L’ultimo lavoro di Bence Nanay, Robert Musil: Philosophy without Qualities, è uscito nel 2026 per Oxford University Press all’interno della collana «Philosophical Outsiders», dedicata a figure che, pur non appartenendo al canone filosofico tradizionale, hanno sviluppato attraverso altre forme di scrittura un pensiero propriamente filosofico. Il caso di Musil si presta particolarmente bene a un’operazione di questo tipo: autore di un romanzo sterminato e incompiuto come L’uomo senza qualità (Der Mann ohne Eigenschaften), ma anche filosofo di formazione, Musil occupa una posizione difficile da circoscrivere, sospesa fra letteratura, saggistica critica e riflessione teorica tipica di una formazione di quel tipo. Il volume di Nanay nasce precisamente da questa difficoltà e si presenta, allo stesso tempo, come un’introduzione alla filosofia musiliana e come un invito a tornare al romanzo per seguire più da vicino il movimento del pensiero dell’autore austriaco.
Bence Nanay insegna filosofia all’Università di Anversa e il suo lavoro si muove da tempo fra estetica, filosofia della mente e scienze cognitive. È un dato che conviene tenere presente perché alcune delle categorie attraverso cui leggerà Musil, in particolare quella di attenzione distribuita, appartengono già al suo percorso teorico noto e tracciato. Il punto diventerà importante più avanti; per il momento basta registrare che Robert Musil: Philosophy without Qualities nasce dall’incontro fra un autore difficilmente riconducibile a una disciplina e un filosofo abituato a spostarsi fra discipline diverse.

Musil, del resto, alla filosofia era arrivato prima che alla letteratura come professione. La sua tesi di dottorato era dedicata a Ernst Mach e, dopo gli studi, gli venne offerta la possibilità di proseguire la carriera accademica nel dipartimento di Alexius Meinong a Graz. Scelse, invece, la scrittura. Nanay prende sul serio questa decisione e, già nell’introduzione, chiarisce che il suo libro non vuole essere una nuova storia delle influenze filosofiche di Musil, terreno sul quale esiste ormai una bibliografia vastissima, bensì il tentativo di ricostruire le sue idee come posizioni filosoficamente valide e autonome.
È un’operazione meno ovvia di quanto sembri, soprattutto quando l’oggetto principale resta L’uomo senza qualità. Nanay ne individua, in tal senso, due rischi opposti. Il primo consiste nel parlare del romanzo perdendo di vista la filosofia; il secondo nel fare filosofia servendosi del romanzo come di un semplice pretesto. Il criterio che propone è perciò doppio: una buona lettura filosofica dovrebbe riuscire a modificare il modo in cui torneremo all’opera e, nello stesso tempo, ricavarne qualcosa che abbia un interesse filosofico anche fuori da essa (il modello dichiarato è Philip Kitcher, soprattutto nei lavori dedicati a Mann e Joyce).
Il punto di partenza scelto da Nanay per ricostruire questo pensiero è la distinzione fra razioide e non razioide, formulata da Musil nello Schizzo della conoscenza del poeta (Skizze der Erkenntnis des Dichters) del 1918 e ripresa negli anni successivi, in particolare in Spirito ed esperienza (Geist und Erfahrung) del 1921. La prima sfera è quella in cui i fenomeni possono essere ricondotti a leggi, regole e ripetizioni: il luogo privilegiato della scienza, dove ciò che accade può essere comparato con quanto è già accaduto e classificato secondo una certa regolarità. Il non razioide comincia invece dove questa ripetibilità decade: qui domina il caso
individuale, ciò che non può essere sostituito con un altro senza perdere qualcosa della propria specificità come le emozioni, l’esperienza estetica, l’etica e, più in generale, quella parte della vita che oppone resistenza alla trasformazione in concetto.
La distinzione non coincide però con una mera opposizione fra ragione e sentimento né, tantomeno, fra razionale e irrazionale. Nanay insiste molte volte su questo punto perché è proprio l’equivoco che Musil cerca di evitare. Il problema non è liberarsi del razioide in favore di una qualche profondità ineffabile ma capire che la stessa esperienza può essere attraversata secondo entrambe le modalità. Il non razioide non costituisce quindi un territorio alternativo nel quale rifugiarsi; piuttosto esso è ciò che continua a sfuggire alle categorie attraverso cui cerchiamo di rendere il mondo più stabile.
