L’architettura dello sguardo di fronte all’orrore: Naza e ciò che resta da fare alla filosofia

L’uscita dal cinema è dominata dal silenzio. Qualcuno piange, non si sa dove guardare, come camminare, come tenere il braccio a chi ti sta vicino. Eppure, restare in silenzio dopo aver visto Naza (2026, regia di Yuval Abraham e Rachel Szor) è praticamente impossibile. 

L’essenzialità di questo film, nel duplice senso che è necessario vederlo e come dominante estetica, è disarmante. È notte, le finestre scorrono lente sotto i nostri occhi: altre vite a Tel Aviv, qualcuno che rincasa, che mangia, che si stende sul divano, che abbraccia una persona cara, e guarda le notizie alla TV. Non vediamo quasi mai i volti delle persone: sono anonime e, al tempo stesso, vagamente familiari se consideriamo che la nostra routine serale potrebbe essere molto simile alla loro. Ma l’architettura del film (perché la scelta di inquadrare palazzi e finestre crea una vera e propria architettura per il nostro sguardo da spettatori, o meglio, da voyeur chiamati in causa) diventa via via più perturbante, e ci fa chiedere: “Ma chi starebbe così a lungo, su un tetto di una città, a guardare una per una le vite degli altri?”. Il buio diventa allora claustrofobico, via via si capisce che non c’è via di uscita dalla visione obbligata di quella serie di interni, di schermi, di poltrone.

“Naza” è la parola usata dagli ufficiali dell’esercito israeliano che si occupano della programmazione dei bombardamenti su Gaza per indicare gli “effetti collaterali” del sistema, ovvero i civili uccisi nei bombardamenti. “Naza” è un valore quantificabile: possono essere centinaia, qualcuno degli intervistati dice che a un certo punto venti Naza era considerato un numero accettabile, uno standard, nei bombardamenti che avevano come target un sospetto membro di Hamas. “Naza” sono persone, esseri umani la cui vita e storia sono state cancellate per il solo fatto di vivere a Gaza.

Prima ancora di venire a conoscenza di questo, noi spettatori vediamo dei disegni su carta. Sono rappresentazioni di palazzi a più piani: ben presto, gli intervistati dell’élite militare che sta dietro a questa ingegneria della morte ci fanno capire che questi segni restituiscono quello che si ricordano della loro visione, sullo schermo, della mappa virtuale delle zone abitate di Gaza. All’architettura del film si aggiungono da subito, quindi, queste linee: finestre illuminate nel buio, linee disegnate su carta e scritte rese irriconoscibili. Queste linee pesano come muri di cemento.

Il sistema digitale per il bombardamento ha un numero per ogni palazzo e un altro per ogni piano. Oltre alle serie di cifre, la resa visuale permette anche di vedere gli edifici nelle loro dimensioni, in base alle loro distanze e alla loro collocazione. Il livello di dettaglio, poi, si raggiunge tramite l’impiego dell’intelligenza artificiale Lavender, che permette l’accesso nel telefono di ogni singolo palestinese: foto, messaggi, contatti sono disponibili all’intelligence istraeliana. 

Il dettaglio di quest’altra architettura, digitale, mortuaria, che aleggia come un fantasma su quella che vediamo delle vite a Tel Aviv, è composto dai dati prodotti dalle persone. A pensarci bene, l’intero sistema di cui si parla nel film è composto da dati e infatti gli intervistati riferiscono di una percentuale di errore che in alcuni casi ha raggiunto il 15%. Non a caso, un’altra cifra: sono persone innocenti morte, quel 15%, ma l’esattezza del linguaggio (per una fedele descrizione dell’operato “neutro” del sistema digitale basato sull’IA) ci permette di parlare di un errore di computazione.

