L’opera di Hannah Arendt, spesso considerata una delle figure intellettuali maggiormente influenti nei contesti del pensiero novecentesco, ha certamente costituito uno dei punti di riferimento più ricorrenti nei dibattiti politici e culturali degli ultimi decenni. In particolare, richiama spesso le coscienze il fatto che le modalità tramite cui Arendt pensa la dimensione politica rimandano a una cifra etica intensa, che guardata oggi, rispetto a canoni troppo asettici del XXI secolo, spicca notevolmente e può meritare in questa sede qualche considerazione specifica, non tanto per una ricostruzione ermeneutica o filologica, quanto per suo valore evocativo (per una visuale sintetica e indicativa della prospettiva specifica di Arendt sulla politica, intrinsecamente connessa con le idee della umana libertà e della spontaneità che devono poter disporre di uno spazio di diffusione, si può considerare utilmente Arendt, H., Che cos’è la politica?, Comunità, Torino, 1995; per una prima lettura critica collocata nel più ampio contesto del pensiero politico contemporaneo e capace di cogliere Arendt come pensatrice irriducibilmente refrattaria a ogni tentativo di classificazione, si veda anche Forti, S., Hannah Arendt, in Andreatta, A., Baldini, A. E., Dolcini, C., Pasquino, G. (a cura di), Il pensiero politico. Idee, teorie, dottrine, Vol. III, tomo 2, UTET, Torino 1999). L’interesse che la sua riflessione ancora suscita, non solo in ambito accademico, sta in alcuni aspetti chiave che partono dalla sua idea della politica come spazio di libertà, che va difeso: Arendt, infatti, è consapevole, in proposito, sia della distruzione della possibilità di movimento attraverso l’eliminazione dello spazio sociale (si veda Arendt, H., Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino, 2004, specialmente p. 638), che è il presupposto della libertà, sia della diffusione dell’estraniazione (si veda ibidem, p. 652), per cui l’uomo si trova circondato da altri con cui non può stabilire un contatto; la teoria politica, in tal senso, è un vissuto che nasce dalla vita quotidiana, è uno spazio pubblico: autonomia e pluralità sono aspetti cruciali in questa prospettiva ed esse nutrono attività pubbliche fondamentali come discutere, prendere iniziative, deliberare. Potere significa, per lei, adesione attiva e collettiva.
Coerentemente con queste prospettive di apertura e libertà, che segnano la maggiore opera di Arendt, Le origini del totalitarismo, non stupisce che ella preferisse, seguendo uno stile per certi versi eclettico, non qualificarsi come filosofa, ma, appunto, come teorica della politica: molte delle riflessioni di Arendt risultano attuali, proprio perché colgono il valore di un pensiero autonomo. Il suo è «lo stile di chi per essere profondo non ha bisogno di andare lontano, di chi per essere semplice non ha bisogno di semplificare» (Terenzi, P., Hannah Arendt e l’innocenza conservata, in Arendt, H., Il pensiero secondo. Pagine scelte, a cura di Terenzi P., postfazione di Amicone, L., Rizzoli, Milano, 2000, p. 4). Ciò che ella denunciava nei suoi studi sui regimi totalitari, lo è, in forma diversa, anche adesso, ossia il ripiegarsi nell’interesse privato, la preoccupazione privilegiata per le faccende del proprio nucleo familiare o individuale, ristretto, lontano dalla comunità. In ciò si sostanzia il rischio del cedimento dell’etica, che nell’epoca che viviamo, spesso sfugge a causa di una forma di comunicazione dominante che non permette l’approfondimento. In Arendt, invece, c’è una forte circolarità tra pensiero e vita, tra riflessione filosofica ed esperienza concreta; cercando di comprendere il senso degli avvenimenti che segnarono la sua vita e la società in cui visse, il suo è sempre un “pensare in situazione”. Le sue vicende, come la sua condizione di essere ebrea, le perdite degli amici più cari, la migrazione, lo status di rifugiata, l’assistere al processo al funzionario delle SS Adolf Eichmann(si veda in merito la utile lettura critica di D’Alessandro, R., La pensatrice e lo specialista. Hannah Arendt e il processo Eichmann, Mimesis, Milano, 2015), si riflettono nella visione che Arendt ha di quegli anni: la dimensione filosofica e quella politica sono in effetti entrambe valorizzate nelle sue opere e sembrano molto emblematicamente rappresentate, ciascuna in modo particolare, rispettivamente in due dei suoi maggiori testi (spesso considerati dai critici i più rilevanti assieme a Le origini del totalitarismo), che qui riteniamo necessario richiamare, ossia La vita della mente (Il Mulino, Bologna, 2004) e Vita activa. La condizione umana (Bompiani, Milano, 1994). Ne La vita della mente, seppur incompiuto, si racchiude forse il nucleo della riflessione della sua vita, poiché quel testo, di non facile lettura, per sua profondità intrinseca, pone in luce le tre attività spirituali (che riguardano perciò la mente), che sono tipicamente umane: Pensare, Volere e Giudicare. Sono esse che fondano la responsabilità di ogni individuo, sia verso se stesso sia verso la società. Arendt mostra così che è principalmente nell’attività del pensiero che gli esseri