È da qui che Nanay torna al titolo dell’opera maggiore di Musil, L’uomo senza qualità. Ulrich possiede, infatti, molte qualità: ha trentadue anni, è stato soldato, ingegnere e infine matematico, conduce una determinata vita sociale e presenta caratteristiche che potrebbero descriverlo senza difficoltà. Essere un uomo «senza qualità» non significa allora essere privi di determinazioni ma non permettere che quelle determinazioni decidano una volta per tutte la propria identità. Una qualità smette di essere soltanto una descrizione quando diventa un’identità e, nel momento in cui questo accade, osserva Nanay, ciò che dovrebbe distinguerci finisce paradossalmente per renderci intercambiabili. Se mi definisco attraverso una professione, una nazionalità, un’appartenenza politica o persino attraverso una serie di preferenze, nulla impedisce che qualcun altro possieda esattamente le stesse qualità.
È in questo scarto che prende forma il «senso della possibilità» di Ulrich. Considerare le proprie qualità come contingenti significa ammettere che avrebbero potuto essere differenti e che potrebbero ancora cambiare, senza che per questo venga meno tutto ciò che siamo. Nanay legge in questa apertura una delle intuizioni fondamentali di Musil: il sé non è qualcosa che precede le sue trasformazioni e rimane identico al di sotto di esse, ma neppure coincide interamente con il catalogo delle proprietà attraverso cui viene descritto. Fra questi due estremi resta uno spazio instabile, lo spazio del possibile, quello in cui l’individuo può ancora pensarsi altrimenti.
Essere senza qualità non significa semplicemente liberarsi delle determinazioni che ci irrigidiscono, perché anche la libertà portata alle sue conseguenze estreme produce un risultato difficilmente abitabile. Ulrich cerca di sottrarsi a quella realtà nella quale le qualità assicurano all’individuo una direzione, ma Musil non trasforma mai questa sottrazione in un ideale assoluto. Una libertà interiore assoluta finirebbe per recidere proprio quei legami attraverso cui una vita diventa condivisibile: ci libera dalle costrizioni, ma rischia di lasciarci soli. Questo è uno dei primi casi nei quali Nanay individua un’argomentazione che tornerà lungo tutto il libro: Musil respinge una posizione senza per questo consegnarsi alla sua negazione, nello spazio fra P e ¬P.
Lo stesso problema riappare nella forma attraverso cui raccontiamo noi stessi. Avere delle qualità permette infatti di costruire una storia relativamente coerente della propria vita, disponendo il passato lungo una linea che conduce fino al presente e da lì verso ciò che immaginiamo di diventare. Musil diffida di questa continuità perché una parte della sua
coerenza viene prodotta a posteriori: le contraddizioni vengono assorbite, gli intervalli riempiti, ciò che non torna subordinato alla storia che abbiamo deciso di raccontare. Ulrich non possiede questa capacità con la stessa sicurezza degli altri personaggi e l’uomo senza qualità diventa, in sostanza, per Nanay anche un uomo senza una narrazione di sé. Il contrario, tuttavia, non offre una soluzione migliore. Moosbrugger porta all’estremo una vita fatta di eventi sconnessi, impulsi che non entrano a far parte di alcuna unità narrativa ed è difficile vedere nella sua condizione un modello di emancipazione.
Fra una vita irrigidita in un unico racconto e una vita che non riesce più a raccontarsi, Musil tenta allora qualcosa di diverso. Nanay trova una delle formulazioni più interessanti di questa possibilità nell’idea di vivere «come in un romanzo». Questa dinamica consiste nel non rinunciare alle narrazioni, ma abitarle provvisoriamente, sapendo che nessuna di esse coincide una volta per tutte con ciò che siamo veramente. Un racconto può dare forma per un certo tempo a un’esperienza senza pretendere di diventarne la verità definitiva.
Il procedimento diventa ancora più evidente quando Nanay passa all’intellettualismo e al romanticismo. Musil aveva già affrontato il problema ne I turbamenti del giovane Törless (Die Verwirrungen des Zöglings Törleß), dove l’esperienza eccede continuamente gli strumenti attraverso cui la ragione tenta di ordinarla, ma sarebbe sbagliato concluderne che la risposta stia semplicemente dalla parte dell’irrazionale. L’uomo senza qualità è molto più ostile a questa soluzione. Musil attacca l’intellettualismo e subito dopo attacca ciò che dovrebbe costituirne l’alternativa più ovvia: il romanticismo. È qui che la distinzione fra razioide e non razioide rivela forse meglio la propria funzione, perché permette a Nanay di mostrare come due posizioni apparentemente opposte possano continuare a commettere lo stesso errore.
