Possibilità e destino attraverso i Karamazov. Suggestioni di un classico e vicende contemporanee

A duecento anni dalla nascita (11 novembre 1821), Fëdor Dostoevskij viene ancora giustamente celebrato per la enorme portata della sua produzione, capace di segnare la letteratura dell’Ottocento e al contempo di trascendere la sua epoca. Tra i suoi romanzi, l’ultimo, I fratelli Karamazov (facciamo qui riferimento all’edizione Einaudi, Torino, 2005), viene solitamente ritenuto la vetta più alta dell’iconico scrittore russo: Sigmund Freud a esso dedicò un saggio rimasto significativo, imperniato sulla lettura psicoanalitica del rapporto dei figli con la figura paterna (si veda Freud, S.,  Dostoevskij e il parricidio, in Dostoevskij, F., I fratelli Karamazov, Einaudi, Torino, 2005) e molti studiosi hanno visto nella leggenda del Grande Inquisitore contenuta nel libro una fonte straordinaria di riflessioni etiche, politiche e sociali, si può pensare ad esempio, in anni recenti, al sociologo Franco Cassano nel suo L’umiltà del male (Laterza, Roma-Bari, 2011).

La ricorrenza del bicentenario della nascita dello scrittore può essere allora occasione per indugiare lievemente su una specifica suggestione di questo suo importante romanzo, proponendo in questa sede di considerare, attraverso i quattro fratelli, l’idea del nesso tra possibilità e destino nella vicenda contemporanea. I fratelli Karamazov, al di là delle sfumature etiche che li distinguono, possono infatti apparire delle declinazioni prospettiche specifiche che si esplicano nell’esistenza della modernità. Ripercorriamo dunque rapidamente, lungi da esegesi inappropriate, come Dostoevskij tratteggia e delinea questi suoi personaggi rimasti indelebili nella storia della letteratura occidentale.
Il maggiore dei Karamazov, Dmitrij, nato dalla prima moglie di Fëdor Pavlovič, Adelajda Ivanovna, appare un giovane leggero e irruente. Colmo di uno sfrenato senso di vita, Dmitrij è un edonista, impastato di umanità, di animo buono, ma disorientato e passionale.
Ivan Karamazov è invece figlio di Sofì’ja Ivanova, la seconda moglie di Fëdor Pavlovič: se Dmitrij può incarnare il potere dell’emozione, Ivan può rappresentare il potere intellettuale sottile e concettualmente accurato in cui si nasconde la pretesa dell’essere superiore. Ivan rifiuta il mondo perché lo ritiene malvagio, “non euclideo”, e nega di conseguenza il disegno di Dio.
Alëša Karamazov, anch’egli figlio della Ivanova, è proiettato nella dimensione spirituale, infatti ha scelto la via del monastero sotto la guida dello starec Zosima ed è profondo conoscitore dell’animo umano. In lui si coglie una visione religiosa, Alëša rappresenta la forma positiva dell’impetuosità karamazoviana, la potenza salvifica del perdono.
Infine Smerdjakov, il quarto Karamazov, è figlio illegittimo nato dall’unione tra Fëdor Pavlovič e la demente Lizaveta Smerdjaskaja. Vissuto presso il padre in qualità di servo, ha un atteggiamento critico, disincantato: sfrutta la sua epilessia per farsi scagionare dall’omicidio di Fëdor Pavlovič e, dopo l’ultimo colloquio con Ivan, si suicida. Smerdjakov trasporta dalla teoria alla prassi l’idea del “tutto è permesso” implicita in Ivan: commette l’orrendo delitto e fa incriminare Dmitrij.