umani maturano la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e tendono a recuperare, se non attivare, un atteggiamento etico verso la vita e il mondo. Senza quel dialogo silenzioso con se stessi, che ci permette di porci domande e nutrire la coscienza, tutto crolla e si creano quelle condizioni che portano alla violenza, non solo nelle dittature o nei regimi totalitari, ma anche all’interno degli stati democratici. In Vita activa, d’altra parte, si trova un’apertura verso la vita, si insiste sulla la capacità umana, attraverso l’azione, di iniziare qualcosa di nuovo e cambiare il corso degli eventi: emerge così l’importanza di cercare sempre un nuovo inizio per il pensiero e di ricominciare dalla realtà, una realtà che è sì complessa e problematica, ma anche al contempo positiva e interessante per gli uomini che la vivono. L’agire di Arendt, in quest’ottica, è certamente discorsivo, sia nel senso della parola direttamente pronunciata in pubblico, sia nel senso della memoria con cui l’agire viene ricordato e celebrato; alla Arendt interessa soprattutto il gioco reciproco della parola, e precisamente la possibilità che i diversi esseri umani possano esprimersi sugli affari comuni in uno spazio comune (si veda Dal Lago, A., Introduzione, in Arendt, H., Vita activa, cit., particolarmente p. XIX). Per Arendt «L’errore fondamentale di ogni materialismo in politica […] è insito nel trascurare l’inevitabilità con cui gli individui rivelano se stessi come soggetti, come persone distinte e uniche» (Arendt. H., L’azione, in Id., Vita activa, cit., pp.133-134), perciò per la filosofa è così importante la facoltà di giudizio, ossia un’intuizione che non necessita di una fondazione filosofica, perché piuttosto nasce dal e nel confronto con gli altri, ed è quindi potenzialmente presente in ogni uomo in quanto essere politico (per una contestualizzazione si può vedere Sollazzo, F., Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di filosofia morale, filosofia politica, etica, Aracne, Roma, 2011, specialmente pp. 107-117). Questa riflessione sull’agire umano e sulla sua implicazione politica, peraltro, assume un significato rilevante non solo da un punto di vista astratto o filosofico; basti notare che il discorso sull’agire, in tempi recenti, ha avuto una specifica attenzione in ottica di teoria sociologica, se si considerano ad esempio i contributi di Zygmunt Bauman (si veda in particolare Bauman, Z., La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000), Jürgen Habermas (si veda Habermas, J., Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini & Associati, Mialno, 1996, ma anche Id., Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari, 1977) e anche Slavoj Žižek (si veda in particolare Žizek, S., Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica, Raffaello Cortina, Milano, 2003): sono infatti discorsi che inevitabilmente si legano agli studi arendtiani. Se Arendt aveva compreso che la crisi dell’agire politico era il risultato del mutato rapporto tra uomo e natura mediante la tecnica, da parte loro i sociologi contemporanei precisano questa comprensione, avvertendo che la caratteristica della crisi dell’agire politico nella tarda-modernità è che non sia più solo una condizione favorita della cultura e della civiltà novecentesca, ma che in essa giochi poi un ruolo rilevante la scelta dei singoli individui, che, anche quando raggiungono coscienza di questa condizione, continuano spesso a perpetuarla (su questi argomenti mi sono impegnato in Giacomantonio, F., Sociologia dell’agire politico, Bauman, Habermas, Žizek, Studium, Roma, 2014).
La cifra arendtiana è dunque articolata e non è questo il contesto adatto per richiamare numerosi e continui contributi critici sull’insieme del suo pensiero e sulla sua vicenda biografica densa e anticonformista: forse, quella cifra comunque è stata colta in modo originale e suggestivo, secondo un canone sotto certi aspetti più diretto e avvolgente rispetto a un volume critico, in una recente opera teatrale, La pescatrice di perle. Breve conversazione con H. A. del 2021, realizzata dalla drammaturga e Ph.D. in Filosofia contemporanea, Valeria Simone, attraverso cui la vicenda personale e di pensiero di Arendt si mostra vivida e pulsante (su YouTube questa opera teatrale, premiata al Fringe Festival di Roma, è visibile: https://www.youtube.com/watch?v=4pvgIuXyPeE&t=3933s ); da questa come da altre interpretazioni, in definitiva, il senso essenziale dei concetti di spazio pubblico, libertà e coscienza etica brilla nell’insegnamento di Arendt, attraversando letteratura, storia politica e filosofia, saltando sapientemente gli steccati disciplinari e racchiudendo tanto caratteristiche come la forza e la decisione, quanto la fermezza e la fierezza, ma anche grande sensibilità e una certa tristezza, coraggio e amore per il mondo. Di tutto ciò, abbiamo ancora bisogno e, per questo, leggere i testi di questa filosofa non è un vezzo culturale o di pura erudizione, ma un modo reale di tener desto l’impegno e lo spirito, in una fase storica che, tanto facilmente, rimuove senza ritegno questi tratti.