Il finale del film mostra una terza architettura che è quella, materiale, umana, dolorosa, delle conseguenze dello sterminio. Mi fermo qui nella descrizione di ciò che si vede nel film: invito solo chi non l’ha ancora fatto ad andare a vedere Naza. Perché se consideriamo che il cinema ha, tra gli obiettivi che l’hanno sempre caratterizzato, quello di rendere visibile l’invisibile, Naza ci riesce benissimo: dal punto di vista estetico, è cinema nel suo stato più fondamentale e puro perché è puro sguardo. Ma l’elemento sconvolgente per il pensiero è che ben presto capiamo che quello che si vede non è l’immagine che corrisponde ai racconti che sentiamo, da parte degli intervistati, e ciò avviene quando cominciamo ad avvertire la sovrapposizione inquietante tra quelle vite apparentemente tranquille e anonime, di notte, a volte interrotte da un allarme per un bombardamento aereo, e le altre vite umane, tutt’altro che anonime bensì conosciute nel dettaglio dai militari, segnate dall’orrore, che sempre di notte si trovano ad essere annientate dagli attacchi israeliani. Ciò che è sconcertante è proprio svegliarsi da quel poco di torpore intellettuale che ogni visione al cinema suggerisce e scoprire di non avere più un proprio punto di vista disinteressato, da spettatore, all’interno del film: quello che ci viene proposto è lo sguardo della tecnica stessa, della tecnica che ha preso parte a tutti gli effetti al genocidio assieme agli umani. Come ci hanno insegnato le immagini delle guerre del Novecento, e non solo, nessuno vorrebbe assumere il punto di vista del colpevole, e invece è proprio quello che in Naza accade, e fa tremare dalla paura rendersi conto che lo sguardo tecnico è freddo, calmo e implacabile, attento al dettaglio, distante, alto sulle vite di tutti. 

Poi ci sono le voci, le parole di chi testimonia il suo lavoro al servizio dell’intelligence a Tel Aviv. L’uomo che ha progettato l’algoritmo che sta dietro l’uccisione di migliaia di innocenti scagiona del tutto la sua invenzione. Un altro afferma che il suo ruolo era puramente tecnico, e che mentre uccideva dei civili non gli era richiesto di formulare giudizi morali. Un altro ancora confessa di essersi divertito nel massacro, che sparare a delle persone che si vedevano su uno schermo sembrava giocare a un videogioco. Infine, uno di questi esperti e ufficiali dice che è meglio che l’IA prenda la decisione sulla vita e la morte di molti, piuttosto che lo faccia una persona: l’unico problema restano gli errori di calcolo.

Spesso viene ripetuta la frase “ho solo eseguito il mio dovere”: il parallelismo con La banalità del male, a questo punto, è quasi scontato. Ma non lo è se riprendiamo dolorosamente coscienza della nostra posizione da utilizzatori di quella stessa tecnica che ha reso possibili questi crimini. 

Dopo aver visto Naza, l’IA non può più essere considerata come uno strumento neutro nei suoi effetti sulla vita delle persone. Non sto dicendo che l’intelligenza artificiale ha la responsabilità delle azioni fatte in guerra, perché quella ricade ovviamente sugli individui che hanno dato e seguito le direttive strategiche e politiche con lo scopo dichiarato di annientare la popolazione palestinese. Parlare di “colpa”, o di “responsabilità”, per descrivere il modo in cui una tecnologia opera nel raccogliere dati, non avrebbe semplicemente senso. Tuttavia, va messa in luce e denunciata l’operazione che l’IA sta facendo sul nostro sguardo e sul nostro pensiero. L’impiego, diffuso anche nella nostra vita quotidiana, dell’intelligenza artificiale per motivare delle decisioni su basi statistiche, anche nei casi estremi in cui queste si traducono nell’uccisione di persone, priva del senso dell’umanità dell’altro.

