pienamente conto della giustizia sociale, è verosimile che ciò ne incentivi l’adesione a misure di transizione energetica a lungo termine, anche al di là delle più o meno immediate scadenza elettorali.

Questo obbiettivo potrebbe essere realizzato in forme diverse, alcune a breve termine, altre mediante iniziative pensate a lungo o lunghissimo termine: gli effetti del cambiamento climatico si estenderanno nei secoli e millenni. Nel breve termine, gli indicatori di coesione sociale dovrebbero diventare una componente vincolante nelle relazioni degli Stati membri dell’Ue relativamente ai rispettivi piani nazionali per l’energia e il clima. E i vari governi dovrebbero essere trasparenti in merito al coinvolgimento delle parti interessate, ai rappresentanti della società civile, alla definizione dell’agenda, al monitoraggio dei risultati e  alla rendicontazione degli esiti – demandati eventualmente alla valutazione di autorità indipendenti. Per meglio affrontare meglio gli choc futuri, l’Ue dovrebbe mettere in atto una nuova architettura di partecipazione che possa favorire risposte più tempestive in caso di emergenze e capaci di ottenere effetti maggiormente egualitari.

È certo che i leader politici rivendicheranno con forza gli investimenti già attuati dall’Ue e dagli Stati membri in ambito sociale. Tuttavia, i provvedimenti attuati in questo campo sono attualmente insufficienti e troppo reattivi. Spesso sono molto generali e non affrontano le specificità delle sfide legate al clima, oppure l’etichetta di transizione giusta e sostenibile è collegata a interventi che sono in gran parte progetti standard di energie rinnovabili privi di dimensioni sociopolitiche riconoscibili. Inoltre, queste misure cercano di correggere l’impatto dell’azione per il clima in modo correttivo piuttosto che essere integrate nel nucleo degli approcci alla transizione climatica. Non esiste una soluzione immediata a queste carenze e il trilemma metterà inevitabilmente a dura prova la coerenza delle politiche dell’Ue negli anni a venire. Tuttavia, l’Unione e i suoi Stati membri possono adottare misure concrete per creare legami positivi fra le tre agende, contribuendo a invertire quella che attualmente è una dannosa cascata di compromessi negativi.


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