1. Introduzione
In questo articolo intendo indagare l’esperienza vissuta del corpo scandalistico, e cioè il corpo costantemente esposto allo sguardo pubblico, esaminando il caso Michael Jackson e focalizzandomi sulla sua storia della vita, la sua salute fisica e la copertura da parte della stampa scandalistica del suo aspetto fisico. Metto in luce (1) le implicazioni tra l’esperienza del corpo e la storia della vita di Jackson; (2) l’esperienza del corpo di Jackson come profondamente influenzata dalle malattie dermatologiche e dalla stampa scandalistica, che ne faceva oggetto di spettacolarizzazione; (3) la danza come elemento di riappropriazione della corporeità spontaneamente vissuta. In questo senso, a partire dal caso Jackson, conduco un’analisi delle modificazioni nel modo di fare esperienza del corpo quando questo è esposto a uno sguardo costante e qualificatore.
L’articolo non assume alcuna posizione rispetto alle questioni legali della vita di Michael Jackson, né si posiziona come una ricostruzione psicologica retrospettiva della vita emotiva di Jackson. Diversamente, gli eventi biografici sono un elemento per l’analisi fenomenologica della storia della vita di Jackson, la quale analisi, com’è caratteristico della fenomenologia, si fonda sull’esercizio dell’epochè: la messa fra parentesi di ogni preconcetto, giudizio, o opinione su un fenomeno.
2. Il corpo tra lupus, vitiligine, stampa e accuse
Michael Jackson ha notoriamente intrattenuto un rapporto difficile con il suo corpo. Da un lato, pirandellianamente, per un padre che lo prendeva in giro per il suo naso troppo grande, e dall’altro per una serie di malattie come il lupus e la vitiligine che modificavano irreversibilmente il suo aspetto fisico. La vitiligine è una malattia che causa il malfunzionamento o la distruzione dei melanociti, le cellule responsabili della produzione della melanina, un pigmento che dà colore alla pelle. La distruzione dei melanociti causa una depigmentazione delle zone colpite, risultando nella decolorazione di quelle aree. Per via dello schiarimento della pelle, e per vari eventi stravaganti che hanno caratterizzato la vita di Jackson – come il mito della macchina dell’ossigeno per rimanere in vita fino a 150 anni –, la stampa scandalistica ha inizialmente calcato l’eccentricità del personaggio, e poi trasformato questa eccentricità in un dispositivo di qualificazione.
I media definivano Jackson in vari modi. Wacko Jacko era uno dei più feroci e diffusi, che ne sottolineava la stranezza o stramberia. Jackson stesso rispose pubblicamente a questo soprannome durante l’intervista del 1997 con Barbara Walters, sottolineandone l’uso chiaramente dispregiativo nei suoi confronti. L’immagine pubblica di Michael Jackson era comunque compromessa a causa delle accuse di molestia sessuale su minori del 1993, a seguito
delle quali Wacko Jacko iniziò a definire non solo la freakishness del personaggio (Yuan 1996) ma anche la stranezza disturbante di un molestatore e adescatore di bambini. Nelle accuse, il corpo gioca un ruolo fondamentale.
Secondo la ricostruzione di Jackson, la polizia “ha esibito un mandato di perquisizione che gli ha permesso di fotografare parti del mio corpo, inclusi il mio pene, i miei glutei […] e ogni altra zona che volevano”, in cerca di “zone scolorite, chiazze, o altre evidenze di una malattia della pelle chiamata vitiligine”. A supporto dell’accusa, infatti, c’era una presunta descrizione delle zone depigmentate del pene di Jackson. Jackson ha descritto la perquisizione come “l’esperienza più umiliante della mia vita, una che nessuno dovrebbe provare, e anche dopo aver subito l’umiliazione di questa perquisizione, non erano ancora soddisfatti: volevano altre fotografie, è stato un incubo”. Le soglie del corpo vengono invase – valicate, esposte, fotografate.
3. Il corpo scandalistico
Nel paragrafo precedente ho evidenziato alcuni elementi della storia della vita di Jackson. Adesso, attraverso il caso Jackson, mi interessa concentrarmi su una prospettiva in prima persona che approfondisce l’esperienza del corpo scandalistico. Per corpo scandalistico intendo il corpo che il soggetto percepisce come costantemente esposto, esibito, fotografato e disponibile alla qualificazione oggettificante di uno sguardo sempre puntato. Quindi, considero il caso Jackson come esemplificazione fenomenologica dell’esperienza di una corporeità costantemente esposta allo sguardo pubblico.
Lo sguardo ha una sua precisa struttura formale fondata sull’esperienza della vergogna. Il meccanismo fenomenologico dello sguardo è stato descritto da J.-P. Sartre (2005), che da un lato definisce la vergogna come un brivido che oggettifica l’esistenza di chi la prova, e dall’altro caratterizza lo sguardo come l’apertura del soggetto al per-altri che guarda e qualifica. Il caso Jackson ci dà modo di pensare questo sguardo come perennemente puntato, e quindi ci permette di analizzare la struttura fenomenologica dell’esperienza vissuta di essere sempre possibile oggetto di scrutinio, qualificazione e oggettificazione.