La frase che forse mi ha colpito di più del film è quella che uno degli intervistati pronuncia quando Yuval Abraham gli chiede se qualcuno avesse effettivamente almeno avuto un dubbio sul fatto che fosse sbagliato uccidere degli esseri umani innocenti: “No, nessuno di noi ha dubitato”. La propaganda, e il fatto che il controllo dei civili palestinesi con mezzi tecnologici vada avanti almeno dagli anni Settanta (come giustamente mostra il film fin dall’inizio) serve solo in parte a motivare una tale disumanità. È la tecnologia stessa che la richiede, la tecnologia digitale in quanto pensiero.

Ecco, se c’è una cosa su cui si può non avere alcun dubbio oggi è che il digitale stia avendo successo nel far incancrenire il pensiero, filosofia compresa. Pensare al digitale in termini il più possibile tecnici, neutri, dedicati se possibile alla minuziosa descrizione del suo funzionamento e al modo in cui anche noi “forse-umani”, positivamente e acriticamente, potremmo adattarci alle sue nuove sfide, vuol dire prendere comodamente posto su quella poltrona del cinema e guardare Naza con la prospettiva calma e impassibile del genocida. Una filosofia che tenti il più possibile di sparire nel suo cedere il passo al discorso delle scienze dure sull’intelligenza artificiale, pur mantenendo almeno in sede istituzionale l’etichetta di “scienza filosofica”, non merita questo nome: andrebbe chiamata “pseudotecnica asservita al potere”. 

Sono necessari un pensiero e uno sguardo vigili perché c’è bisogno di umanità: considerare l’altro come umano, non perché cittadino dotato di diritti ma in quanto essere che condivide con me la stessa carne e lo stesso mondo, non è scontato e va ribadito come elemento essenziale dello stare e del pensare insieme. La filosofia potrebbe avere come ruolo fondamentale, in questi tempi di trasformazione tecnologica, proprio questo: ricordarci che siamo esseri umani. Ed è un’affermazione che non va parassitata da nessun intento buonista o eccessivamente ottimista rispetto al futuro, anzi, dovrebbe essere un esercizio quotidiano per evitare l’insensibilità e l’indifferenza rispetto al danneggiamento progressivo e sempre più diffuso della nostra capacità di esprimere un pensiero critico, o di dubitare. 

Nel manifesto Russell-Einstein del 1955 a favore del disarmo nucleare mondiale, c’è una considerazione che mi ha colpito. Al di là dell’appello accorato, da parte del gruppo di scienziati firmatari, a recuperare il senso dell’umano in un periodo di forti contrasti geopolitici, viene commentato l’errore di valutazione da parte della gente comune e degli uomini al potere, che pensano ancora che l’unità di misura dei danni di una bomba atomica sia una città. Pensare in termini di città, del suo controllo e del suo annientamento, e non in termini di mondo come ambiente umano, è lo stesso errore che ci porta a commettere l’intelligenza artificiale applicata alla sorveglianza e alla regolazione delle vite. Lo sguardo dell’IA vede solo strade, flussi, palazzi, volumi e finestre (o schermi dei telefoni) che danno sulla sfera privata di ognuno di noi. La città tradotta nel suo gemello digitale, la smart city in cui ogni aspetto è attentamente monitorato digitalmente per prevenire problemi di funzionamento, è la realizzazione più sofisticata di quell’inferno dei viventi di cui parlava Calvino alla fine de Le città invisibili. La mappa prodotta sulla base della raccolta dei dati della città non mostra semplicemente dove sta un palazzo, ma lo immette in una logica di serie, lo localizza, ovvero lo identifica come punto in relazione ad altri punti. E la localizzazione è uno dei principali modi in cui opera la governamentalità algoritmica oggi.

La visione della città nel suo gemello digitale è già, di per sé, una macchina progettata per uno scopo. Noi, come abitanti delle città, siamo solo target, variabili di disturbo al suo perfetto funzionamento. 

L’uscita dalla sala, di notte, in una città in cui non vivo, in cui la gente si aggira ancora fotografando con lo smartphone ciò che vede intorno, mi fa sentire tutto il peso di questa architettura.



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