L’intellettualismo, nella ricostruzione di Nanay, sbaglia perché assume che la parte decisiva della mente sia quella che può essere resa trasparente alla ragione, organizzata secondo concetti e ricondotta a regolarità costanti. Musil insiste invece sul ruolo dei processi inconsci, impulsi, emozioni e pensieri che non obbediscono a una struttura realmente ripetibile. Il non
razioide non è il contrario della ragione elevato a nuova verità: ciò che sembrava offrire una via d’uscita dall’intellettualismo finisce per riprodurne, sotto un’altra forma, la stessa rigidità.
Il romanticismo sostituisce, infatti, alla necessità del concetto quella dell’ideale. L’anima, la profondità, l’unità, il sentimento autentico sembrano opporsi al dominio razionale, ma nel momento in cui vengono trasformati in principi generali ricadono a loro volta nel razioide. Vivere secondo un ideale significa ordinare l’esperienza in funzione di ciò che gli corrisponde e di ciò che invece se ne allontana.
È soprattutto nella concezione dell’anima che questa critica acquista forza. Il romanticismo immagina qualcosa di profondo e unitario che starebbe al di sotto della superficie della vita e che sarebbe capace, almeno in linea di principio, di restituirne un senso. Musil rovescia completamente l’immagine. Gli ideali romantici non rivelano ciò che si trova dietro l’esperienza, ma servono a coprire qualcosa che continua a sottrarsi. Nanay insiste sulla metafora del vuoto lasciato dal tarlo: qualunque forma assumano i nostri tentativi di riempirlo, lo spazio vuoto ricompare altrove. Anche l’anima, nella sua versione corrente, serve allora a coprire un vuoto.
Questo doppio rifiuto non conduce però a una filosofia dell’indeterminatezza assoluta. Se qualità, narrazioni, ideali e concetti tendono a irrigidire l’esperienza in forme ripetibili, Musil cerca anche di descrivere momenti nei quali questo rapporto con il mondo sembra temporaneamente modificarsi, senza che ciò comporti la dissoluzione completa dell’individuo o la rinuncia a ogni possibilità di azione.
L’altro stato è il luogo in cui queste possibilità smettono di restare puramente negative. Musil lo descrive in modi differenti e mai del tutto sovrapponibili: come esperienza mistica, amorosa, estetica, talvolta come una modificazione del rapporto fra il soggetto e ciò che lo circonda. Nanay procede qui, piuttosto, per sottrazione. Nell’altro stato vengono meno la rigidezza dei concetti, il rapporto ordinario con il fine e quella tendenza a incontrare le cose soltanto attraverso le categorie che permettono di riconoscerle e utilizzarle. È, in questo senso, un’esperienza propriamente non razioide: singolare, transitoria, fugace e difficilmente separabile dal modo concreto in cui viene vissuta.
È a questo punto che Nanay introduce il concetto di distributed attention, già centrale nei suoi lavori precedenti sull’esperienza estetica. L’attenzione distribuita si oppone a quella focalizzata perché smette di concentrarsi su un solo oggetto in funzione di uno scopo determinato e si apre contemporaneamente a più elementi dell’esperienza. L’esempio scelto da
Nanay è volutamente ordinario: seguire una partita prestando nello stesso momento attenzione al sapore di ciò che si sta mangiando, alla musica e all’aria fredda sul viso. La vicinanza con le descrizioni musiliane dell’altro stato gli permette di spiegare una difficoltà rimasta fino a quel momento irrisolta: essere liberi da uno scopo non equivale a diventare completamente passivi; l’attenzione può perdere il proprio centro senza per questo scomparire.
Nanay non sostiene, però, che l’altro stato sia semplicemente attenzione distribuita, ma che leggerlo partendo da essa renda più comprensibili alcuni dei suoi caratteri. Anche il rapporto con lo straniamento formalista passa da qui, perché vedere diversamente richiede prima di tutto che l’attenzione smetta di procedere lungo i binari già predisposti dall’uso. Per ora conta soprattutto il fatto che l’altro stato non offre a Musil la soluzione che le opposizioni precedenti sembravano chiedere. Non è il non razioide finalmente liberato dal razioide, così come il romanticismo non era la liberazione dall’intellettualismo. Rimane una condizione intermittente che non può diventare permanente senza trasformarsi in qualcosa di diverso.