L’agire e il percorso di vita che segnano l’esistenza dei quattro fratelli permettono di pensare e costruire abbinamenti tipologici, su cui, peraltro, spesso i critici letterari hanno dibattuto: Dmitrij e Alëša si possono considerare più “umani” e emotivi ciascuno a suo modo; Ivan e Smerdjakov più razionali e freddi. O ancora Ivan e Alëša appaiono più “teorici” nel loro rapporto con la realtà e non a caso sono loro due che disquisiscono sulla leggenda, inventata da Ivan, del Grande Inquisitore, interrogandosi sull’idea se sia corretto che la Chiesa si occupi degli uomini comuni, attraverso l’inganno, la paura, la soggezione, sollevandoli da una libertà troppo gravosa per loro, di cui non sono all’altezza; mentre Dmitrij e Smerdjakov sembrano più pragmatici, più diretti e inclini alla concretezza.

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov (Einaudi Editore)

Evidentemente si potrebbero individuare e aggiungere altri abbinamenti tra i tratti dei fratelli, su cui Dostoevskij non lesina certamente pagine e dettagli del suo lungo libro. Tuttavia, in definitiva, non è questo il punto, peraltro interessante da toccare, perché l’aspetto che sembra più cruciale e su cui qui quindi scegliamo di indirizzare decisamente la riflessione, è che i quattro fratelli riescono a rappresentare assai emblematicamente la scissione, la frammentazione dei modi di essere e agire nella modernità, ossia in una fase storica in cui convivono e si intrecciano continuamente universi simbolici e canoni etici e intellettuali differenti: tale scissione comporta il risultato per cui ciascuno purtroppo è inevitabilmente parziale. Nella vicenda umana, soprattutto quella delle relazioni moderne, le possibilità sono tante e spesso drammaticamente inconciliabili, determinando, così, come per i fratelli Karamazov, allontanamenti e destini anche imprevedibili. Il nodo capitale delle potenzialità differenti delle tipologie umane è che nessuna di esse è perfetta davvero, nessuna può cogliere la cifra completa della realtà e delle relazioni, perché ognuna in fondo è inquadrabile come una forma di hybris, di dismisura, proprio nel momento in cui si compie. E tanto più questo appare vero trasferendoci nel mondo del XXI secolo. L’attitudine marcatamente razionale e intellettuale incarnata da Ivan, che caratterizza molti studiosi e scienziati attuali, è certamente importante e ammirevole, ma tante volte rischia di sfociare nell’illusione e nella presunzione del superuomo; l’attitudine spirituale e morale di cui è infuso Alëša, conforta le persone religiose, ma possiamo sempre affidarci a un Dio? L’edonismo passionale esemplato da Dmitrij, comune alle persone più immediate e dirette, implementato dai canoni dell’individualismo contemporaneo e dalla spettacolarizzazione della realtà, ha una sua naturalezza, ma corre i rischi della banalizzazione; il disincanto rintracciabile in Smerdjakov, che alberga in tanti individui come lui marginalizzati dalla vita, è alla base di una percezione critica, ma è forse il preludio di tristi nichilismi.
E allora dopo l’incontro con i fratelli Karamazov, oltre la grande letteratura di Dostoevskij, oltre la tragica vicenda del romanzo in sè, resta una silenziosa malinconia di fondo, rappresentata dalla osservazione della dialettica tra soggettivo e oggettivo che agita la realtà e le relazioni, una dialettica sfuggente e resa ancora più ineffabile dai processi culturali moderni in cui ragione, scienza, religione, emozione, disincanto, passione, critica, potere, diritto e dovere, si intrecciano vorticosamente e pericolosamente. Di questa problematica dialettica tra soggettivo e oggettivo nelle relazioni moderne si era significativamente interessata nel corso del Novecento la tradizione della sociologia della conoscenza, che forse proprio in questo tratto della sua indagine aveva il suo pregio maggiore, al di là delle note e generali critiche alla sua condizione sollevatele da Karl Popper, Friedrich Hayek e altri studiosi; ma oggi questa indagine non ha più spazio dietro l’incedere di correnti analitiche, funzionaliste, sistemiche e non solo. Anche per questo, oltre che per la ovviamente riconosciuta grandezza letteraria e stilistica del romanzo, la lettura de I fratelli Karamazov, richiamando il senso della pluralità dei contesti e delle prospettive, e della loro angosciosa problematicità, non lascia indifferenti gli animi al contempo più aperti e più attenti nel bilico struggente della coscienza.



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