A causa delle malattie e del trucco, il corpo di Jackson subisce una sorta di neutralizzazione di attributi che da un lato ha aiutato la diffusione del fenomeno Michael Jackson – in linea con la sua filosofia filantropica di accettare le diversità indipendentemente dalle differenze etniche, di culto, e così via (Jackson 1991) – e dall’altro ha incattivito la stampa scandalistica (Fast 2010, Woodward 2014) proprio per la sua indecifrabilità. Il corpo di Jackson – la sua voce, il suo tono, i modi e l’espressività gestuale – comunica un modo di essere che sfida l’architettura delle categorie tipiche della mascolinità, e che per questo rompe i marcatori sociali di genere degli anni Ottanta e Novanta: Jackson si mostra gentile, affabile, grazioso nei modi e allo stesso tempo truccato e ben acconciato, anche per nascondere le imperfezioni della pelle.
Nondimeno, mettendo tra parentesi ogni dichiarazione e ogni titolo sensazionalistico, penso ci siano delle considerazioni fenomenologicamente interessanti da avanzare, che si legano a una domanda fondamentale: Michael Jackson era il suo corpo o aveva il suo corpo? La distinzione tra essere e avere un corpo è fondamentale in fenomenologia, che distingue il corpo oggetto (Körper) dal corpo vissuto (Leib). Il primo riguarda il corpo costituito dalle sue funzioni fisiologiche e biologiche – il battito del cuore, il ritmo del respiro, la digestione, e così via – e risponde a legami di causalità, mentre il secondo riguarda il corpo che si costituisce come punto zero di orientamento al mondo ed epicentro della vita qualitativo-affettiva ed emotiva personale, e risponde non solo a legami causali ma anche a nessi motivazionali.
Nella costruzione fisiologica dell’esperienza del corpo, il soggetto non solo si rende conto di avere un corpo che funziona e che è in salute (così come può rendersi conto di averne uno che non è affatto funzionante e in salute), ma si rende anche conto di essere un corpo in quanto le sue sensazioni e le sue emozioni acquisiscono significato attraccando in zone localizzate di recettività affettiva – le farfalle nello stomaco, il cuore in gola, i nodi allo stomaco, e così via. Al contrario, l’esperienza psicopatologica del corpo comporta un cortocircuito nella dialettica tra corpo vivo e corpo oggetto: il corpo vivo diventa un oggetto da monitorare e controllare (Fuchs 2018). Questa struttura dell’esperienza dove il corpo è oggettificato e tema di iper-riflessione credo possa spiegare anche situazioni dove la corporeità diventa il tema centrale nell’esistenza del soggetto senza una condizione psicopatologica conclamata. E quindi, quelle situazioni dove il corpo è costantemente esposto e disponibile allo sguardo per via della fama, dell’esposizione pubblica o anche perché segue le tendenze dell’auto-esposizione nei social network (Santamato 2025). Considerando il caso Jackson, possiamo indagare la struttura dell’esperienza del proprio corpo quando questo corpo fa scandalo ed è aperto alla fotografia. Lo sguardo panottico delle videocamere e dei paparazzi dietro l’angolo sembra agire come dispositivo di trasformazione dell’esperienza del proprio corpo, che viene vissuto come un oggetto di iper-riflessione perché sempre disponibile alla visione.
Dunque, il caso Jackson è interessante perché, così come sfidava le categorie sociali di estetica e genere degli Anni ’80 e ’90, allo stesso modo impegna alcune nozioni di fenomenologia della persona. La fenomenologia della persona indaga la costituzione del soggetto personale e della sua unicità individuale (Santamato 2024), e cioè il suo stile: quelle maniere di essere che identificano un individuo come la persona di sé stesso – le sue peculiarità personali o proprietà di carattere (Husserl 2002, §57). La propria camminata, la raffinatezza di una carezza, la prontezza nell’aiutare un bisognoso, il tono di voce acuto o remissivo durante una discussione, il trasporto con cui si fa esperienza di un sentimento piacevole, e la resistenza decisa con cui si fa fronte a una situazione complicata, sono tutti elementi che, tra gli altri, costituiscono l’essenza personale o il nucleo personale (Stein 2012, De Santis 2023, 2025) di un individuo, e che si dànno nell’immediatezza di un corpo che riconosco essere proprio quello di questa persona qui e non di altri.