Nel capitolo conclusivo Nanay torna infine alla questione che attraversava il libro fin dall’inizio: che genere di filosofia sia possibile ricavare da uno scrittore che ha scelto deliberatamente il romanzo al posto del classico trattato; e il problema si complica ulteriormente quando vengono prese sul serio le idee di Musil sull’arte. Nanay lo presenta infatti come un formalista e un antirealista estetico convinto: nei diari Musil sostiene che, di fronte a un disaccordo estetico, entrambe le parti possono avere ragione, mentre in una delle parti mai pubblicate de L’uomo senza qualità Ulrich annota che qualsiasi cosa può diventare bella. La bellezza non appartiene dunque agli oggetti come una loro proprietà stabile ma, de facto, dipende dal modo in cui vengono esperiti. Allo stesso tempo, Musil insiste sulla forma, sul modo in cui qualcosa viene mostrato, proprio mentre costruisce quello che Nanay definisce il romanzo filosofico per eccellenza.
Il paradosso è soltanto apparente se si prende sul serio la funzione che Musil attribuisce alla forma letteraria. Il pensiero non arriva nel romanzo come un contenuto già costituito che la narrazione dovrebbe limitarsi a trasportare. Immagini, metafore, deviazioni, interruzioni e persino la struttura incompiuta dell’opera partecipano invece a ciò che viene pensato. È anche per questa ragione che Nanay può arrivare, nelle ultime pagine, ad una formula che dà senso al titolo del volume: quella di Musil non sarebbe una filosofia «con qualità», ossia rigida abbastanza da chiudere il proprio oggetto dentro un sistema, ed è precisamente per questa ragione che la forma-romanzo risultava necessaria.
Qui però sorge un’obiezione: se il non razioide è ciò che resiste alla ripetizione, alla classificazione e alla trasformazione in regola, che cosa accade quando lo si sottopone a un trattamento filosofico sistematico? Musil non nasconde la propria diffidenza verso questo gesto. Ne L’uomo senza qualità arriva a descrivere i filosofi come uomini che, non disponendo di un esercito, assoggettano violentemente il mondo rinchiudendolo in un sistema. Nanay ne conosce il rischio ma il suo libro non può fare a meno di correrlo: ricostruisce una struttura ricorrente nel pensiero musiliano e, nelle pagine finali, la dispone addirittura in una tabella.
La tabella raccoglie le opposizioni attraversate nei capitoli precedenti. Musil rifiuta P, rifiuta ¬P e cerca altrove, ma il punto centrale del saggio è che neppure questo “altrove” diventa una soluzione definitiva. Non c’è una terza via destinata a sostituire definitivamente le prime due. In ultima istanza la filosofia di Musil non sarebbe un pensiero che procede verso la
soluzione, ma un modus operandi che modifica continuamente il problema mentre lo attraversa.
C’è una parte del pensiero di Musil che, però, sguscia da ogni tipo di categorizzazione, e il caso più riuscito è quello delle metafore d’acqua. Le emozioni sono acqua che sciaborda dentro una vasca; l’altro stato ritorna invece nell’immagine dell’acqua immobile, di una superficie che riflette, del movimento di flusso e riflusso nel quale si attenua il confine fra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Sono immagini dello stesso elemento e tuttavia non dicono la stessa cosa.
In conclusione, ciò che emerge dal libro di Nanay è una filosofia che sembra esistere soltanto finché evita di diventare una posizione definitiva, restando costantemente in bilico tra opposti e nello spazio tra questi due. Musil rifiuta il sistema senza rinunciare al pensiero, rifiuta l’assenza di forma senza trasformare la forma in una gabbia, rifiuta P e ¬P senza fare della terza possibilità una nuova ortodossia. Nanay chiama questo movimento saggismo: un pensiero che prova, corregge, devia, torna indietro e soprattutto non considera il proprio ultimo risultato come una ragione sufficiente per fermarsi: per questa ragione la natura incompiuta del romanzo e il suo costante movimento sono condizione sufficiente e necessaria di questo costante pensare.