Se nel caso Jackson lo stile personale era mantenuto attraverso le maniere d’essere, l’immediato riconoscimento del corpo era complicato dalle malattie della pelle: il suo corpo era segnato da modificazioni nell’apparenza e dai cambiamenti correttivi per contenerne i sintomi. Da questo punto di vista, ogni cambiamento di aspetto era co-costituito da una interrelazione di sintomi fisici, dal tentativo di contenerne la diffusione, e dal percepito scrutinio costante dello sguardo pubblico: elementi esistenziali inerenti all’auto-costituzione si legavano alla malattia fisica e alla possibilità di essere costante oggetto di spettacolarizzazione da parte dei paparazzi.
3.1 La riappropriazione nella danza: moonwalk e anti-gravity lean
Se da un lato il corpo di Jackson era oggetto di spettacolarizzazione, dall’altro la danza sembrava operare come un potente meccanismo di riappropriazione dell’esperienza di un corpo vivo, agente e significante. Nella danza il corpo si costituisce di elementi propriocettivi e cognitivi (Bresnahan 2019) che esprimono significati cinestetici mediante la sintonizzazione empatica col pubblico (Foster 2008, 2011): i valori estetici sono articolati seguendo una coerenza di movimenti basata sulla percezione di certe strutture, come il ritmo (Forlè 2016), che costituiscono l’esperienza della musica.
Credo che due mosse di danza, più di tutte le altre, evidenzino la riappropriazione del corpo vissuto: il moonwalk e l’anti-gravity lean suggeriscono una risposta cinestetica alla riduzione del corpo a oggetto. Secondo l’interpretazione psicoanalitica i due movimenti, sfidando le convenzioni motorie il primo, e le leggi fisiche il secondo, rivelano la sindrome da hybris di Jackson, il quale restituisce al pubblico un godimento estetico fondato sulle tensioni inconsce di opposizione o contraddizione, possibile o impossibile, legge o sregolatezza, ordine o caos (Schauder 2015). Se questa lettura mi pare da una parte suggestiva ed evocativa, dall’altra non esaurisce, a mio parere, il significato cinestetico ed espressivo-motorio di questi movimenti di danza. Se l’interpretazione psicoanalitica legge questi movimenti come espressione di dinamiche inconsce legate alla hybris e alla trasgressione del limite, e cioè stati di regresso tipici del bambino che esercita la sua forza al mondo convinto di vincerne la resistenza, l’approccio in prima persona della fenomenologia suggerisce una comprensione radicata nell’esperienza vissuta.
Il corpo scandalistico, vissuto come oggetto esposto allo sguardo panottico delle videocamere, si ricostituisce come corpo vivo attraverso la libera motilità ed espressività qualitativo-affettiva della danza. Il moonwalk con la sua contraddizione motoria, e l’anti-gravity lean con l’imperturbabile mantenimento dell’equilibrio, costituiscono un’esperienza dove il corpo esprime la sua presenza sublimando l’oggettificazione. Come ha dichiarato lo stesso Jackson, “pensare è il più grande errore che un danzatore possa fare: devi sentire”, diventando in questo senso l’incarnazione della musica: “tu diventi la base, diventi le fanfare, il clarinetto, il flauto, le corde, la batteria”.
Il caso Jackson permette di aggiungere un ulteriore strato alla comprensione della libera motilità del corpo vivo nella danza, perché la danza esercita anche una funzione riappropriativa. Stando a Jackson, il corpo che danza è un corpo che sente e che è sentito attraverso i significati cinestetici della libera motilità estetica e musicale, dove ogni movimento esprime una costellazione di simboli che riempiono la corporeità di vitalità e spontaneità. La danza aiuta quindi a ristabilire l’equilibrio nella frizione dialettica tra corpo oggetto esposto e corpo vissuto spontaneamente e, come più studi suggeriscono (Ruzickova et al. 2025), può diventare un importante espediente terapeutico nei casi in cui l’esistenza è costretta dall’iper-riflessione sul corpo. Il corpo monitorato disgiunge gli argini del controllo per lasciarsi andare, grazie alla danza, alla libera espressività vissuta: da essere oggetto osservato (Körper) si ricostituisce come epicentro delle esperienze vissute (Leib).
4. Conclusione
La complessità della figura di Michael Jackson è coerente con la complessità di una persona oltre l’artista, e di un artista oltre il corpo. Studiare il caso Jackson significa fare i conti con la complessità a tratti inafferrabile di un’esistenza che rincorreva sé stessa allo stesso modo di come era compulsivamente rincorsa dal mondo, nonché significa comprendere come l’auto-identificazione corporea può incontrare la difficile negoziazione tra successo ed esposizione costante, e lo scrutinio di una telecamera sempre puntata: l’esposizione continua allo sguardo può trasformare il corpo vissuto in un corpo scandalistico, e cioè in una corporeità oggettificata e vissuta come un oggetto da controllare e monitorare. In conclusione, il caso Jackson può aiutare nella comprensione fenomenologica di quei casi di alta e costante esposizione – influencer su TikTok, Instagram, Facebook, oppure celebrità contemporanee così come personalità pubbliche in generale – dove l’esperienza del corpo si costituisce sotto i riflettori del pubblico.
Bibliografia
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